“DL” Marini: mani libere sulle future alleanze

23/04/2007
    lunedì 23 aprile 2007

    Pagina 8 – Primo Piano

    LA SVOLTA
    CAMBIA LO SCENARIO

      Marini: mani libere sulle future alleanze

        Retroscena
        Il presidente del Senato all’attacco

          FABIO MARTINI
          ROMA

            Si è capito subito che avrebbe parlato da uomo di partito, lo si è capito da quel tono confidenziale dell’incipit: «Care amiche e cari anche… gli uomini, va’!». Da 11 mesi Franco Marini è presidente del Senato, ma per un giorno se ne è dimenticato e nel giorno conclusivo del congresso della Margherita non si è limitato a un saluto da seconda carica dello Stato. Ha pronunciato un vibrante discorso di parte, scandito da «noi» (riferito agli ex popolari) e attraversato da una rivendicazione di fondo: la Margherita entra nel partito democratico perché l’ho voluto io. Rivendicazione espressa con metafora per metà classica e per metà automobilistica: «Ora che abbiamo passato il Rubicone del partito democratico, non serve ripercorrere indietro la responsabilità di chi ha frenato. E badate che non parlo per me, perché se io freno, freno bene… Ed è difficile andare avanti se tengo il freno tirato!». Come dire: senza il mio assenso il partito democratico non sarebbe mai nato.

            E Marini è un «papà» che vorrebbe entrare nella nuova casa con tutta la sua famiglia politica: «Nessuno pensi che in una futura storia noi possiamo accontentarci di una citazione di Sturzo o di un inchino a De Gasperi. Nel partito democratico ci entriamo con le nostre idee, con tutta la nostra storia». Un discorso capovolto rispetto a quello dell’altro «papà di partito», Massimo D’Alema, che a Firenze si era pubblicamente rimproverato per il ritardo dell’intuizione, non si è ricandidato alla presidenza Ds, ha sposato il «popolo dei gazebo». Ma proprio sulla concezione identitaria espressa da Marini, su quella sua idea di costruire nel Pd una corrente cattolico-democratica, di fatto è entrato in crisi il patto tra i Popolari (i «vecchi» Marini-Castagnetti e il trio dei «giovani» Franceschini-Letta-Fioroni) che in settembre si erano rimessi assieme per mettere sotto tutela Francesco Rutelli.

            Una mission che hanno portato a termine visto che nel nuovo, transitorio parlamentino della Margherita possono contare sul 60-62% degli eletti. Ma ancora prima che i riflettori del congresso di Cinecittà si spegnessero, il tridente si è spezzato: mentre Marini pronunciava quel discorso, Dario Franceschini, che è presidente dei deputati dell’Ulivo, ha sciolto il patto: «In sei anni non ho mai parlato a quelli che vengono dalla mia tradizione politica» e a loro Franceschini stavolta ha detto: «Nel passato abbiamo avuto spesso paura di mescolarci: ora non dobbiamo rinchiuderci nella ritrovata identità, possiamo stare dentro una nuova storia», in un partito nel quale «su ogni scelta bisognerà fare una sintesi condivisa». Dunque, da presidente dei deputati dell’Ulivo, Franceschini si smarca, si propone come personaggio di sintesi, capace di «piacere» anche al popolo ds, come ha dimostrato la standing ovation ottenuta alla fine del suo saluto al congresso ds, un applauso nettamente superiore a quella incassato a Cinecittà.

            E con lo stesso approccio di sintesi si erano proposti due giorni fa Enrico Letta – uno che non è mai stato uomo di tessere – ma anche Rosy Bindi, con quel suo orgoglioso discorso da «cattolica adulta» che invoca sintesi avanzate sui temi eticamente sensibili, e che già da anni oramai è la ex dc più amata dal popolo di sinistra. In casa Margherita, Franceschini, la Bindi e Letta sono dunque i primi a capire che nel nuovo partito sono destinati a far strada gli «ircocervi», personaggi inizialmente dalla doppia identità ma ansiosi di averne una nuova, di sintesi.

            Nel discorso a Cinecittà Franco Marini non si è limitato a rivendicare il ruolo suo e dei popolari, a punzecchiare i superulivisti alla Parisi («basta critiche feroci ai partiti e alle loro classi dirigenti») e a dare una motivazione storica al partito che nasce: «Ci uniamo ai Ds perché il comunismo organizzato è stato sconfitto dalla storia». Il presidente del Senato ha voluto battere un colpo anche sullo scacchiere degli scenari politici: «Gli accordi di governo, se guardo la storia, con la sinistra anche più sinistra si possono fare. Ma non più nella capanna dell’Unione, bensì da parte di un partito riformista che sceglie gli interlocutori con cui dialogare».

            Come dire: quando sarà nato, un partito democratico di grandi dimensioni potrà scegliersi per conto proprio gli alleati più congeniali, mentre in questa legislatura Ds e Margherita hanno dovuto fare «una scelta obbligata» alleandosi a Rifondazione comunista e alla sinistra radicale. Marini non lo ha detto, ma molti lo hanno pensato: se proprio il governo Prodi non dovesse farcela, il presidente del Senato potrebbe essere il presidente del Consiglio di un governo assieme agli «amici» dell’Udc.