Disoccupati in calo: Non è tutto oro

27/06/2001

Il Sole 24 ORE.com









Disoccupati in calo
    NON È TUTTO ORO
    di Luca Paolazzi
    L’effetto riforme si fa meno marcato e l’occupazione torna a essere una preziosa cartina di tornasole della congiuntura. Una cartina, peraltro, a scoppio ritardato, nel senso che leggiamo nei dati di oggi le svolte nel percorso di crescita compiute qualche tempo addietro. Così, la flessione dei posti di lavoro tra gennaio e aprile va letta alla luce del marcato rallentamento dell’economia iniziato nella seconda metà del 2000. Ed è logico che a farne le spese maggiori siano gli impieghi nell’industria manifatturiera, che è più esposta ai venti della domanda globale.
    Così come è logico che la maggiore vocazione esportatrice e la più forte industrializzazione accrescano, in questi particolari frangenti, il rischio di perdita di posto per i lavoratori del Nord. Peraltro, al Sud stanno operando due forze contrastanti. Che nascono dallo stesso seme: l’avvio del decollo economico meridionale. Il quale origina una più sostenuta dinamica economica e occupazionale, indipendentemente da quello che aviene nel resto del Paese. Ma, al contempo, porta le aziende de Sud a cercare sbocchi più ampi sui mercati e quindi le rende più sensibili alle fluttuazioni del commercio internazionale. Anche questa è crescita, qualitativa anzichè quantitativa; un passaggio obbligato per un’area che si fa economicamente più adulta. Per ora, negli esiti occupazionali, prevale la prima forza e il numero di posti sale, sebbene molto più lentamente che nei trimestri precedenti.
    Usato come indicatore congiunturale, l’andamento dell’occupazione ci dice fondamentalmente due cose.
    1.La prima è una conferna di quanto già si era capito da altri dati (export, ordini, fatturato, produzione): e cioè che l’economia nel secondo trimestre è andata male, molto peggio che nel primo, con una variazione del Pil che rischia di essere nulla, se non negativa. L’andamento dell’attività nell’industria in maggio e giugno ribadisce il quadro di ristagno nel trimestre, anche se c’è stato un recupero dopo la forzte caduta di aprile.
    2.La seconda osservazione, invece, ha una valenza anticipatrice: con le retribuzioni reali che sono inchiodate al palo dall’inflazione inattesa, la lievitazione del potere d’acquisto delle famiglie è affidata all’aumento dei posti di lavoro e se questi dovessero continuare a calare allora le famiglie dovranno ridimensionare i programmi di spesa. Cosicché si ridurrà l’apporto dei consumi alla dinamica complessiva e la farà scemare, allontanando ulteriormente la possibilità di mantenere la crescita del Pil sopra il 2% quest’anno.
    Ci sono, però, spazi per migliorare la performance nella seconda metà dell’anno? L’andamento della fiducia delle famiglie dice di sì. Paradossalmente, infatti, questa fiducia ha continuato a salire in maggio e giugno, nonostante la perdita di quota dell’occupazione. E la prima lettura attenta di quel numero dice che il suo rialzo ha fatto leva sulle attese di novità nella politica economica, non sul miglioramento attuale delle condizioni economiche. Perciò questa maggiore fiducia può trasformarsi in un prezioso jolly da usare per chi deve oggi scoprire le carte che ha in mano per rilanciare la crescita.
    Nonostante il peggioramento congiunturale, i dati confermano che c’è stato un miglioramento strutturale nel funzionamento del marcato del lavoro italiano: scende ancora la disoccupazione, sopratutto al Sud, e i contratti a termine funzionano da cuscinetto nell’impiego di manodopera, dando maggiore flessibilità alle aziende. Tuttavia, proprio questo secondo elemento indica che occorre rafforzare il sostegno al reddito dei disoccupati e quindi di riformare gli armonizzatori sociali all’interno di una revisione dell’intero sistema di Welfare che dia meno ai padri – che vorrebbero non lavorare più – e più ai figli, che vorrebbero lavorare di più.
    Mercoledí 27 Giugno 2001
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