Dilemma Epifani

02/07/2007
    N.25 anno LIII – 28 giugno 2007

    Pagine 148/149 – Economia

    SINDACATO / STRATEGIE E MALUMORI IN CORSO D’ITALIA

      Chi va con Fassino e chi con Mussi

      Il Partito democratico ha spaccato in due la Cgil. A partire dal vertice fino a strutture territoriali e categorie. Nella segreteria di Epifani (che non si è schierato) hanno aderito al Pd: Achille Passoni, Marigia Maulucci, Mauro Guzzonato e Nicoletta Rocchi. Paolo Nerozzi, Carla Cantone, Paola Agnello Modica e Morena Piccinini sono invece con la Sinistra democratica di Mussi e Angius, così come i leader delle categorie principali: Carlo Podda (Pubblico Impiego), Betty Leone (Pensionati, ma la maggioranza della categoria è con il Pd), Enrico Panini (Scuola) Franco Chiriaco (Agroalimentare). Sono con il Pd i tessili di Valeria Fedeli, i chimici, i bancari, gli edili, il Siulp, i trasporti, l’Ires Cgil di Agostino Megale. Per quanto riguarda la Fiom, il leader Gianni Rinaldini ha dichiarato contrarietà al Pd, ma non è passato con Mussi&Angius, a cui guardano invece Laura Spezia e Maurizio Landini, mentre Fausto Durante è con Fassino. Il presidente della Fondazione Di Vittorio, Carlo Ghezzi, snobba entrambi e lavora a una nuova "rete trasversale". Nei Regionali e nelle grandi Camere del lavoro il puzzle è ancora più complesso. Sono con il Pd i segretari di Piemonte, Toscana, Umbria (ma Perugia e Terni sono con Mussi), Liguria (ma Genova è con Mussi), Sardegna, Sicilia, Campania. Con Mussi sono schierati Lazio, Abruzzo, Friuli, Puglia, Basilicata e Venezia. Indipendenti il Veneto, le Marche, e Palermo. La Lombardia è in bilico, ma Milano è con Fassino e Brescia con la sinistra radicale. In Emilia Romagna, infine, il segretario Danilo Barbi sembra indirizzato verso Sd, dove sono già confluite Bologna, Ferrara, Reggio Emilia e Modena.

    Dilemma Epifani

      Il leader Cgil vuole l’accordo con il governo sulle pensioni. Ma teme di essere scavalcato a sinistra dalla Fiom e dai Cobas

        di Nunzia Penelope

          C’è chi aspetta tutta la vita la grande occasione. Guglielmo Epifani ha atteso sei anni per avere la sua. Eletto capo della Cgil nel 2001, dopo Sergio Cofferati, si trova oggi per la prima volta alle prese con una importante trattativa, su un tema altamente simbolico come le pensioni, e per di più in un momento in cui la politica, e lo stesso governo, sono in gravi difficoltà. Un quadro simile a quello del 1993, quando sindacati e Confindustria, assieme al governo Ciampi, realizzarono il grande accordo sulla politica dei redditi che avrebbe segnato una svolta per il Paese. Oggi per il governo Prodi riuscire a risolvere la grana pensioni è questione di vita o di morte. Ma anche per la Cgil è una prova del fuoco: per cinque anni ha lavorato per mandare a casa Silvio Berlusconi, ora che ha di fronte l’interlocutore "giusto" è obbligata a dare delle risposte. Per questo, subito dopo il primo incontro a Palazzo Chigi, venerdì 15 giugno, Epifani ha riunito la segreteria e ha parlato chiaro come non aveva mai fatto prima: l’accordo si deve fare, niente scherzi e poche chiacchiere. Una linea condivisa, sia pure con diversi livelli di entusiasmo, da tutto il gruppo dirigente.

