Documento Federalberghi, Fipe, Fiavet, Faita, Federreti, 10 maggio 2002

FEDERALBERGHI
FIPE
FIAVET
FAITA
FEDERRETI

Riflessioni e proposte

per il rinnovo del

CCNL Turismo

Roma

10 maggio 2002


Se sapremo rinnovarci,

riusciremo anche in questa stagione

ad esprimere un diritto del lavoro nuovo,

di qualità

(Marco Biagi)

Egregi Signori,

in occasione del nostro ultimo incontro abbiamo ascoltato con attenzione i vostri interventi, che ci hanno aiutato a meglio comprendere la filosofia su cui riposa la piattaforma rivendicativa per il rinnovo del CCNL Turismo.

Come da programma, dedicheremo la sessione odierna all’illustrazione della nostra posizione.

Forniremo alcune informazioni, che speriamo possano aiutare a comprendere lo stato di salute del settore e le sue esigenze.

Presenteremo alcune proposte.

Formuleremo alcune prime osservazioni in relazione alle vostre tesi.

Proporremo di integrare l’ordine del giorno della trattativa con alcuni temi, a nostro avviso ineludibili, che non hanno trovato spazio nella piattaforma.

Tuttavia, prima di entrare nel merito dei contenuti delle rispettive posizioni, riteniamo doveroso sottolineare l’importanza e la gravità del momento, che vede pesare sul panorama delle relazioni sindacali, a tutti i livelli, l’incognita del confronto sulle proposte governative per una società attiva ed un mercato di qualità, delineate nel libro bianco sul mercato del lavoro in Italia.

Comprendiamo bene come si possano registrare posizioni articolate sulle terapie da adottare.

Ma crediamo che nessuno possa ignorare i grandi mali che affliggono il nostro mercato del lavoro, non a caso considerato il peggiore in Europa.

Il più basso tasso di occupazione. Il più basso tasso di occupazione femminile. Il più basso tasso di occupazione degli anziani. Il più alto tasso di dispersione territoriale in relazione alla disoccupazione. Il più basso tasso di dispersione territoriale in relazione al livello dei salari.

E’ bene precisare che non abbiamo certo intenzione di importare su questo tavolo le contrapposizioni che hanno sin qui impedito il sereno svolgersi del confronto tra Governo e confederazioni.

Tuttavia, non possiamo certo ignorare come alcune delle questioni che il libro bianco e il disegno di legge delega pongono al centro della discussione, costituiscano il cuore e lo scheletro del nostro contratto collettivo.

Non è un caso se i rinnovi contrattuali del 1990, del 1994 e del 1999, abbiano in buona parte ruotato attorno ai temi della bilateralità, del mercato del lavoro, dell’orario di lavoro.

E quindi, oggi noi non possiamo far finta di ignorare che il Paese discute, della possibilità di ridefinire l’apprendistato, di affidare compiti nuovi agli enti bilaterali, di rivoluzionare la disciplina dell’ orario di lavoro nonché di ristrutturare il sistema degli ammortizzatori sociali, anche attraverso il concorso delle parti sociali.

Si tratta di una questione rispetto alla quale occorre interrogarsi sul metodo prima ancora che sui contenuti.

Se covassimo intenti dilatori, disporremmo di un’ottima occasione per affermare l’impossibilità di procedere nella trattativa in attesa di un chiarimento di fondo sugli esiti del confronto generale.

Vi proponiamo, invece, di affrontare noi per primi (e per la parte che ci riguarda) alcune delle materie che costituiscono oggetto del disegno di legge delega, facendoci carico di indicare insieme quali siano le soluzioni richieste dal nostro settore.

A nostro avviso, questa soluzione potrebbe consentirci di proseguire lo svolgimento della discussione generale liberi da ogni forma di condizionamento esterno.

Ulteriore questione metodologica che riteniamo necessario affrontare riguarda la semplificazione del testo contrattuale.

In base ad un antico e saggio principio, le formalità richieste per la stipula di un contratto devono diminuire al crescere della sua diffusione.

In altri termini, quanto più è vasto il panorama dei soggetti interessati, tanto più semplice dovrebbe essere l’applicazione delle regole.

In tutta onestà, dobbiamo riconoscere che tale principio trova applicazione sempre minore nel nostro contratto, composto da 429 articoli per oltre 350 pagine.

Ad esempio una prima semplificazione si potrebbe realizzare allegando al Contratto il testo di alcune leggi, ed abrogando gli articoli del CCNL che si limitano a reiterarne il contenuto.

La complessità è un ostacolo alla creazione di nuovi posti di lavoro.

Addirittura, la pesantezza delle regole può determinare una crisi di rigetto, che finisce per trascinare in condizioni di irregolarità formale anche situazioni sostanzialmente a norma.

Ovviamente, la semplificazione non è un fine, ma rimane un mezzo.

Uno strumento che, tuttavia, assume ruolo e valenza politica, nel momento stesso in cui si propone strategicamente di concorrere a determinare un contratto che sia più comprensibile e meglio gestibile.

Detto in altri termini, un contratto più vicino alle imprese ed ai lavoratori.

Ultimo, ma non meno importante, un obiettivo che abbiamo più volte dichiarato di condividere è costituito dal conferimento dell’ efficacia erga omnes al contratto collettivo nazionale.

L’adozione di un sistema di regole chiare, univoche e certe, da applicarsi alla generalità dei casi, deve assicurare trasparenza al mercato e porre tutti gli operatori in condizione di parità.

Esaurita questa doverosa premessa metodologica, intendiamo dedicare la prima parte del nostro intervento all’esame di alcune variabili macroeconomiche e istituzionali che, a nostro avviso, sono destinate a influenzare in maniera decisiva il futuro del settore.

LO SCENARIO

L’economia internazionale

Il PIL mondiale è cresciuto nel 2001 del 2,4%, un risultato assai lontano dal brillante tasso di crescita dell’anno precedente per effetto del brusco rallentamento dell’economia statunitense.

