“DL” «Non faremo i numeri 2»

23/04/2007
    domenica 22 aprile 2007

    Pagina 6 – Interni

      Letta avvisa la Quercia
      "Non faremo i numeri 2"

        Veltroni e Rutelli: ce l´abbiamo fatta. Ovazione per Bindi

          SILVIO BUZZANCA

          ROMA – «Se hai paura di fare una cosa non farla, ma se vuoi farla non avere paura». Rino Piscitello scova un detto mongolo per chiudere il suo intervento al congresso della Margherita e incitare a farlo questo benedetto Partito democratico. Siamo arrivati al secondo giorno e regna sovrana la citazione. Una vera e proprio gara a trovare la frase migliore, la metafora più azzeccata. Un crescendo che tocca l´acme quando il ministro Paolo Gentiloni assicura che «il Pd oggi può apparire un ranocchio, ma vi assicuro che al suo interno nasconde un principe». Applausi a non finire. Come l´ultimo che alla 21,29 sancisce il via libera della Margherita alla fase costituente del Pd.

          Tanto citare serve un po´ a riempire lo spazio delle trattative dietro le quinte su quanto pesano le "correnti" e le "sottocorrenti, su come eleggere i gruppi dirigenti di un partito che sta per sciogliersi. Ma non c´è un vuoto di politica o un dibattito finto. Si mandano messaggi ai Ds, si discute con ardore fra cattolici democratici e teodem, gli ulivisti espongono le loro ragioni. Mandare un messaggio ai Ds. All´altra metà del Pd, tocca ad Enrico Letta che avverte: «Noi della Margherita nel Pd non dobbiamo candidarci ai posti di numero due: se accettiamo la logica dello scontro tra Ds e Dl per ogni incarico, inevitabilmente saremo vice sindaci, vicepresidenti». E se i delegati in sala e quelli di Firenze non avessero capito il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ribadisce che «no, dobbiamo candidarci con autorevolezza a governare: non siamo qui perché abbiamo ambizioni basse».

          Scende dal palco è raccoglie l´abbraccio di un Veltroni entusiasta. «Bravissimo. – gli dice – La cosa bella è che diciamo veramente le stesse cose. Qui e a Firenze parliamo lo stesso linguaggio». E rivolto a Francesco Rutelli commenta soddisfatto: «Ce l´abbiamo fatta». Anche Rutelli è contento. A parte alcuni titoli di giornali sul suo no all´adesione al Pse. Così prende la parola e spiega: «Collaboriamo in Italia nel centrosinistra, non avrebbe senso. Noi abbiamo detto mai nel Pse, ma abbiamo confermato il proposito di collaborare col Pse».

          Poi lascia il palco agli altri. Se ci fosse modo di verificare l´indice di gradimento la vittoria andrebbe invece a Rosy Bindi. Che parla del dovere di «stare dalla parte dei giovani, delle famiglie e degli anziani, così come degli immigrati e in generale delle parti più deboli del paese». Un modo per difendere i Dico e attaccare i teodem. Cita la Costituzione per dire che «la famiglia non può mai essere come scelta di vita un impedimento al riconoscimento dei diritti della persona». Afferma che «la laicità va difesa dalla tentazione sia del laicismo che del clericalismo». Invita tutti i cattolici «a superare la tentazione del clericalismo che vuol dire imposizione di valori».

          La replica più piccata arriva da Luigi Bobba. «Non vorrei esse considerato uno scolaretto a cui si danno lezioni di laicità dalla cattedra del cattolicesimo democratico», dice l´ex presidente delle Acli. «Non basta esibire i santini della laicità e della mediazione. Né mi interessa misurare l´indice di laicità con un metro che nessuno conosce», conclude Bobba. Più pacato l´intervento della Binetti che rivendica: «Non credo di essere intollerante, e neppure mi piace essere tollerata. Mi piace sentirmi integrata, non integralista».

          Infine ci sono gli ulivisti. Arturo Parsi in primo luogo. Uno dei padri, ora scontento, del Partito democratico si rammarica di non avere presentato la mozione ulivista, impedendo agli «iscritti la possibilità di una scelta, la necessità del confronto, l´obbligo della conta su ragioni nitidamente politiche». Il ministro attacca a fondo i punti oscuri del tesseramento, il correntismo, gli organigrammi decisi a tavolino. Ma alla fine conclude che il Pd, «la nave che abbiamo ormai messo in mare per trasportare nel futuro le nostre speranze, non ha alternative». Trova qualche applauso, qualche fischio. Nulla di più. La platea è tiepidanon contesta neanche l´altro l´ulivista Franco Monaco che parla di «rigonfiamento patologico delle tessere».