Dipendenti Fiat Ma È Lo Stato Che Li Paga

18/01/2011

Cassa integrazione: soltanto Pomigliano costa al contribuente 75 milioni l’anno
La settimana scorsa sono tornati tutti a lavorare a Mirafiori solo giovedì e venerdì, giusto i due giorni scelti per il referendum sull’accordo sindacale della vigilia di Natale. Ieri erano di nuovo in cassa integrazione. Oggi sono di nuovo tutti alle catene di montaggio, ma solo fino a venerdì, la prossima settimane è di nuovo cassa integrazione per tutti. Ma questo venerdì si fermano, un giorno prima degli altri, gli addetti alla linee della Lancia Musa e della Fiat Idea, che salteranno anche il 31 gennaio, il primo febbraio, il 7,8 e 9 febbraio. Invece quelli che lavorano alle presse, a monte delle linee di montaggio, saranno fermi anche giovedì e venerdì prossimi, ma anche il 26, 27 e 28 gennaio, il 3 e 4 febbraio, il 10 e l’11 febbraio.
ALLA FIAT la cassa integrazione è come l’orario ferroviario, come un palinsesto televisivo. Un cassintegrato avrebbe bisogno di una segretaria che gli tenga l’agenda per ricordargli quando è giorno di lavoro e quando no. Nel 2009, mediamente, i lavoratori della Fiat hanno passato un terzo dell’anno in cassa integrazione. Nel 2010, grosso modo, sono stati costretti all’ozio per metà delle giornate. Nel 2011 la dose di riposo forzato crescerà. Termini Imerese è ormai ferma, Pomigliano d’Arco attenderà fino alla fine dell’anno la ripresa della produzione con la Panda, Mira-fiori inizierà la spettrale attesa del Suv per il mercato americano, previsto per fine 2012.
NEL FRATTEMPO , cassa integrazione per tutti o quasi. A spese dello Stato. L’orgogliosa rivendicazione di Sergio Marchionne, l’uomo che, in Italia, non prende una lira dallo Stato, è infatti da correggere, almeno parzialmente. Dal 15 novembre scorso a Pomigliano i 4.800 dipendenti sono entrati in cassa integrazione “in deroga”. A differenza della cassa ordinaria e straordinaria, che vengono finanziate dall’apposito fondo dell’Inps basato su specifici contributi di imprese e lavoratori, la cassa in deroga è pagata fino all’ultimo euro dallo Stato. I lavoratori di Pomigliano prendono l’80 per cento della retribuzione e contributi previdenziali pieni: tutto compreso costano attorno ai 1.300 euro al mese (non più di 900 netti in busta paga). Fatta la moltiplicazione , si vede che per l’anno di attesa della Panda, la Fiat di Pomigliano da sola costerà allo Stato 75 milioni.
Più filosofica la discussione se la cassa integrazione ordinaria e straordinaria si possano considerare soldi pubblici o no. Aziende e sindacati in genere sono d’accordo nel dire che quei soldi vengono da un fondo finanziato dagli interessati, con i conti perennemente attivi (almeno finora). La Fiat, come tutte le imprese, versa circa il 2 per cento del salario dei dipendenti. Fiat Auto versa dunque all’Inps, per la cassa integrazione, una quarantina di milioni l’anno.
Sarebbe un calcolo interessante, ma complicato, vedere se la Fiat prende più o meno di quanto versa la fondo della cassa integrazione. Ma soprattutto c’è da chiedersi se sia da sottoscrivere la linea di aziende e sindacati. É comprensibile l’intento di difendersi, da ambo le parti, dall’accusa di succhiare la mammella dei fondi pubblici, però dire che i soldi della cassa integrazione sono di chi li usa è come dire che quando uno fa un serio incidente stradale i danni se li paga da solo: in realtà la compagnia d’assicurazione usa anche i soldi versati da chi non fa incidenti. Così come l’Inps usa per la cassa integrazione anche i fondi versati da chi non ne ha bisogno.
RIMANE il dato produttivo. Nel 2011 la Fiat produrrà pochissime auto. A Pomigliano d’Arco metà degli addetti saranno richiamati in servizio per due o tre giorni al mese per produrre qualche Alfa 159. A Mira-fiori, a parte l’Alfa Romeo MiTo, prodotta a ritmi pressoché regolari, le linee di montaggio andranno a singhiozzo per produrre qualche unità della Lancia Musa e della Fiat Idea.
A questo proposito può essere utile ricordare che esattamente un anno fa, all’inizio del 2010, l’ennesima dose di cassa integrazione, decisa da Marchionne, fu così accolta dal ministro dei Trasporti Altero Matteoli: “La chiusura degli impianti è una specie di ricatto della Fiat”. Erano i giorni in cui ci si chiedeva se il governo avrebbe o no confermato per il 2010 gli incentivi all’auto, che avevano sostenuto le vendite nel 2009. Il governo italiano si accodò all’orientamento prevalentemente in Europa, di chiudere i rubinetti degli incentivi, anche se Marchionne fino a quel momento aveva ripetutamente reclamato l’aiuto pubblico.
Finiti gli incentivi, mentre gli altri produttori europei si davano da fare per vendere lo stesso le auto, anche perché incoraggia-ti da aiuti statali mirati che l’Italia non ha dato alla Fiat, Marchionne ha semplicemente sistemato i ritmi produttivi della Fiat sottraendo dai preventivi l’effetto degli incentivi. Il manager con il maglioncino dice che per spararsi nuovi modelli allettanti aspetta che la crisi finisca. E così per l’auto italiana il tempo si è fermato. Arrivederci al 2012 (forse). Nel frattempo i dipendenti campano, male, di cassa integrazione.