Documento del Comitato Direttivo CGIL sulla Direttiva europea Bolkestein, 14 dicembre 2004

DOCUMENTO DEL COMITATO DIRETTIVO DELLA CGIL SULLA
DIRETTIVA EUROPEA BOLKESTEIN

Nel gennaio del 2004 la Commissione Europea ha presentato una proposta di direttiva sui servizi nel mercato interno che in questi giorni comincia il suo iter al Parlamento Europeo, dopo essere stata esaminata dal Consiglio. Scopo della direttiva è quello di creare un quadro legislativo "per eliminare ogni ostacolo alla libertà di movimento e stabilimento dei servizi", per il rafforzamento del mercato interno intersettoriale. Tale direttiva dovrebbe inoltre essere considerata come uno dei tasselli fondamentali del processo lanciato con il Consiglio di Lisbona che prevede come obiettivo quello di “trasformare la UE, entro il 2010, nell’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo”, per far ciò dichiara “l’indispensabilità di realizzare un vero mercato interno dei servizi” ed in tal senso le autorità europee invitavano la Commissione e gli stati membri ad “attuare una strategia volta ad eliminare gli ostacoli alla libera circolazione dei servizi”.
In realtà la bozza di direttiva non rappresenterebbe l’attuazione di quel principio. Anzi: occorre affermare che non esiste rapporto tra quanto deliberato a Lisbona ed i contenuti della Direttiva; o meglio che si può attuare Lisbona aumentando e generalizzando nella nuova Europa la qualità dei servizi consolidando il modello sociale europeo.
La Direttiva invece snatura il modello sociale mettendo in luce anche in questo campo la contraddizione tra i principi ed i valori che caratterizzano il Trattato costituzionale dell’Unione Europea e gli strumenti attuativi che li snaturano.
Infatti dopo Lisbona quell’ ‘idea sbagliata di competitività e di mercato rischia di segnare negativamente l’allargamento della UE a 25 paesi. Ciò sta snaturando il modello europeo facendo prevalere le logiche economicistiche e di mercato, supplendo alla mancanza di una strategia comune di rilancio dello sviluppo e di investimenti adeguati, con la riduzione della qualità ed in ultima analisi delle stesse prestazioni dei servizi di interesse generale.
Se la competizione generale divenisse il fine, la molla, anche i beni comuni (acqua, salute, educazione, protezione sociale, diritti del lavoro) sfuggirebbero alla loro funzione di carattere fondamentale di uno stato sociale.
Lo scopo dichiarato della Direttiva al suo articolo 1 è quello di “stabilire le disposizioni generali che permettono di agevolare l’esercizio della libertà di stabilimento dei prestatori di servizi nonché la libera circolazione dei servizi stessi”.
Tali obiettivi definiscono la libertà di mercato interno dei servizi; proprio in tale quadro la direttiva si pone come obiettivo quello di eliminare gli ostacoli normativi, di disposizioni e di relazioni che si frappongono al raggiungimento del risultato della libera circolazione dei servizi e della libertà di stabilimento tra gli stati.
Il giudizio della CGIL è netto: la bozza di Direttiva, se approvata, rappresenterebbe per i contenuti che esprime e per gli strumenti che adotta, un pericoloso ed inaccettabile attacco al modello sociale europeo ed al sistema dei diritti sociali, civili e del lavoro esistenti nei singoli Stati membri, peraltro già, come nel caso italiano, pesantemente messi in discussione dalla politica del Governo.
Non esiste, per volontà della stessa Commissione, a livello europeo una nozione comune di servizi pubblici, né di servizi di interesse generale, né di servizi ad interesse economico generale; ciò non agevola la costruzione di un punto di vista comune, né la necessaria ricerca di punti di armonizzazione tra le varie normative nazionali.
Si nega la possibilità di definire un quadro positivo di regole, qualità, standards comuni in un settore come quello dei servizi che rappresenta circa il 70% del PIL dell’UE, mentre la stessa Commissione sta invece intervenendo sui servizi sociali, sugli aiuti allo stato, sugli appalti pubblici di servizi, sulla partnership pubblico privato.
Tale mancanza, unitamente ad una pericolosa ambiguità e vastità nella definizione dell’area di applicazione della Direttiva, fa sì che non vi siano chiare e complete aree di servizi esclusi dal campo di applicazione della Direttiva, né quelle dei servizi pubblici né quelle dei servizi privati. Ciò da un lato rischia di mettere in discussione le regolamentazioni di settore a livello europeo e determina l’estensione del principio della commercializzazione dei servizi comuni di interesse generale assumendo in tale senso il principio del mercato e della concorrenza in aree come quelle dei servizi alla persona (sanità; istruzione, assistenza; sicurezza del lavoro) caratterizzate dai valori dell’universalità, accessibilità, uniformità delle prestazioni che sono a base dei sistemi di Welfare State oltre che principi distintivi della stessa Costituzione del nostro paese.
La Direttiva adotta due strumenti principali per affermare l’obiettivo della libera circolazione dei servizi e della libertà di stabilimento: il principio del paese di origine; la nuova disciplina del distacco dei lavoratori.