Il 2001 è stato, dunque, l’anno dell’inversione del ciclo economico mondiale. Da qui è partita la lunga fase di rallentamento dell’economia i cui effetti si faranno sentire ancora quest’anno ed almeno fino a tutto il 2003.

La crescita del prodotto

(variazione % del PIL reale

rispetto all’anno precedente)

2000
2001
Stati Uniti
4.1
1.1
Giappone
1.5
-0.7
Unione Europea
3.3
1.7
Mondo
4.7
2.4
fonte: OCSE e FMI

Il ridimensionamento della crescita dell’economia americana e la progressiva flessione della crisi economica del Giappone hanno pesato negativamente sull’economia europea, il cui prodotto è cresciuto nel 2001 di appena l’1,7%.

Per quest’anno si prevede un tasso di crescita ancora più contenuto per effetto dell’impatto sulle attività economiche dei danni arrecati dagli eventi dell’11 settembre al settore dei trasporti ed al turismo internazionale.


L’economia italiana

L’economia italiana nel corso del 2001 è cresciuta di appena l’ ;1,8%, in forte rallentamento rispetto all’anno precedente.

Su questo risultato hanno pesato in modo determinante due fattori: la caduta del commercio mondiale e il netto rallentamento della domanda interna, in particolare della componente relativa alla spesa delle famiglie.

Conto economico risorse e impieghi – prezzi 1995

(variazione % sull’anno precedente)

1999
2000
2001
PIL
1,6
2,9
1,8
CONSUMI FINALI INTERNI
2,2
2,5
1,4
- Spesa delle famiglie
2,4
2,7
1,1
- Spesa delle AP e delle ISP
1,4
1,7
2,3
INVESTIMENTI
5,7
6,5
2,4
- Costruzioni
2,8
5,6
3,7
- Macchine e attrezzature
5,2
6,1
0,3
- Mezzi di trasporto
16,8
10,0
4,4
- Beni immateriali
10,0
9,1
5,3
IMPORTAZIONI
5,3
9,4
0,2
ESPORTAZIONI
0,3
11,7
0,8
fonte: nostre elaborazioni su dati ISTAT

Nella media del 2001 i consumi delle famiglie sono cresciuti, in termini reali, di un punto percentuale, il risultato più modesto degli ultimi cinque anni.

Brusca la frenata degli investimenti, soprattutto nella componente “ macchine ed attrezzature” scese dal +6,3% del 2000 allo 0,3% del 2001.

La spesa delle famiglie in alberghi e pubblici esercizi si è mantenuta nel corso del 2001 su livelli di maggiore consistenza sebbene si debba registrare una netta flessione nel tasso di crescita sia con riferimento al 2000 che al 1999.


Il tasso della ristorazione è calato di oltre sei punti, quello degli alberghi di cinque.

La spesa delle famiglie

(variazione % sull’anno precedente)

1999
2000
2001
Ristoranti, bar e mense
3,4
9,3
2,9
Alberghi, campeggi ed altri alloggi
3,1
7,0
1,9
Alberghi e pubblici esercizi
3,3
8,7
2,6
fonte: nostre elaborazioni su dati ISTAT

I settori

Il rallentamento dell’economia italiana non ha coinvolto in egual misura i diversi comparti della struttura produttiva.

Il valore aggiunto a prezzi di mercato – prezzi 1995

( variazione % sull’anno precedente)

1999
2000
2001
Agricoltura
6,2
-2,9
-1,0
Industria
0,9
2,1
0,9
- Industria in senso stretto
0,9
2,1
0,3
- Costruzioni
1,2
2,3
4,5
Servizi
1,5
3,7
2,6
- Commercio, alberghi, trasporti e comunicazioni
0,6
4,7
3,2
- Credito, attività immobiliari e servizi professionali
2,7
5,5
3,0
Altre attività di servizi
1,2
-0,1
1,1
Valore aggiunto ai prezzi di mercato
1,5
3,0
2,0
fonte: nostre elaborazioni su dati ISTAT

E’ andata decisamente male l’agricoltura (-1%), male l’industria (0,9%), mentre i servizi, nonostante il rallentamento del valore aggiunto registrato nel corso dell’anno, hanno mantenuto un tasso di crescita medio superiore a quella riscontrato negli altri comparti produttivi.

Significativo il ridimensionamento della crescita del comparto “commercio, alberghi, pubblici esercizi, trasporti e comunicazioni” (dal 4,7% del 2000 al 3,2% del 2001) per l’effetto combinato del modesto sviluppo della domanda per consumi delle famiglie e del rallentamento del turismo. Il trend di crescita del valore aggiunto di “ Alberghi e pubblici esercizi” appare in brusca frenata.

Il valore aggiunto a prezzi di mercato

( variazione % sull’anno precedente)

1999
2000
2001
Alberghi, campeggi ed altri alloggi
- 1,5
6,6
3,8
Ristoranti, bar e mense
2,9
8,8
3,3
Alberghi e pubblici esercizi
1,7
8,2
3,4
fonte: nostre elaborazioni su dati ISTAT

Il mercato del lavoro

Il 2001 si è chiuso con un saldo occupazionale attivo pari a 435 mila nuovi posti di lavoro, grazie al significativo incremento dell’occupazione femminile (296mila unità).

Indicatori del mercato del lavoro

( variazione sull’anno precedente, valori assoluti in migliaia)

1999
2000
2001
OCCUPATI
256
388
435
Maschi
68
158
139
Femmine
188
231
296
DISOCCUPATI
-75
-174
-228
Maschi
-47
-87
-113
Femmine
-28
-88
-115
TASSO DI DISOCCUPAZIONE
11,4
10,6
9,5
Maschile
8,8
8,1
7,3
Femminile
15,7
14,5
13,0
fonte: nostre elaborazioni su dati ISTAT

Il tasso di disoccupazione è sceso sotto la soglia del 10%, facendo registrare la migliore performance degli ultimi dieci anni.

Il miglioramento, di cui ha pure beneficiato l’intero Paese, non ha, tuttavia, modificato gli squilibri territoriali presenti nel mercato del lavoro.

