«Direttiva Bolkestein da rifare»

12/01/2006
    giovedì 12 gennaio 2006

    Pagina 33 Economia

    «Direttiva Bolkestein da rifare»

      Il presidente Ue di turno Schüssel annuncia il colpo di freno

        A febbraio l’europarlamento vota l’ultima versione della direttiva Bolkestein. E che sulle proposte di Bruxelles per un mercato europeo nei servizi l’ambivalenza dei leader resti dura da dissipare, lo si è visto dai cambi di marcia degli ultimi giorni. A inizio gennaio, appena divenuto presidente di turno dell’Ue, il premier austriaco Wolfgang Schüssel ha subito dato un colpo di freno. La Commissione europea deve «preparare una nuova direttiva sui servizi», ha avvertito. Come dire che dovrebbe ripartire da zero: troppo bersagliata di critiche da tutte le parti la proposta oggi sul tavolo – ha detto il leader conservatore austriaco – troppo audaci le proposte di liberalizzazione a dispetto di un anno di limature, eccezioni, emendamenti prima nella Commissione, poi fra i governi e al Parlamento dell’Ue. Sono poi bastati pochi giorni a Schüssel per cambiare in apparenza idea. E’ successo alla fine della scorsa settimana in un’apparizione pubblica accanto al presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, quando questi ha difeso la direttiva com’è. «Dobbiamo trovare un compromesso», gli ha subito fatto eco l’austriaco, quelle norme sono «vitali per la salute dell’economia».

        Sicuramente sono in grado di accelerarne la metamorfosi, anche perché potenzialmente riguarda il 70% dei posti di lavoro nell’Ue. Il principio di fondo è che una società di servizi, come qualunque produttore di merci, deve poter lavorare ovunque in Europa purché rispetti le norme del suo Paese di origine. In Italia o nella super-protetta Germania potrebbero valere le più flessibili regole di un’impresa di pulizie basata in Irlanda o in Repubblica Ceca. Per gli euroscettici in Francia il fantasma è l’«idraulico polacco»; per quelli svedesi, beneficiari di un ricchissimo welfare, l’ospedale privato lettone o lituano: una concorrenza su scala continentale che molti prevedono imperniata sulla corsa a ridurre compensi e garanzie, per allinearli a chi ne ha meno.

        Non necessariamente sarà così, viste anche le eccezioni contenute nella proposta: trasporti e sanità restano al riparo della direttiva, i lavoratori inviati fuori sede all’estero seguono le norme del Paese ospite, salari minimi e norme sanitarie non si potranno comunque violare. Già a settembre poi gli europarlamentari francesi e tedeschi hanno provato a escludere dai settori soggetti alla direttiva tutti i servizi di pubblica utilità, dall’acqua alle telecomunicazioni, all’energia.

          Se riusciranno, sarà il segnale che i legislatori avanzano più lenti del mercato che vogliono regolare. Loro discutono di frontiere, quello le ignora: da Unicredit-Hvb a Telefonica-O2, nel 2005 l’Europa dei 25 ha prodotto fusioni e acquisizioni per quasi 1.100 miliardi di dollari (secondo i dati Dealogic, il massimo dal 2000), di cui circa 700 fra società di Paesi diversi e in netta maggioranza nel settore dei servizi. Intanto in America United Parcel Service, il colosso delle consegne, mantiene nel Maryland 60 matematici impegnati a creare algoritmi per accelerare la circolazione della merce e la logistica delle imprese sue clienti: dalle forniture di auto Ford in Florida, a quelle di veli da sposa fra il Canada e New York. Se mai la Bolkestein sarà legge, rischia già di essere la risposta dell’Ue a un mondo che fu.

          Federico Fubini