In base al principio del paese di origine, fino ad oggi applicato in Europa solo nel campo del commercio elettronico e dei servizi finanziari, un fornitore di servizi che presta la sua attività di fornitura di un dato servizio in un paese membro, non è soggetto alla disciplina del servizio che vige nel paese dove presta servizio, bensì solo a quella del paese dal quale proviene. Tale principio rappresenta una pesante manomissione dei sistemi di protezione sociale, dei diritti dei cittadini ad avere servizi di qualità, uniformità di prestazioni. Il principio del paese di origine rappresenta anzi un incentivo alla delocalizzazione delle imprese alla ricerca di Stati nei quali i livelli di Welfare State ed i sistemi dei diritti sociali siano più arretrati, determinando fenomeni di dumping sociale e di alterazione del principio della concorrenza. La CGIL respinge tale principio che, unitamente alla devolution, significherebbe la manomissione dei principi costituzionali oltre che un pesante intervento demolitorio del sistema di protezione sociale italiano già pesantemente messo in discussione dal Governo. Ma lo stesso principio del paese di origine ha dei confini di applicabilità molto labili che possono determinare un pesante attacco al sistema delle clausole sociali, alle relazioni sociali basate sulla contrattazione collettiva, alle stesse regole del mercato del lavoro, alla qualità ed alle modalità di offerta dei servizi sanitari, alla garanzia di impatto ambientale attraverso la generalizzazione piena del principio del silenzio assenso.
Non si può nascondere, oltretutto, che il principio del paese d’origine sta suscitando in Europa una lettura xenofoba del processo dell’allargamento vissuto come una occasione di dumping economico e sociale.
In base alla nuove regole sul distacco dei lavoratori, i controlli e le relative sanzioni in caso di inadempienza, sulla reale equiparazione contrattuale, normativa e legislativa dei lavoratori stranieri distaccati dal fornitore di servizi in un paese membro diverso da quello di origine, possono essere effettuati solo a cura dei paesi di origine. Con tale disciplina, che modifica pesantemente la precedente normativa europea recepita nel nostro paese, si determina una ulteriore rottura del principio di uguaglianza dei diritti del lavoro e la pesante manomissione del sistema dei controlli portata vanti dal Governo. Lo stesso principio della salute e sicurezza del lavoro, verrebbe ulteriormente manomesso dopo il recente provvedimento governativo.
Sulla base di tali contenuti con la Direttiva Bolkestein non solo il modello sociale europeo verrebbe stravolto e manomesso, ma la stessa UE diverrebbe unica protagonista in negativo nei negoziati GATS in ordine alla totale commerciabilità dei servizi alla persona e dei beni comuni: è prossimo all’uscita un dossier europeo sull’acqua ed i servizi di produzione e distribuzione.
Le iniziative di denuncia e di mobilitazione delle quali sono state protagoniste le federazioni unitarie della Funzione Pubblica (FSESP) in Europa, le federazioni unitarie degli Edili e il tavolo di dialogo sociale in Europa sempre degli stessi Edili, la FERPA, le posizioni della categoria del commercio, le prime posizioni della CES. Il movimento di protesta diffuso nella società civile europea e italiana contro la Direttiva a partire dal Forum Sociale di Londra e le iniziative degli Studenti, le iniziative di contrasto di alcuni Stati ed Enti Locali, le perplessità di alcune associazioni datoriali, hanno determinato un rallentamento dell’iter della Direttiva ed un primo ripensamento, peraltro da verificare, su obiettivi e strumenti della Direttiva stessa.
La mobilitazione deve continuare contro una Direttiva iniqua, socialmente pericolosa che crea dumping sociale ed impoverimento dei fruitori dei servizi.
Non è in discussione il mercato interno dei servizi e delle professioni che può e deve essere sostenuto attraverso interventi settoriali mirati e che possono aiutare a salvaguardare i caratteri sociali, ma è in discussione il come questo fine viene perseguito dalla Direttiva.
Per questo il CD della CGIL ritiene indispensabile:

    • L’estensione delle iniziative unitarie di categoria e confederali che generalizzino la conoscenza sui contenuti della Direttiva e sulle conseguenze nel nostro paese suscitando l’attenzione e la mobilitazione necessaria;
    • L’invito alle categorie ad attivare i necessari confronti unitari a livello nazionale ed europeo per pervenire a posizioni comuni ed ad iniziative di pressione e contrasto;
    • La ferma richiesta alla CES di una forte iniziativa di pressione verso il Parlamento Europeo e la nuova Commissione contro la Direttiva stessa, non escludendo momenti coordinati di iniziativa a questo scopo;
    • L’attivazione di un confronto, sulla scorta di quanto già fatto, con le assemblee elettive, europee e nazionali per formalizzare la posizione sindacale, tenendo presente che ad essere attaccato è proprio il potere degli Stati nazionali e degli enti locali di decidere, in proprio e davanti ai propri elettori, le politiche che riguardano i servizi;
    • La richiesta al Governo italiano di esprimere posizioni di merito sulla Direttiva, mettendo in risalto le pesanti conseguenze che si determinerebbero nel nostro paese.

martedì 14 dicembre 2004