Nel Mezzogiorno, anche se i livelli occupazionali si sono incrementati in misura relativamente superiore a quelli del centro nord (2,7% contro l’ 1,8%), si conferma il dramma di una situazione occupazionale che ci pone agli ultimi posti in Europa.

All’incremento dei livelli occupazionali ha contribuito in modo decisivo il lavoro dipendente nel settore dei servizi, che da solo rappresenta il 73,8% di tale incremento.

Nel turismo è proseguito il trend espansivo della base occupazionale pur in presenza di più contenuti tassi di crescita del prodotto.

Nel corso dell’anno l’occupazione si è incrementata di 66mila unità (46mila dipendenti e 20mila indipendenti), pari al +5,2% a fronte di un incremento medio complessivo dell’1,8%. A titolo di confronto l’incremento nel settore industriale è stato dell’1,1% e nell’insieme dei servizi del 2, 3%.

Incremento degli occupati per settore di attività

(valori assoluti in migliaia)

1999
2000
2001
AGRICOLTURA
-67
-14
6
dipendenti
-16
3
12
indipendenti
-50
-17
-6
INDUSTRIA
20
16
74
dipendenti
6
6
52
indipendenti
14
10
22
SERVIZI
303
386
354
dipendenti
284
299
321
indipendenti
19
87
33
di cui: Alberghi e P.E.
64
75
66
dipendenti
34
52
46
indipendenti
29
23
20
TOTALE
257
388
435
dipendenti
274
308
386
indipendenti
-17
80
49
fonte: nostre elaborazioni su dati ISTAT


La produttività

La produttività del settore continua a mantenersi su livelli piuttosto modesti. Nel 2001 il valore aggiunto per unità di lavoro è passato a 26.700 euro con un incremento sul 2000 di appena lo 0,5%.

Si conferma, in tal modo, la centralità della risorsa umana nel turismo, dove non si hanno incrementi di prodotto, di qualsiasi entità, senza incrementi di occupazione.

Produttività

(valori assoluti in migliaia di euro)

1998
1999
2000
2001
alberghi, campeggi ed altri alloggi
29,8
28,9
28,9
29,1
ristoranti, bar e mense
24,9
25,2
25,8
25,9
alberghi e pubblici esercizi
26,1
26,1
26,5
26,7
fonte: nostre elaborazioni su dati ISTAT

Negli ultimi 4 anni la produttività media del settore è cresciuta in termini reali di appena 600 euro e addirittura nel comparto alberghiero è diminuita di 700 euro.

Produttività (var. % sull’anno precedente)

1999
2000
2001
alberghi, campeggi ed altri alloggi
- 3,2
- 0,1
1,0
ristoranti, bar e mense
1,2
2,4
0,3
alberghi e pubblici esercizi
0,1
1,8
0,5
fonte: nostre elaborazioni su dati ISTAT


Le imprese

Lo sviluppo del tasso di imprenditorialità del Paese è proseguito anche nel 2001 con un saldo attivo di circa 90mila aziende.

Nel turismo si è, al contrario, verificato un ridimensionamento dell’apparato produttivo con una flessione del numero di imprese pari a 2.036 unità che sommate ai valori del 2000 determinano una perdita complessiva di 4.500 imprese.

Nati-mortalità delle imprese
2001
iscritte
cessate
saldo
agricoltura
40.481
70.051
-29.570
industria
88.385
77.026
11.359
commercio
92.105
91.761
344
turismo
13.252
15.288
-2.036
altri servizi
68.794
59.259
9.535
imprese n.c.
118.434
18.328
100.106
totale
421.451
331.713
89.738
fonte: nostre elaborazioni su dati Movimprese

IL TURISMO: LE PREVISIONI PER IL BIENNIO 2002-2003

L’economia internazionale

La crescita dell’economia mondiale nell’anno in corso non dovrebbe superare il 2,5% per effetto della perdurante situazione di difficoltà in cui versa il Giappone e del basso tasso di sviluppo dell’economia statunitense.

L’economia europea, seppure più in salute di quella delle altre due potenze economiche mondiali, si dovrebbe attestare su un livello di crescita non superiore all’1,5%.

Una significativa ripartenza si avrà nel 2003 per effetto dei buoni tassi di sviluppo che si registreranno nelle economie di Stati Uniti ed Europa.

L’apporto più consistente alla ripresa dell’economia internazionale dovrebbe provenire dalle economie emergenti che si stanno risollevando con rapidità dopo le flessioni registrate nella seconda metà del 2001.

La crescita del prodotto

(variazione % del PIL reale

rispetto all’anno precedente)

2002
2003
Stati Uniti
0.1
3.8
Giappone
-1.0
0.8
Unione Europea
1.5
2.9
Mondo
2.4
3.9
fonte: OCSE e FMI

L’economia italiana

L’economia italiana nel corso del 2002 farà registrare un tasso di crescita piuttosto modesto. Mentre il governo nell’aggiornamento degli obiettivi programmatici indica l’incremento del Pil nel 2,3%, gli istituti di previsione mantengono la crescita entro un range che va dall’1% all’1,5%.

Sotto tono restano i segnali di crescita dei consumi.

La politica fiscale lievemente espansiva dovrebbe permettere un incremento del reddito disponibile delle famiglie ma l’andamento dell’inflazione e la mancanza degli sperati miglioramenti delle ragioni di scambio, dopo il recente nuovo incremento del prezzo del petrolio, potrebbe generare un effetto negativo sui consumi. I consumatori si dimostrano meno ottimisti: a marzo l’indice di fiducia si è nuovamente ridotto. Un ragionevole obiettivo di crescita dei consumi è prossimo all’1,2%.

Previsioni 2002 a confronto (var. % sull’anno precedente)

Tesoro
Prometeia
Ref.Irs
Isae
PIL
2,3
1,3
1,0
1,5
consumi delle famiglie
2,4
1,3
1,1
1,7
investimenti
3,3
2,2
1,1
4,0
tasso di disoccupazione
9,4
9,3
n.d.
9,0

Segnali di ripresa di una certa consistenza si avranno solo a partire dal 2003 quando il Pil dovrebbe far registrare una crescita intorno al 2,5% sostenuta dalle buone performances della domanda interna, in particolare della componente degli investimenti.

