Dipendenti da risarcire se l’azienda fallisce

23/01/2001

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23 Gennaio 2001Oggi in edicola Pagina 44
Dipendenti da risarcire
se l’azienda fallisce

Sentenza senza precedenti dei giudici torinesi sul caso Viberti

MARCO TRAVAGLIO


TORINO — È finita bene, benissimo, per gli operai della «Viberti veicoli industriali» rimasti disoccupati nel ‘95, con il fallimento dell’azienda. Ieri il Tribunale di Torino ha riconosciuto a ciascuno di loro il diritto ai «danni morali» e un anticipo di 2 milioni a testa. Il resto, dopo la causa civile. Processo pilota in tutti i sensi, quello celebrato davanti alla V sezione presieduta da Franco Giordana: per la prima volta i lavoratori sono stati ammessi come parte civile contro il «padrone» bancarottiere, e per la prima volta hanno ottenuto ragione. I giudici, che procedevano con rito abbreviato, hanno condannato i fratelli Enzo e Lorenzo Calabrese, gli imprenditori baresi che nel 1988 avevano rilevato l’antica fabbrica di rimorchi e autoarticolati, a 3 anni e 4 mesi di carcere per bancarotta fraudolenta; ma anche a versare una provvisionale di 20 miliardi al curatore del fallimento e a sborsare 2 milioni per ciascuno dei 253 operai che si erano costituiti in giudizio. Li assisteva Roberto Lamacchia, avvocato dalla parte dei lavoratori (era parte civile anche nel processo a Cesare Romiti per i falsi in bilancio Fiat), che ha avuto il merito di crederci fino in fondo. Così come Salvatore Buglio, il deputatooperaio Ds che ha sempre seguito la causa. E soprattutto Franco Ripani, delegato sindacale della FimCisl: dopo vent’anni di Viberti, finì come gli altri in «mobilità», cioè per la strada, e nel ‘98 lanciò per primo l’idea di costituirsi tutti parte civile. «È una sentenza storica — commenta — perchè afferma un principio importante». «A noi — conferma Lamacchia — non interessava l’aspetto pecuniario, ma il principio: nessuno, in nome della libera impresa, può calpestare i diritti dei lavoratori e delle loro famiglie».
Accadde di tutto, nel ‘95, quando la Viberti di Nichelino, fondata nel lontano 1922, chiuse i battenti per un’inattesa quanto incomprensibile crisi lasciando a piedi 600 lavoratori. Un suicidio, scene di disperazione, divorzi, separazioni, casi di depressione. Qualcuno fu addirittura sorpreso a rubare per sbarcare il lunario. In aula, in questi due anni di processo, sono sfilati anche politici, sindacalisti e un paio di sacerdoti. Per raccontare che quei «danni morali» non erano fantasia. Ma realtà. I fratelli Calabrese e il terzo imputato, l’ex amministratore Giovanni Ripa, chiesero di patteggiare 1 anno e 10 mesi. Ma il pm Mario Griffey prestò il consenso per Ripa, che rispondeva «soltanto» di falso in bilancio. Ma non per i due fratelli, accusati anche di bancarotta per aver «sottratto fraudolentemente risorse» alla Viberti «per finanziare illecitamente altre società». Infatti, poco dopo il crac, la Viberti è stata acquistata e risanata a tempo di record dalla Itainvest e da una società alessandrina. E ha ripreso l’attività nel ‘96, reimpiegando 300 operai e riconquistando ben presto le quote di mercato. Altra prova — secondo i giudici — che la colpa non era della crisi produttiva. Ma della gestione allegra.
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