Divise le sigle della dirigenza

20/03/2003



              Giovedí 20 Marzo 2003
              ITALIA-LAVORO


              Divise le sigle della dirigenza

              Rottura sul terziario: Fendac lascia Cida

              ANGELO MINCUZZI


              MILANO – Polemiche, accuse incrociate, spaccature. La "casa comune" dei dirigenti italiani si divide e la Fendac, la federazione dei manager del terziario, sbatte la porta e se ne va. Il divorzio tra la Confederazione dei dirigenti d’azienda e l’organizzazione che rappresenta i manager del commercio, consumato nelle scorse settimane, sarà ufficializzato di fatto domani a Roma, quando il Congresso di rifondazione della Cida aprirà i battenti. Una separazione per nulla consensuale, scaturita al termine di una lunga diatriba tra Fendac e Federmanager, la federazione dei dirigenti di aziende industriali. Alla base, un conflitto di rappresentanza su circa 15mila manager iscritti alla Fendac e che – secondo Federmanager – dovrebbero confluire sotto il cappello dell’organizzazione dei dirigenti industriali. Si incrina, dunque, l’unità che dal 16 ottobre 1946, data di costituzione della Cida, aveva caratterizzato il mondo dei manager italiani. E la rottura giunge proprio mentre la Confederazione, con il Congresso di domani, effettuerà un deciso riposizionamento. Un cambiamento di pelle che, attraverso un "Patto di rifondazione", allargherà alle alte professionalità (quadri direttivi, professionisti del settore pubblico e privato, lavoratori autonomi ad alta qualificazione) la platea dei manager rappresentati, accogliendo anche i 19mila manager della Sanità dell’Anaoo-Assomed. Assieme all’organizzazione dei dirigenti medici, nella "casa comune" si ritroveranno le altre presenze storiche della Confederazione: Federmanager, che con 72mila iscritti rappresenta la fetta più consistente, Federdirigenticredito (28mila manager), Fidia (assicurazioni, 1.500 iscritti), Fnda (agricoltura, 900 aderenti) e la Federdirigenti funzione pubblica (13.600). In totale 135mila dirigenti rappresentati, ma l’estensione ai circa 500mila quadri e all’enorme serbatoio dei consulenti e dei liberi professionisti moltiplicherà esponenzialmente questo numero. «Perché tutto ciò? Perché oggi il management non si identifica più esclusivamente nella figura tradizionale del dirigente d’azienda», osserva Cesare Manfroni, presidente uscente della Cida, che al Congresso dovrebbe lasciare lo scettro al responsabile della Federazione dei dirigenti pubblici, Giorgio Rembado. E Giovanni Cardegna, segretario generale della Cida, aggiunge: «Prendiamo atto dei cambiamenti del mondo del lavoro. Ci orientiamo a rappresentare questo ceto medio-alto senza snaturare le caratteristiche storiche della Confederazione». Manfroni getta acqua sul fuoco delle polemiche che hanno causato la rottura con la Fendac: «Abbiamo fatto il possibile per ricucire lo strappo. Ci auguriamo che sia soltanto una separazione e non un divorzio». Ma Lorenzo Guerriero, presidente della federazione dei manager del terziario non sembra dello stesso avviso: «La nostra posizione è chiara – ribatte -. La Cida costituita 56 anni fa non esiste più. È stata spazzata via dai interessi di parte. Con un colpo di mano perpetuato da Federmanager, che vuole appropriarsi dei dirigenti del terziario. Ci hanno fatto passare per ladri di rappresentanza, e questo noi non lo accettiamo». Parole di fuoco che puntano dritto verso l’organizzazione dei dirigenti industriali: «Federmanager – aggiunge Guerriero – ha sostenuto che una parte delle difficoltà dell’Inpdai era da attribuire alla mancanza dei contributi di 15mila dirigenti del terziario che avrebbero dovuto essere iscritti all’istituto e non all’Inps. Ma si tratta di manager da sempre aderenti alla Fendac e che noi abbiamo rappresentato a livello contrattuale». Giorgio Ambrogioni, condirettore generale di Federmanager, respinge questa interpretazione: «Approfittando della legge 88 dell’89, che attribuisce all’Inps il potere di stabilire a quale settore appartiene un’azienda, la Fendac ha allargato la sua azione sostenendo di rappresentare tutto il terziario. Ma in realtà le imprese industriali stanno cambiando, si stanno terziarizzando. E allora perché se i dirigenti pensionati restano legati all’Inpdai i nuovi dovrebbero essere inquadrati nel commercio»? Le distanze, per ora, restano.
              E lo strappo anche.