La crescita dei consumi delle famiglie programmata dal Governo al +2,3% potrebbe risultare superiore di qualche decimo di punto. La ricostituzione delle scorte fornirà impulsi importanti al tasso di crescita degli investimenti.

Previsioni 2003 a confronto (var. % sull’anno precedente)
Tesoro
Prometeia
Ref.Irs
Isae
PIL
2,2
2,4
2,4
2,8
consumi delle famiglie
2,3
2,4
2,0
2,8
investimenti
2,3
3,9
4,5
5,5
tasso di disoccupazione
9,2
8,8
n.d.
8,5

La crescita dell’economia dovrebbe consentire al tasso di disoccupazione di scendere sotto la soglia del 9%.

Il mercato dopo l’11 settembre

In uno scenario economico che, seppur positivo, non era certo idilliaco, si è collocata la crisi successiva ai tragici eventi dell’11 settembre, che ha prodotto effetti devastanti per il mercato turistico italiano.

Nel solo mese di dicembre 2001 l’Italia ha registrato un crollo del 16% delle presenze dei clienti stranieri rispetto al corrispondente mese dell’ anno precedente.

Presenze dei clienti stranieri negli esercizi alberghieri (migliaia)
2000
2001
D
2001 / 2000
settembre
12.729
12.325
-404
-3,17%
ottobre
8.748
8.314
-434
-4,96%
novembre
4.073
3.785
-288
-7,07%
dicembre
3.502
2.949
-553
-15,79%
settembre – dicembre
29.052
27.373
-1.679
-5,78%
fonte: nostre elaborazioni su dati ISTAT

Il crollo delle presenze ha determinato un più che proporzionale abbattimento della partita attiva della bilancia turistica, che nel mese di dicembre ha fatto segnare una diminuzione degli incassi di quasi il 19%.


Incassi per turismo internazionale (miliardi di lire)
2000
2001
D
2001 / 2000
settembre
6.403
5.979
-424
-6,62%
ottobre
5.141
4.080
-1.061
-20,64%
novembre
3.454
2.734
-720
-20,85%
dicembre
2.688
2.188
-500
-18,60%
settembre – dicembre
17.686
14.981
-2.705
-15,29%
fonte: nostre elaborazioni su dati UIC
Spesa degli italiani per turismo internazionale (miliardi di lire)
2000
2001
D
2001 / 2000
settembre
2.841
2.608
-232
-8,2%
ottobre
2.657
1.818
-838
-31,6%
novembre
2.184
1.739
-445
-20,4%
dicembre
1.884
1.479
-405
-21,5%
settembre – dicembre
9.565
7.644
-1.921
-20,1%
fonte: nostre elaborazioni su dati UIC
Vendita biglietteria aerea (variazioni percentuali 2001 / 2000)
nazionale
internazionale
settembre -2,1% -23,4%
ottobre -11,4% -26,8%
novembre -15,3% -21,9%
dicembre -17,0% -8,3%
fonte: nostre elaborazioni su dati BSP


Non meno dolenti sono stati gli effetti sull’occupazione. Nel periodo che va da settembre a dicembre sono state registrate oltre 55.000 assunzioni in meno rispetto all’anno precedente.

Assunzioni in alberghi e ristoranti
2000
2001
D
2001 / 2000
settembre
58.435
49.381
-9.054
-15,49%
ottobre
71.218
56.073
-15.145
-21,27%
novembre
61.175
45.754
-15.421
-25,21%
dicembre
82.180
66.248
-15.932
-19,39%
settembre – dicembre
273.008
217.456
-55.552
-20,35%
fonte: nostre elaborazioni su dati INAIL

Nonostante questi dati, nonostante l’evidenza dei fatti, la portata della crisi è stata ampiamente sottovalutata da chi avrebbe avuto la possibilità ed il dovere di intervenire in nostro aiuto.

Non possiamo astenerci dal ricordare come, salvo l’azione meritoria di alcuni enti locali, tutti i livelli di governo abbiano di fatto ignorato il segnale di SOS lanciato dal nostro settore.

E’ emblematica, in proposito, la lista dei decreti legge attualmente all’esame del Parlamento o appena licenziati dallo stesso, pubblicata appena qualche giorno fa da un noto quotidiano economico.

Negli ultimi mesi, il Paese ha varato una misura urgente per ogni questione. Si va dalla zootecnia alla pesca, dall’elettricità alla lotta agli incendi, dal trasporto aereo all’autotrasporto, dagli adempimenti comunitari alle infrastrutture.

Come al solito, il turismo è assente, dimenticato, abbandonato a se stesso.

I TEMI CHIAVE

La situazione economica sin qui descritta costituisce la cornice in cui si colloca il rinnovo contrattuale.

A nostro parere, il rinnovo dovrà essere centrato su alcuni temi chiave, in parte citati anche nella vostra piattaforma, rispetto ai quali desideriamo rappresentarvi la nostra posizione.

L’importanza del confronto su tali temi appare fondamentale nella misura in cui sia noi che voi sapremo conferire al nostro negoziato il ruolo guida e di riferimento che gli spetta in ragione della rispettiva rappresentatività nel contesto del settore.


Assetti contrattuali e secondo livello di contrattazione

Anche se su tutta la materia che riguarda la modernizzazione complessiva del mondo del lavoro, il Governo intende adottare una serie di interventi dei quali anche il nostro Contratto non può fare a meno di tener conto, è assolutamente chiaro che rimane un ruolo di persistente centralità della contrattazione collettiva nel funzionamento del sistema di relazioni sindacali.

Essa è ancora oggi la più importante istituzione di regolamentazione dei rapporti di lavoro e in quanto tale rimane la via maestra per la determinazione delle condizioni di lavoro.

Del resto lo stesso Libro Bianco del Governo nell’affermare il principio di sussidiarietà tra l’intervento pubblico e l’attività delle parti sociali, affida al primo una possibilità d’intervento ove le parti non abbiano svolto sufficientemente un ruolo regolatorio.

