Diritti E Lavoro Tra Miti E Verità

17/01/2011

S i comprende l’emozione e lo scalpore suscitati in molti ambienti dal referendum di Mirafiori e dalla vittoria dei sì. Entrambi gli eventi mettono radicalmente in discussione, infatti, l’intera vulgata ideologica costruita in tutti questi decenni intorno alla Costituzione: vulgata fatta propria dalla stragrande maggioranza dell’establishment italiano. Mettono in discussione, cioè, l’insieme d’idee correnti formatesi nel tempo circa il senso della nostra vita pubblica, la presunta tavola dei valori alla sua base, la sua rappresentazione simbolica; nonché, per finire, una certa idea di che cosa siano la democrazia e la cittadinanza democratica. Intendiamoci: non è che finora su tutte queste cose non mancassero voci dissonanti. Ma questo dissenso sulla Costituzione, lo chiamerò così, quando non era l’espressione sgangherata di certo berlusconismo con fini smaccatamente politici è stato finora sempre attento a mantenersi molto defilato, a evitare l’asprezza della discussione pubblica, per timore di clamorose messe all’indice da parte del senso comune e dell’opinione dominante. La vulgata — termine a cui non do alcun senso denigratorio — ha così avuto modo di vivere e prosperare senza problemi soprattutto nell’ambito del ceto intellettuale. L’elemento principale di tale vulgata messo in crisi dal referendum di venerdì riguarda l’idea che la democrazia sia tale perché essa riconosce eguale valore ai diritti politici e ai diritti sociali— che però sarebbero in sostanza quelli del «lavoro» , non a caso indicato dall’art. 1 della nostra Costituzione come il fondamento della Repubblica democratica. Ma è questa un’equiparazione che si presta a molte obiezioni: la più importante (che non sono certo il primo a muovere) è che mentre per essere riconosciuti ed esercitati i diritti politici (eguaglianza di fronte alla legge, elettorato attivo e passivo, diritto alla libertà personale, di parola, diritto di sciopero ecc. ecc.) non necessitano di alcun contesto esterno particolarmente favorevole, viceversa il godimento dei diritti cosiddetti sociali e del lavoro in specie è perlopiù possibile solo se vi è un contesto economico esterno favorevole. Da qui — per esempio in una condizione di mercato planetario globale come è quella attuale— l’ovvia, inevitabile contrattabilità, e dunque anche comprimibilità, di tali supposti «diritti» . Ma ciò posto sembra alquanto implausibile sostenere — come si è sentito invece in questi giorni a proposito della vertenza Fiat — che se i «diritti» del lavoro non sono esercitabili nel modo in cui i loro titolari chiedono, allora non esisterebbe più neppure un vero regime democratico. Tali diritti, infatti, hanno per loro natura un contenuto mutevole, non poggiano, né possono mai poggiare, su alcuna base solida definitiva. Ciò vuol dire dunque che per un regime democratico le condizioni sociali dei cittadini sono indifferenti? Neanche per idea!