Disposti a tutto

09/11/2010

Gli ultimi giorni di governo potrebbero passare da Pompei. Pompei che non ha ancora smesso di crollare, si apriva così ieri sera la trasmissione di Fazio e Saviano: quanti tipi fossero e che nomi avessero le prostitute a Pompei. Prostitute e Pompei: così l’Italia sui giornali di tutto il mondo. Il Paese è un bordello per potenti, è Ruby e le altre. E’ il paese che lascia crollare Pompei. Sulla carta, alla Camera, ci sono i numeri per sfiduciare il ministro della Cultura Sandro Bondi e far esplodere in Parlamento la crisi che da settimane si trascina. La mozione sarà presentata dal Pd, potrebbe essere condivisa da parte del centrodestra, per primi i finiani. Fabio Granata ha detto: «L’Italia e la sua cultura meritano ben altro di un ministro che è sostanzialmente ed esclusivamente solo ministro della Propaganda». Ora che il cerino passato per mesi di mano in mano si è spento, ora che la Lega – da azionista di riferimento qual è – detta le sue condizioni, potrebbe essere Bondi l’imprevisto. Un voto sul disastro in cui precipita il patrimonio culturale nazionale. Resto su Pompei. Resto perché questo giornale non ha mai smesso, dai giorni delle parate di Bertolaso (dai giorni in cui si assumevano persone e si annunciava alla stampa la lotta al randagismo, si costruivano passerelle per il passaggio dei potenti e guarda caso venivano giù i Casti Amanti) neppure un momento ha smesso di raccontare, con Luca Del Fra, cosa succede a Pompei. Meglio: cosa non succede. Leggete la lettera che gli archeologi, gli architetti e gli storici dell’arte hanno scritto a Giorgio Napolitano. Caro presidente, «in nome di un managerialismo di facciata, condito da commissari che tanti episodi giudiziari stanno provocando, sono state calpestate e si vogliono calpestare competenze di altissimo livello», intervenga lei, «la misura è colma considerata l’inadeguatezza nella gestione del più grande patrimonio del mondo». Inadeguatezza. Leggete cosa scrive a Bondi Luisa Bossa, già sindaco di Ercolano ora deputata Pd: «Lei ha detto: "Se avessi la certezza di avere responsabilità in quanto accaduto mi dimetterei". Ci credo. Ma le chiedo: "Se il responsabile non è lei, chi è?". Non veniteci a dire che la casa è crollata per la pioggia. Io
stessa – lei se lo ricorderà – le ho chiesto, per due volte, nell’Aula di Montecitorio, a gennaio e giugno di quest’anno, come stessero davvero le cose a Pompei. Segnalai l’uso di mezzi pesanti negli scavi, la mancanza di misure di sicurezza per la stabilità dei cantieri, il deturpamento del Teatro grande durante il restauro, la preoccupazione di studiosi, associazioni e sindacati. Lei mi rispose con garbo e fermezza. Disse che il nostro era disfattismo e che a Pompei si stava facendo un "lavoro straordinario". Ecco il risultato». Disfattismo. Le pareti delle strade italiane sono invase di manifesti. Dicono, sotto la foto di ragazzi e ragazze: «Giovani disposti a tutto», è indicato un sito internet. Sono veri o falsi? Giuseppe Provenzano e Bruno Ugolini svelano il mistero: sono falsi. Vi diciamo in anteprima in quale ambito vanno cercati i loro autori: i “disposti a tutto” sono precari, atipici, invisibili. Ma attenzione. Perché i manifesti stanno cambiando. I più recenti hanno un’aggiunta. L’ultima versione è “giovani NON disposti a tutto”. Un “non” aggiunto col pennarello, certe rivoluzioni cominciano anche così.