Viene in sostanza esaltata la funzione della contrattazione collettiva quale strumento regolatore di una corretta competizione tra le imprese.

Negli anni, attraverso la contrattazione di categoria il turismo, pur nella variegata estensione dei comparti che lo compongono, è stato in grado di dare, grazie all’attuale assetto contrattuale, numerose risposte alle esigenze dei lavoratori e delle imprese.

In larga misura l’attuale assetto contrattuale continua a dare risposte positive agli obiettivi prefissi in termini macroeconomici: garantire le retribuzioni in termini reali.

Nel riconfermare l’attuale assetto contrattuale, anche in considerazione delle caratteristiche della maggioranza delle imprese del settore, prevalentemente medio-piccole, occorre anche tener conto che è in atto da tempo una vigorosa spinta verso il decentramento degli assetti della contrattazione collettiva.

Col precedente rinnovo abbiamo voluto dare più significato al ruolo della contrattazione decentrata che nel nostro settore, a parte alcune eccezioni, vuol dire territoriale.

I risultati sono stati positivi anche se la contrattazione di secondo livello non ha trovato applicazioni generalizzate ma la strada intrapresa deve considerarsi quella giusta.

Le regole definite con il CCNL, laddove le parti hanno trovato un comune interesse a negoziare, si sono rivelate adeguate e non è accettabile parlare di esigibilità della contrattazione, quasi che la stessa, in qualche caso, sia stata ostacolata.

Del resto crediamo che nessuno potesse pensare ad una diffusione tout court sul territorio, tali e tante essendo le variabili presenti.

Occorre semmai interrogarsi se è possibile migliorare quanto già è stato fatto, non senza considerare che la mancata contrattazione decentrata ha comunque determinato una minore flessibilità del sistema.

Ma alcune criticità vanno evidenziate, come l’insufficiente incentivazione contributiva, l’erogazione salariale di tipo tradizionale per vischiosità delle prassi precedenti e l’impreparazione " culturale" dei soggetti decentrati (distorto o casuale risulta l’uso di parametri proposti che in larga misura determina una riproposizione dei vecchi premi di produzione, di presenza che nulla hanno a che fare con i criteri introdotti dal Protocollo).

Certamente rafforzare la contrattazione decentrata può consentire di rendere più flessibile la struttura della retribuzione. L’interesse infatti non è quello di ridurre i salari, ma l’incidenza della parte fissa dei salari.

Le imprese sono disponibili ad affrontare questo percorso che potrebbe avere un effetto di parziale regolamentazione del mercato ma non possono accettare che questo livello di contrattazione produca effetti di sommatoria sulla dinamica complessiva delle retribuzioni.

E tuttavia poiché l’esperienza ci ha dimostrato che è necessario stabilire un rapporto di coerenze tra il livello nazionale e quello decentrato è altrettanto auspicabile che il processo di decentralizzazione si sviluppi in maniera efficace: a tal fine è necessario un adeguato coordinamento (decentramento coordinato della contrattazione).

In questo contesto può essere esaminata la sperimentazione di introdurre “norme leggere” inserite all’interno dei contratti collettivi nazionali di lavoro, sotto forma di clausole che rinviino alla contrattazione di secondo livello, pur prefigurando il conseguimento di obiettivi predeterminati e preconcordati, costituendo un insieme minimo di regole semplici e chiare, nel cui ambito trova esplicazione tale livello negoziale.

Dobbiamo ricercare soluzioni metodologiche innovative che, pur ribadendo i trattamenti minimi inderogabili, ripongano fiducia nei confronti della libera ed effettiva contrattazione tra le parti individuali e collettive.

In questa ottica deve essere attentamente esaminata la possibilità di recuperare il ruolo del contratto individuale in deroga rispetto alle sole condizioni collettive, anche individuando meccanismi di certificazione della volontà individuale da affidare esclusivamente a Commissioni delle parti sociali e composte dalle stesse (c.d. derogabilità assistita).

E’ necessario pertanto che vi sia il rispetto delle regole, una volta che le stesse sono state definite nel CCNL, evitando duplicazioni di materie già ; definite o la trattazione di altre non previste, abbandonando la logica dei premi fissi perché in contraddizione con i presupposti fondamentali del Protocollo di luglio del 1993 ed attivandosi congiuntamente nei confronti del Governo perché attraverso gli strumenti della decontribuzione si creino le condizioni più favorevoli per lo sviluppo del secondo livello, in un quadro di convenienze reciproche.

Bilateralità

Il tema della bilateralità, che le parti stipulanti questo CCNL, individuarono sin dal 1986, costituisce un elemento di grande sviluppo del confronto.

Nel tempo a questi enti sono state affidate funzioni che hanno sicuramente contribuito, in alcuni casi non senza alimentare qualche conflitto, a far decollare il sistema.

Le parti si sono "conosciute" meglio a livello territoriale, realizzando anche esperienze di confronto positive.

Gli enti sono stati utili per far conoscere meglio il settore sia agli stessi protagonisti del settore, imprese e lavoratori, sia ai soggetti terzi che interagiscono con il sistema turistico.

Pur non rientrando negli specifici compiti, essendo strumenti essenzialmente al servizio delle parti sociali, hanno tuttavia, in qualche caso, offerto un punto di riferimento per la contrattazione di secondo livello.

A nostro avviso il confronto negoziale su questo tema dovrebbe riguardare innanzitutto una riprecisazione dei compiti e delle funzioni già affidate agli enti, quali ad esempio il sostegno al reddito, lo sviluppo di un sistema di incontro domanda ed offerta, quasi per nulla attuati.

Per quanto riguarda la proposta di affidare agli enti bilaterali la sperimentazione di erogazioni salariali, esprimiamo la nostra ferma contrarietà, ritenendo che snaturerebbe l’essenza stessa degli enti, nati per essere un supporto operativo delle parti sociali e non loro sostituti.

Più in generale, vista l’ormai diffusa capillarizzazione degli enti bilaterali su tutto il territorio, andrebbe a nostro avviso definito il sistema, la rete della bilateralità anche valutando la possibilità ; di un collegamento organico tra gli enti territoriali e l’ente nazionale.

