Divide anche il Polo il New Deal di Tremonti

18/11/2002






            (Del 18/11/2002 Sezione: Interni Pag. 10)
            DALLA «DESTRA SOCIALE» DI ALEMANNO APPREZZAMENTO ALLE PROPOSTE DEL MINISTRO
            Divide anche il Polo il New Deal di Tremonti

            ROMA
            New Deal, partecipazione dei lavoratori, ritorno al neocolbertismo, privatizzazioni come «utopia», nuovo ruolo attivo dello Stato nell´economia per «correggere» il mercato… Solo alcuni dei molti spunti – spesso dirompenti – contenuti nell´intervista alla Stampa del ministro dell´Economia Giulio Tremonti. Molti spunti, e molte reazioni. Negativa è quella di Enrico Letta, della Margherita. «Una intervista importante – dice l´ex ministro dell´Industria – perché svela quello che ho sempre pensato: questa non è una destra liberale classica, che non è Kohl, né Thatcher, né Bush. Disegna una prospettiva nuova e diversa, secondo me molto preoccupante, e che per l´Italia potrebbe portare conseguenze negative». Per Letta, tornare indietro sulle liberalizzazioni e le privatizzazioni sarebbe «gravissimo», e il ragionamento di Tremonti si basa su un´analisi vecchia. «Il centrosinistra è a favore della concorrenza, dei mercati aperti, dei consumatori; dall´altra parte c´è un centrodestra che propugna il monopolio, l´oligopolio, nascosto dietro una politica populista. Non è un caso che Silvio Berlusconi, l´oligopolista per eccellenza, abbia costruito le sue fortune politiche e imprenditoriali in una logica di mercato protetto. E trovo le solite cadute di stile di Tremonti – conclude Letta – che si permetta di insultare Romano Prodi, lui che in questo momento dovrebbe stare un po´ di più a pensare alla valanga di errori che ha commesso… un altro tassello della sua progressiva perdita di credibilità personale». Sulla stessa linea l´ex ministro diessino Pierluigi Bersani, che parla di «affabulazioni bossiane ridipinte», e di «disprezzo verso la borghesia che produce, le imprese». «Ho trovato – dice Bersani – un mix tra statalismo e populismo piccolo-borghese, che serve solo a nascondere la linea difensiva di Tremonti per il 2003, quando emergerà lo sfascio nei conti pubblici che ha prodotto. Ci sono gli "stabilizzatori automatici", e poi scatterà la proposta di "New Deal" per finanziare gli investimenti. Col debito pubblico che abbiamo, è un progetto illusorio». E le accuse alla sinistra di aver perso il contatto con il popolo? «Tremonti non conosce la povertà – replica Bersani – e si sbaglia di grosso se pensa che la gente che lavora abbocchi all´esca di una riduzione fiscale che non compensa i tagli ai servizi. Lui non conosce i poveri, ma soltanto quelli che hanno portato i capitali all´estero. È l´unica previsione che abbia imbroccato». E – forse curiosamente – a sostenere Giulio Tremonti giunge il ministro delle Politiche agricole Gianni Alemanno, alfiere della «destra sociale». «Le parole di Tremonti – spiega – sicuramente mettono in discussione tanti dogmi liberisti che fino a ieri eravamo gli unici a criticare: che il mercato non risolve tutti i problemi, che lo Stato può e deve aiutare il mercato, il ruolo della partecipazione dei lavoratori». Tuttavia, per Alemanno «manca ancora un´idea di progetto nazionale identitario, perché il Paese possa intervenire nell´economia e nella globalizzazione con un chiaro segno. E va chiarito il ruolo della società, delle forze sociali: possono svolgere una funzione decisiva». Ma anche nel centrodestra abbondano cautele e distinguo. Per il presidente dell´Udc Marco Follini, «è un´intervista interessante, con il tentativo di schiodarsi da una posizione di liberismo canonico, dal "pensiero unico"». Follini riconosce che adesso le privatizzazioni sono problematiche, che bisogna «ragionare sulla presenza dello Stato nell´economia fuori da dogmatismi vecchi e nuovi»; ma spiega che «la nostra economia ha bisogno di essere più competitiva, di un maggior grado di liberalizzazione. Nostro fondamentale dovere politico resta ridurre l´area dell´economia di comando, il tasso di dirigismo. Se dunque questa riflessione portasse all’idea di una più ampia presenza dello Stato nell´economia e nel sistema imprenditoriale, sarei meno d´accordo». Durissimo, invece, è il commento di Renato Brunetta, economista di Forza Italia. «Ho letto le parole di Tremonti con grande attenzione. Ne sono stato profondamente colpito, e anche amareggiato. Quelle idee – scandisce – non sono le idee prevalenti nel centrodestra, e non sono nel programma di Forza Italia. Nel programma con cui Silvio Berlusconi ha vinto le elezioni non c´è il colbertismo, non c´è l´autarchia, non ci sono dazi e dogane, non ci sono prospettive nazionaliste e stataliste. Non c´è questa fuga all’indietro verso un´Italietta miope ed egoista che abbiamo già conosciuto, che trova alleanza nei conservatori di destra e sinistra, che non ha alcun futuro». Una vera requisitoria, condotta in nome dell´Europa «che detta la via maestra e ci chiede di andare avanti sulle liberalizzazioni».

            Roberto Giovannini