Disavanzo al 4%, cala ancora il saldo primario

01/06/2005
    mercoledì 1 giugno 2005

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        FINANZA PUBBLICA

          Disavanzo al 4%, cala ancora il saldo primario

            DINO PESOLE

            ROMA • L’allarme conti pubblici, Antonio Fazio lo ha lanciato ieri a più riprese, sia nelle « Considerazioni finali » che nel capitolo della Relazione dedicato alla finanza pubblica. Per il deficit del 2005, il pendolo pende ben oltre la parte alta della " forchetta" indicata dal Governo ( il 3,5%). Sulla base degli andamenti in atto, e dunque in assenza di ulteriori correzioni in corso d’opera, l’anno chiuderà al 4 per cento. È l’effetto di una crescita pari a zero, ma anche dell’incremento della spesa corrente, « che nell’ultimo quadriennio è aumentata in media, in termini reali, del 2,4% » , a fronte di entrate in calo per lo 0,6 per cento. Se la situazione dei conti pubblici « rimane difficile » , le ricette paiono obbligate: l’azione correttiva « deve fondarsi su riforme strutturali » ; la dinamica della spesa « deve proseguire secondo la regola dell’ultima Finanziaria » .

            Gli squilibri — avverte Fazio — non sono di oggi. Partono da lontano. Il risanamento degli anni Novanta ( ha consentito al Paese di agganciare il treno della moneta unica) è stato realizzato per gran parte attraverso l’aumento della pressione fiscale e il calo degli interessi. Oggi, si aggiunge un ulteriore elemento di preoccupazione: la progressiva erosione dell’avanzo primario, indicatore fondamentale per saggiare la sostenibilità della finanza pubblica nel medio periodo. Ebbene, nella Relazione si ricorda come il saldo di bilancio al netto della spesa per interessi ha raggiunto nel 2004 il livello più basso da diversi anni a questa parte: l’ 1,8 per cento. Nel 1998, quando Ciampi pilotò l’ingresso dell’Italia nella moneta unica, si era abbondantemente al di sopra del 5 per cento. La congiuntura sfavorevole ha contribuito in misura rilevante a ridurre il saldo. Di conseguenza il percorso di riduzione del debito ha subìto un drastico rallentamento. Ma la preoccupazione maggiore è che tutto ciò sia avvenuto « nonostante il calo della spesa per interessi e l’attuazione di rilevanti operazioni di ristrutturazione delle attività e passività » . Senza le dismissioni, « l’incidenza del debito sarebbe rimasta invariata » . Vale la pena di ricordare che la recente riclassificazione operata da Eurostat, e fatta propria dall’Istat ha coinvolto anche il debito, che nel 2003 è risultato pari al 106,5% del Pil, e nel 2004 al 106,6 per cento. In tal modo, è stato violato uno dei cardini di Maastricht e del Patto di stabilità, laddove appunto si prevede che la discesa verso il valore di riferimento debba avvenire « a un ritmo adeguato » . Si aggiunga che il divario tra fabbisogno e deficit, se pur lievemente diminuito, è stato di un punto di Pil ( 1,1 nel 2003).

            L’abbattimento dell’alto livello del debito — ricorda Fazio —
            «rappresenta il problema principale della finanza pubblica italiana. Un debito elevato rende il bilancio pubblico più vulnerabile a shock sui tassi d’interesse e più difficile da utilizzare ai fini della stabilizzazione congiunturale » . Se questa è la priorità, ne consegue che occorrerà probabilmente mettere in campo dismissioni « di entità superiore a quella indicata » , pari a circa 25 miliardi per il target 2005 al 105,3 per cento. Quanto alle entrate, Fazio auspica interventi « sul livello del prelievo e sulla sua composizione » , e ricorda come gli incentivi fiscali e gli altri interventi per accrescere la competitività già varati, e la riduzione dell’Irap in cantiere possano essere « di grande aiuto » . È del resto proprio l’elevata tassazione, connessa con l’elevato disavanzo pubblico e alla carenze di infrastrutture a frenare gli investimenti e lo sviluppo. Occorre un’azione incisiva sul fronte dell’evasione. Per il 2006, Fazio ricorda che il deficit tendenziale previsto da Bruxelles è del 4,6%. Una stima « che non incorpora riduzioni della pressione fiscale » . Secondo i calcoli dei tecnici della Banca d’Italia, la correzione necessaria per raggiungere il livello programmato sarebbe pari al 2,6% del Pil (oltre 30 miliardi).