Occorre dare attuazione al sistema di riscossione che le parti sin dall’inizio avevano individuato come il più opportuno nel presupposto che, attraverso una migliore allocazione delle risorse che riguardi sia il territorio che il centro, l’adozione di standard minimi comuni di servizi, sia possibile dare completa attuazione alle funzioni proprie del sistema degli enti.

Ciò con l’obiettivo di realizzare tutte le economie di scala possibili e soprattutto valorizzare le finalità previste tra le quali basti soltanto pensare ad azioni formative di sistema o dedicata a imprese o gruppi di imprese – anche su loro proposta, alla strutturazione di un sistema permanente di analisi dei fabbisogni del settore, alla definizione di un meccanismo efficiente di domanda ed offerta di lavoro.

In questo ambito, dovremo valutare insieme le sinergie che sarà possibile sviluppare tra la rete degli enti bilaterali ed il nuovo sistema delle fondazioni per la formazione continua.

Inoltre poiché il disegno di legge delega sul mercato del lavoro punta molto sul ruolo degli enti bilaterali, giungendo anche ad assegnare ad essi una funzione certificatoria, riteniamo utile anche su questo aspetto avviare, nel corso del negoziato, una riflessione per valutarne il possibile interesse del settore.

Giustamente avete sottolineato, nel vostro documento, la relazione esistente tra competitività e qualità del servizio.

E’ interesse delle imprese disporre di personale preparato ed in grado di rispondere alle diverse esigenze che via via si presentano.

A questo fine il tema della formazione assume rilevanza cruciale per tutto il settore, che ha nella qualità l’arma migliore per conquistare ulteriori spazi sul mercato.

La positiva esperienza fin qui realizzata attraverso il sistema della bilateralità costituisce un punto di riferimento per le prospettive future in tema di formazione continua e di riqualificazione del personale, anche ai fini della certificazione di qualità degli interventi formativi.

Una corretta rilevazione dei fabbisogni delle imprese è alla base dell’opera di indirizzo che deve essere svolta dalle parti in questa materia, in un’ottica di garanzia della qualità e degli standard minimi.

Il saper fare non può essere automaticamente fonte di sviluppo di carriera ma certamente rappresenta un’opportunità importante per i lavoratori ed una risorsa per tutto il sistema delle imprese.

Apprendistato

In merito all’apprendistato, la nostra riflessione è anzitutto rivolta alla necessità di rivedere anacronismi che risalgono a cinquanta anni fa e portano i segni del tempo in cui è nata la disciplina dell’istituto, per soddisfare le esigenze relative alle qualifiche di basso livello dell’industria e dell’artigianato.

In tale ambito, meritano di trovare spazio alcune considerazioni di carattere generale, relative alla disciplina del rapporto di lavoro per gli apprendisti maggiorenni, all’esigenza di elevare il limite di età entro cui è consentito lo svolgimento dell’apprendistato, alla necessità di liberare l’istituto dai vincoli burocratici entro i quali oggi è costretto.

Analogamente si avverte l’esigenza di ripensare le modalità di svolgimento della formazione, oggi rigidamente ancorate al modello tradizionale, basato sull’aula e sulla lezione frontale.

In tale contesto va rilanciata e considerata anche l’attività di formazione che può essere svolta dall’impresa.

Senza scappatoie e debitamente certificata, dando un ruolo sempre più importante alla figura del tutor aziendale.

Dobbiamo fare tesoro dell’esperienza che abbiamo maturato con il progetto Verso il 2000.

Grazie all’impegno delle parti sociali, è stato possibile superare notevoli difficoltà legate ad una burocrazia ancora imperante, all’ assoluta mancanza di banche dati, e, perché no, anche ad un certo scetticismo delle imprese e dei lavoratori.

Un’ulteriore riflessione va dedicata al propagarsi di una corrente di pensiero che tende a negare condizioni di legittimità e di operatività allo svolgimento dell’apprendistato in cicli stagionali.

Si tratta di un’interpretazione classista dell’istituto, che noi rifiutiamo con forza.

Abbiamo ascoltato in più di una occasione interessanti teorizzazioni sul diritto all’apprendimento e sul ruolo della formazione quale strumento di politica attiva del lavoro.

Ma, a quanto pare, si tratta di divagazioni buone solo per i convegni, se viene negato ogni diritto di cittadinanza proprio alle imprese ed ai lavoratori più esposti alle turbolenze del mercato, vietando l’accesso ad una effettiva ed importante possibilità di formazione.

Ed è singolare che questa posizione venga in qualche modo ispirata dai livelli regionali di governo, per causa della loro incapacità di predisporre un’offerta formativa adeguata alle esigenze delle imprese e degli apprendisti stagionali.

Noi riteniamo che questa sia una risposta sbagliata. Noi riteniamo che la strada da seguire sia un’altra, fondata sullo svolgimento della formazione durante il periodo di bassa stagione.

Ulteriori questioni relative all’apprendistato riguardano materie di stretta competenza contrattuale, come – ad esempio – la disciplina del numero di apprendisti che è possibile assumere in ogni singola impresa, nonché il rapporto retributivo tra apprendista e lavoratore qualificato.

Inoltre, ricordiamo che alcuni mesi fa, in occasione della definizione dei contenuti tecnici dell’offerta formativa, l’Isfol e il Ministero del Lavoro ci hanno in un certo senso sfidato a rivedere i criteri adottati dal CCNL Turismo per definire l’impegno formativo richiesto in relazione al titolo di studio.

Lavoro a tempo determinato

Il decreto legislativo n. 368, in vigore dal 24 ottobre 2001, stabilisce i principi generali ed i requisiti minimi per la stipulazione di contratti a termine, semplificando a razionalizzando il quadro normativo e ponendo la legislazione italiana al livello di quella esistente negli altri paesi europei.

Il decreto abroga e sostituisce pressoché integralmente la precedente disciplina in materia di contratti di lavoro a tempo determinato.

