Ditte confiscate, salviamo i posti di lavoro

17/04/2014

A volte la lotta contro la mafia si nutre anche di simboli. Lo sanno bene le associazioni che si impegnano ogni giorno per strappare ai tentacoli di Cosa Nostra luoghi e beni che le magistratura ha sequestrato e confiscato ai clan, e lo sanno bene i mafiosi che spesso preferiscono vederli distrutti e inservibili piuttosto che trasformati in monumenti alla legalità gestiti dalla società civile. Per questo Castelvetrano non è e non può essere un posto come un altro. Perché questo città di 30mila abitanti, «la città degli ulivi e dei templi» di Selinunte come recita il cartello all`ingresso del Comune, per molti in Italia è la casa di Matteo Messina Denaro, la primula rossa della mafia, il boss dei boss diventato fantasma venti anni fa. La casa dei suoi sgherri e dei suoi fiancheggiatori, come Giuseppe Grigoli che ne11974 era solo il proprietario di un piccolo supermercato e che dal 2007 è in carcere con l`accusa (condanna a 12 anni confermata in appello per associazione mafiosa) di essere uno dei prestanomi di Messina Denaro. Nel settembre scorso la sezione misure di prevenzione del Tribunale di Trapani ha disposto la confisca dell`immenso patrimonio di Grigoli: 12 società, 220 fabbricati tra palazzine e ville, e 133 appezzamenti di terreno per un totale di 60 ettari. Un tesoro da 700 milioni di curo che, secondo gli investigatori, sarebbe frutto del riciclaggio di denaro sporco. Del patrimonio di quello che era diventato il gestore del marchio Despar in mezza Sicilia, che secondo i magistrati dava lavoro a parenti, amici e fiancheggiatori di Messina Denaro, faceva parte anche il centro commerciale Belicittà e il gruppo Gdo» Despar di Castelvetrano. Cinquecento dipendenti circa che da mesi sono senza stipendio aspettando di sapere cosa ne sarà del proprio posto di lavoro. La storia, purtroppo, è uguale a quella di tante altre azienda confiscate alle mafie che, una volta tornate nel circuito dell`economia legale, rischiano di morire.
Un assurdità che, secondo uno studio condotto da Transcrime-Centro di ricerca dell`Università Cattolica e dell`Univer- sità di Trento, riguarda circa l`80% delle aziende confiscate alle mafie da11983 ad oggi. Se infatti quelle che sono ancora attive sul mercato raggiungono a fatica il 20%, e il dato non è lontano da quello elaborato con allarme dai sindacati e dalle associazioni di categoria, il 60% è stato liquidato o è in liquidazione, mentre almeno il 10% è fallito. In media, secondo il recente studio, la liquidazione sopraggiunge dopo oltre 3 anni dalla confisca definitiva, che per alcuni casi si estende oltre i 15 anni. Una situazione insostenibile che ha spinto, proprio la scorsa settimana, la Commissione parlamentare Antimafia ad approvare una relazione che denuncia l`urgenza di una riforma del sistema di gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata e dell`Agenzia oggi guidata dal prefetto Giuseppe Caruso. Anche per questo ieri per le strade di Castelvetrano c`erano almeno mille persone a sfilare sotto le bandiere dei sindacati e delle associazioni antimafia per la manifestazione «Castelvetrano libera Castelvetrano – Lavoro è Legalità». Perché per la città quei 500 posti di lavoro sono la vita, ossigeno che non si può interrompere quando è la legalità a prendersi la rivincita sulle mafie. Nel frattempo, però, il tempo passa e sotto le cure dei due amministratori giudiziari il gruppo «6 Gdo» si avvicina ogni giorno di più al fallimento e ha già dovuto optare per la chiusura di alcuni settori commerciali, come quello dell`ortofrutta. Del caso Castelvetrano, intanto, si sono occupati tavoli ministeriali al Viminale, incontri pubblici organizzati dall`europarlamentare Sonia Alfano, interrogazioni parlamentari e denunce dei sindacati. Comune, Legacoop e Libera stanno lavorando a un progetto che prevede l`istituzione di una cooperativa di lavoratori per la gestione dell` intero gruppo azienda, ma al momento la procedura per la vendita dell`azienda sembra ferma al palo e le paure dei lavoratori rischiano di trasformarsi in rimpianto dei tempi in cui era la mafia a comandare, il lavoro assicurato e lo stipendio certo. Perché oggi, paradosso della frontiera antimafia, il futuro si chiama al massimo cassintegrazione. «L`iter – ha spiegato ieri la senatrice trapanese del Pd Pamela Orrù – è ormai in dirittura d`arrivo. Ho ricevuto precise rassicurazioni da parte del Ministero del lavoro. La procedura si dovrebbe concludere a breve, entro poche settimane. Questo naturalmente, non risolve il problema – ha proseguito – bisogna arrivare, quanto prima, ad una soluzione definitiva che dia certezze sul futuro occupazionale». «In Sicilia c`è la mafia ma anche il più forte movimento antimafia del Paese. Questa è la forza che dobbiamo coltivare sul territorio», commentava Michele Pagliaro, segretario generale della Cgil Sicilia. «Solo nella legalità ci può essere sviluppo – proseguiva – la mafia non dà lavoro, ma lo toglie, non dà sviluppo ma lo impedisce». Al suo fianco, in mezzo agli studenti e ai lavoratori il sindaco Felice Errante, il questore, il prefetto e Antonio Ingroia, commissario dell`agenzia dei beni confiscati per la provincia di Trapani. Tutti insieme per chiedere un futuro nella legalità in una terra simbolo. Perché il riscatto dalle mafia non si trasformi nella più atroce delle beffe.