«Disobbedienza civile contro la Bossi-Fini»

15/07/2002



14.07.2002

«Disobbedienza civile contro la Bossi-Fini»

di 
Tullia Fabiani


La Bossi-Fini? Una legge ingiustificata, intollerante, incivile, una legge a cui si «deve disobbedire» e rispondere con un’«obiezione di coscienza» e con una serie di iniziative concrete. È un coro unanime di denuncia, quello sollevato da associazioni cattoliche e laiche contro la nuova legge sull’immigrazione e, più in generale, contro la politica governativa sui temi sociali. In realtà non si può neanche parlare di politica sui temi sociali, sostengono molte associazioni da sempre impegnate su questo fronte, questi temi infatti sembrano eclissati, discriminati, in nome di obiettivi e interessi puramente economici. Le parole «solidarietà, accoglienza», non sono contemplate in questa legge. «La Bossi-Fini è una legge capitalista composta da due lucchetti, da una parte il soggiorno in Italia legato al lavoro e dall’altro le impronte. Gli immigrati possono essere accolti solo se produttori di valore aggiunto per la nostra economia» sostiene Don Vinicio Albanesi, presidente del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (Cnca). «Quando una persona arriva da noi, e chiede aiuto non ci passa per la mente di chiedergli se è in regola con il permesso di soggiorno – continua il sacerdote – e continueremo a farlo. In questo senso attueremo un’obiezione civile». E per quel che riguarda la politica complessiva del governo Don Albanese non risparmia le accuse: «Siamo di fronte a un governo che tutela i tutelati – dice – perciò pensiamo a una pioggia di iniziative per contrastare questa politica. Si sta smantellando, infatti, qualunque forma di tutela, soprattutto ai livelli minimi. Si torna alla tutela dei censi e se continua così dovremo sorreggere la povertà con le briciole che cadranno dalla mensa dei ricchi».
Sulla misura della legge che prevede la rilevazione obbligatoria delle impronte digitali per gli immigrati che chiederanno il permesso di soggiorno o il suo rinnovo, molte associazioni hanno lanciato l’iniziativa di raccogliere le proprie impronte digitali, corredate dai rispettivi dati anagrafici e consegnarle alle rispettive Questure. Don Luigi Ciotti, presidente nazionale di «Libera» e dell’Associazione «Gruppo Abele» ha annunciato che «i referenti regionali e nazionali di Libera – coordinamento di 1054 associazioni impegnate contro la criminalità, la corruzione e le mafie – hanno deciso di raccogliere le proprie impronte digitali, per affermare il valore della convivenza civile e denunciare una prassi discriminatoria, affine a quelle che in passato hanno portato a realtà di sfruttamento e sopraffazione». «È una misura che vìola la dignità e i diritti delle persone – ha detto Don Ciotti – e disconosce i principi di uguaglianza, libertà, reciprocità che fondano le democrazie. Viene ratificata – aggiunge – un’immagine dello straniero come di un soggetto pericoloso o di un potenziale delinquente». Come Don Ciotti anche Don Dante Clauser, prete dei poveri, ha annunciato che assieme ad una ventina di persone lunedì si presenterà in Questura a Trento per depositare le sue impronte digitali. Don Dante, che guida l’associazione «Punto d’Incontro» e l’omonima struttura di accoglienza per i poveri e gli immigrati, critica l’impianto della Legge. «È una norma incivile, discriminatoria e venata di razzismo», scrive in una nota l’associazione del religioso che fa sapere anche di essere contrario ad «una società che tende a chiudersi in se stessa negando diritti di cittadinanza a migliaia di persone che hanno l’unico torto di parlare una lingua diversa e professare un altro credo».
Questa chiusura è riconosciuta anche da un altro sacerdote, da anni impegnato nella battaglia in difesa degli immigrati. «La paura dell’immigrazione è fomentata da molte parti politiche, per ottenere consenso» afferma Don Cesare Lodeserto, fondatore della Casa di Accoglienza «Regina Pacis» di San Foca, in provincia di Lecce. « Questa legge ci impedisce di lavorare bene, ma – sostiene Don Cesare – noi non dobbiamo obbedire a questa legge bensì alla regola evangelica: Bussate e vi sarà aperto».
Ad essere pronti a qualunque forma di resistenza contro la Bossi-Fini non sono naturalmente solo i cattolici, anzi. «È una legge discriminatoria che segna una forte regressione» dice Tom Benetollo, presidente nazionale dell’Arci, che ha partecipato ieri ad un meeting antirazzista internazionale che si è svolto a Cecina per discutere sulle forme di protesta contro questa legge. «Due proposte innanzitutto. La prima – ha dichiarato Benetollo – chiedere che si formi un collegio nazionale unitario di avvocati per costruire un’opposizione forte alle espulsioni che devono essere impugnate una per una. In tal senso si stanno gia muovendo varie associazioni, tra cui “Magistratura Democratica” e il “Gruppo Abele” di Don Ciotti. La seconda – ha proseguito – riguarda gli imprenditori italiani».
«Poiché i lavoratori immigrati sono potenzialmente sottoposti ad un ricatto permanente – ha sottolineato il presidente dell’Arci – sarebbe utile che Confidustria facesse un codice etico, deontologico che impegni gli imprenditori a non abusare dei lavoratori immigrati».
E un invito a coordinare tutte le campagne di protesta è arrivato infine da Marco Braghero, presidente di «Peace Waves», che si è detto d’accordo ad appoggiare le varie iniziative di «disobbedienza civile» anche quella promossa dal «Social Forum» di «adottare le colf» offrendogli dei lavori all’interno delle varie associazioni.