Le innovazioni non riguardano unicamente la legge in senso stretto.

Anche le norme dei contratti collettivi di lavoro che, a partire dal 1987, avevano regolato la materia, risultano in massima parte superate o, comunque, da ridefinire alla luce della nuova disciplina.

Il decreto legislativo n. 368 del 2001 richiama in numerose occasioni la contrattazione: si registrano ben nove rinvii alla contrattazione collettiva, accompagnati dalla chiamata in causa di ben cinque diverse tipologie di contratti collettivi, ciascuna delle quali è titolare dell’una o dell’altra competenza.

Ulteriori questioni da trattare riguardano il lavoro extra, i contratti a termine con lavoratori studenti e il contratto di inserimento:

Attinente alla disciplina del lavoro a tempo determinato è la incerta definizione dei rapporti di lavoro stagionali, da cui deriva la esigenza di meglio precisare il campo di applicazione di alcuni istituti.

Infine, non può essere dimenticato come la disciplina contrattuale relativa al settore turismo avesse disciplinato congiuntamente il lavoro a tempo determinato ed il lavoro temporaneo.

Si renderà anche in questo caso necessaria una riflessione tesa a valutare se sia opportuno confermare, per quanto possibile, una disciplina comune ai due istituti.

Lavoro a tempo parziale

Secondo i dati forniti dal Ministero del lavoro – contenuti nel Libro bianco sul mercato del lavoro in Italia – il nostro paese è terzultimo, fra i quindici, in ragione di utilizzo del contratto di lavoro a tempo parziale, superato solo dalla Grecia e dalla Spagna.

Nei paesi dove questa tipologia di rapporto di lavoro è maggiormente diffusa, i tassi di disoccupazione sono prossimi alla percentuale cosiddetta “frizionale” o fisiologica.

La strategia per aumentare il tasso di occupazione della popolazione in età da lavoro ha un suo tassello importante nell’incentivazione del lavoro a tempo parziale.

Le imprese turistiche fanno notevole ricorso al part time, ma ancor più potrebbero farne se la disciplina del rapporto fosse maggiormente rispondente alle esigenze strutturali del lavoro nel settore.

Sul fronte contrattuale ricordiamo, ad esempio, la necessità di ampliare le fasce e di incrementare il monte ore destinato al lavoro supplementare.

Le recenti innovazioni legislative apportate dal decreto n. 61 del 2000 e dalle successive disposizioni modificative, hanno delineato un lavoro a tempo parziale non rispondente alle aspettative delle imprese turistiche.

La farraginosità del ricorso alle clausole elastiche, l’ impossibilità di ricorrervi per mutare il “quantum” della prestazione lavorativa, la facilità di azione della clausola di denuncia del patto rendono poco attrattivo il ricorso a questa opzione.

Ci troviamo di fronte al paradosso di una normativa nata per agevolare il ricorso ad una tipologia di rapporto di lavoro che – volutamente – ne rende difficoltoso e problematico l’utilizzo.

Stando al recente rapporto di monitoraggio del Ministero del Lavoro, il contributo dato dai rapporti di lavoro a tempo parziale alla variazione percentuale dell’occupazione in questo anno è stato nullo.

Significa che l’obbiettivo principale della nuova normativa, incrementare il ricorso al part time è fallito: ciò deve farci riflettere.

Tutto l’impianto normativo del decreto n. 61 risente di un approccio lontano alla caratteristiche del lavoro nel Turismo e mortifica i risultati raggiunti dalla contrattazione collettiva nazionale ed integrativa.

Crediamo che sia necessario ridare slancio allo strumento agendo su tutte le leve che la legge riserva alla contrattazione per favorire il ricorso ad una forma di lavoro che rappresenta in molti casi un valido punto di equilibrio tra le esigenze dell’attività d’impresa e le aspettative del prestatore di lavoro.

Nell’intraprendere questo percorso negoziale, ci sembra opportuno indicare come punto di partenza l’esame dei problemi rimasti sul tappeto nel corso della stesura del precedente contratto nazionale.

Disciplina dell’orario di lavoro

L’essenza di ogni attività turistica è il servizio reso da una persona ad un’altra persona.

Solo orientandosi verso una qualità totale del servizio si riesce a esprimere un valore aggiunto per il cliente.

L’enfasi che tutto il settore ritiene opportuno dare alla qualità dell’offerta turistica, che credo tutti condividiamo, richiede un attento esame di tutte le caratteristiche attinenti alla prestazione lavorativa degli addetti.

Un aspetto di primaria importanza è quello dell’orario di lavoro.

Le imprese turistiche arrivano ad essere attive 24 ore su 24. In ogni momento della giornata esse devono erogare un servizio che incontri le aspettative della clientela, se ciò non fosse, si sarebbe perso gran parte del significato del nostro lavoro.

Ecco perché crediamo opportuno dedicare grande attenzione all’ aspetto della quantificazione e della distribuzione dell’orario di lavoro.

Riteniamo opportuno proseguire nel percorso intrapreso di potenziamento e semplificazione dei sistemi di flessibilità dell’orario di lavoro.

Dobbiamo domandarci se il sistema di flessibilità dell’orario di lavoro ha funzionato, e in caso contrario, quali sono state le cause del mancato funzionamento o dello scarso utilizzo.

Noi crediamo che vi sia un forte bisogno di articolazione dell’orario di lavoro, ma vediamo che questo bisogno stenta ad incanalarsi nei sistemi di flessibilità previsti dal contratto.

Dobbiamo rendere tutto più semplice e più fruibile, se vogliamo creare degli strumenti che vengano utilizzati.

La materia merita di essere considerata tenendo conto del processo di recepimento della direttiva europea n. 104 del 1993.

Le deroghe previste dalla direttiva n. 104 per le imprese del settore Turismo possono fornirci alcuni spunti per trovare soluzioni adeguate, su base contrattuale, per una modulazione della prestazione lavorativa che accresca l’efficienza del sistema.

La possibilità di riconsiderare le soluzioni che il legislatore italiano ha adottato in merito al lavoro notturno costituisce inoltre uno spunto utile per completare le riflessioni avviate durante la stesura del testo contrattuale.

Il nostro comune obbiettivo deve essere quello di creare un quadro di riferimento estremamente duttile e tale da offrire soluzioni praticabili a fronte delle domanda di flessibilità originata dalle particolari condizioni di esercizio dell’attività turistica.

Per fare questo riteniamo indispensabile guardare ai diversi aspetti del problema con una certa dose di pragmatismo, senza rimanere prigionieri di posizioni precostituite.

La classificazione del personale

Uno dei motivi per cui un contratto nazionale trova giustificazione risiede nell’esigenza di formalizzare la scala dei valori professionali in relazione alle specifiche attività svolte, realizzando uno strumento di certezza non solo per i lavoratori ma anche per le aziende, le quali devono poter ritrovare in esso elementi di riferimento coerenti con la propria organizzazione.

Sappiamo tutti quanto la definizione di questo strumento sia complessa e quali riflessi, in termini organizzativi e di costo, possa comportare.

Non a caso gli interventi in questa materia sono sempre stati attenti e limitati, anche a fronte di suggestioni tese a ripensare integralmente l’ assetto classificatorio alla luce di nuove modalità di valutazione della professionalità, che peraltro tengono più in conto il saper fare che le effettive realtà organizzative.

Questa logica ha permesso di realizzare un sistema complesso, in quanto articolato per i diversi settori cui si applica il contratto, ma che ha dato prova di una sostanziale tenuta e di una sufficiente flessibilità.

Nondimeno bisogna rilevare come non sempre l’evoluzione sviluppatasi in questi anni nei processi organizzativi delle aziende trovi riscontro nelle professionalità descritte nelle norme contrattuali con riferimento a lavoratori operanti in contesti tradizionali e non coinvolti da fenomeni di standardizzazione.

Vi sono figure professionali – peraltro ancora presenti nell’ambito del settore – cui vengono richieste, e riconosciute nell’inquadramento, capacità nettamente diverse da quelle necessarie nell’ambito di realtà che si sono adeguate alle particolari esigenze emerse dal mercato e i cui lavoratori non sempre sono riconoscibili – con le loro caratteristiche – nei profili contrattuali.

A nostro avviso non dobbiamo riscrivere il sistema classificatorio.

Siamo però dell’opinione che sia utile ed opportuna una attenta e mirata analisi tendente alla collocazione di nuove figure professionali nell’ambito dell’attuale impianto di classificazione: sono nate nuove figure, insieme ad interi settori che prima non esistevano (penso ad esempio alla ristorazione veloce); l’evoluzione dei processi organizzativi ha determinato la ricomposizione di una molteplicità di mansioni in capo allo stesso lavoratore.

Vanno precisati i contenuti delle mansioni di alcune figure; prima la loro tipicità aveva fatto sì che il nome fosse sufficiente alla loro individuazione, ma ora bisogna evitare confusioni con i lavoratori operanti nelle nuove tipologie aziendali o in diversi modelli organizzativi.


Retribuzione e costo del lavoro

All’incremento salariale richiesto – con il quale si vorrebbe tener conto anche del recupero della produttività, che le realtà che hanno realizzato il secondo livello di contrattazione hanno già scontato, di intesa con voi – si aggiungono poi altri oneri, quantificati o meno, sulle diverse partite da voi sollevate, quali la riparametrazione, l’assistenza integrativa e le diverse richieste di carattere normativo.

Ne deriva un insieme che comporta preoccupazione e che appare al di fuori di un quadro di compatibilità.

Siamo nondimeno disponibili ad approfondire con voi, nel contesto del negoziato, tutte le materie che potranno comportare oneri di natura economica, fiduciosi che comportamenti responsabili permetteranno di raggiungere punti di equilibrio coerenti con le dinamiche prospettate dal ricordato Protocollo del 23 luglio 1993.

In tale contesto dovremo anche affrontare alcune questioni concernenti il rapporto tra le diverse maggiorazioni, i periodi utili per la maturazione dei vari istituti, la riduzione di paga base delle aziende minori, nonché una valutazione in ordine agli scatti di anzianità.

Il Protocollo del 23 luglio 1993 ha garantito per quasi dieci anni un assetto delle relazioni sindacali sostanzialmente non conflittuale, assicurando un sistema di regole per i rinnovi contrattuali ragionevole e condiviso.

Anche noi riteniamo che le linee guida di tale accordo debbano ancora costituire un punto di riferimento per la nostra trattativa, ma non riusciamo a comprendere come, in questo contesto, trovino giustificazione le cifre da voi evidenziate.

* * *

A questi temi, che a nostro avviso costituiscono l’ossatura strategica del rinnovo contrattuale, si aggiungono ovviamente ulteriori questioni specifiche di seguito riepilogate: periodo di prova, ferie non godute, permessi e congedi, conservazione del posto (modificare le modalità di calcolo del periodo di comporto), aspettativa (precisare che spetta una sola volta nel corso del rapporto),sostituzione maternità, sanzioni disciplinari, recesso (prevedere forme di comunicazione alternative alla raccomandata), permessi durante il periodo di preavviso (precisare che si tratta di permessi non retribuiti), recesso prima del termine (rendere effettiva la possibilità di indennizzo per il datore di lavoro), prolungamento delle ferie (ampliare il periodo e estendere ad altre ragioni), norme per la ristorazione collettiva (protocollo appalti e cambi di gestione), vitto e alloggio (aggiornare in misura significativa i valori), lavanderia (determinare il prezzo dovuto dal dipendente per il lavaggio degli abiti da lavoro).

In termini operativi, il confronto potrebbe essere avviato svolgendo 6 sessioni di lavoro, ciascuna delle quali dedicata ad uno dei seguenti temi: il mercato del lavoro, l’orario di lavoro, il secondo livello, la bilateralità , la classificazione, i costi.

Nel manifestare conclusivamente la nostra disponibilità per un confronto leale e sincero vi cediamo la parola per le prime valutazioni che vorrete svolgere in ordine al prosieguo dei lavori. Vi ringraziamo per l’ attenzione.