          Nessuno, infatti, ci tiene a passare alla storia come "quelli che fanno cadere il governo", spiega Agostino Megale, capo dell’Ires Cgil. Dice Marigia Maulucci, chief economist della confederazione: "Con Berlusconi abbiamo vissuto una totale mancanza di relazioni. Ora abbiamo l’occasione di negoziare qualcosa di serio. Non sarà un appuntamento storico come il ’93, ma è qualcosa. E poi: il governo mette sul tavolo 2,5 miliardi di euro: li lasciamo cadere?". Anche un esponente della sinistra come Paolo Nerozzi non ha dubbi: "Il Paese ha bisogno di questo accordo, è la risposta all’attuale instabilità. Come sindacalista il mio obbligo è di trattare le migliori condizioni possibili. Ma se non c’è l’accordo, resta lo scalone di Maroni. E la nostra gente ce ne chiederebbe ragione".

          Tra il dire e il fare, però, ci sono di mezzo almeno tre incognite che rendono insonni le notti di Epifani. La prima è lo stesso governo: il leader Cgil non si fa illusioni sul grado di coesione della maggioranza, teme, al momento della stretta finale, l’assenza di un interlocutore che sappia tener salda la barra del negoziato. Questo aprirebbe le porte al secondo incubo, il peggiore, quello che in Cgil chiamano "la sindrome dello scavalco”, già vissuta ai tempi del primo governo Prodi del 1996 con le 35 ore e basata sul seguente scenario: il sindacato si accorda con il governo, poi arriva Rifondazione, o qualunque altra sinistra delle ormai tante (o perfino, teme qualcuno in Cgil, la Cisl di Raffaele Bonanni) e rilancia. "A quel punto, se il governo accettasse il rilancio, per la nostra credibilità sarebbe la fine", dicono in corso d’Italia.

          A differenza di Prodi, in casa propria Epifani può contare su una solida maggioranza, la stessa che lo sostiene fin dall’inizio, con una forte componente di sinistra. Il segretario della Cgil è una sorta di Veltroni del sindacato: non rompe con nessuno, e soprattutto evita di schierarsi. Sul Partito democratico, per esempio, tutti i dirigenti hanno preso posizione, chi con Piero Fassino e chi con la Sinistra democratica di Fabio Mussi. Il solo a non pronunciarsi è stato Epifani. Un atteggiamento che avrebbe voluto essere super partes, ma che gli ha attirato diverse critiche: "indecisionismo", "aggiusta la bussola a seconda del vento che tira".

          Alla luce delle traversie di Pd e Sd, stare alla finestra forse non è stato tanto sbagliato. Ma nelle trattative sindacali funziona diversamente, e prima o poi arriva il momento in cui anche il cauto Epifani dovrà prendere una decisione. E qui, avverte Maulucci, "potrebbero venire al pettine i nodi interni, mai risolti, che riguardano il rapporto fra la sinistra riformista e quella radicale". In Cgil "sinistra radicale" significa essenzialmente Fiom. Fra Epifani e Gianni Rinaldini, leader dei metalmeccanici, c’è intesa: si stimano, si confrontano. Nella Fiom però c’è anche Giorgio Cremaschi. Lui e Rinaldini si conoscono da sempre: l’attuale segretario era un ragazzino quando suo fratello Tiziano e Cremaschi erano già gli allievi prediletti di Claudio Sabbatini, storico leader Fiom. Di qui, secondo alcuni, deriverebbe una sorta di sudditanza psicologica di Rinaldini nei confronti di colui che considera un altro fratello maggiore.

          Politicamente Rinaldini e Cremaschi hanno disegni divergenti: il primo di area Ds, zona correntone, in eccellenti rapporti con Fausto Bertinotti, punta a spingere il più a sinistra possibile il governo, ma senza metterlo in serio pericolo. Cremaschi, invece, dopo aver tentato di catalizzare le correnti più radicali del Prc, è entrato in rotta di collisione con i vertici del partito, non è riuscito a farsi candidare alle politiche né a entrare nella segreteria della Cgil, ha creato una propria area sindacale, la 28 aprile, e ora guarda ai movimenti, ai Cobas e, ipotesi che ha ripreso quota recentemente, a un sindacato di estrema sinistra. Dove però dovrebbe fare i conti con l’agguerritissimo capo dei Cobas, Piero Bernocchi: "Uno al cui confronto Cremaschi è un socialdemocratico", dicono alla Fiom. Divisi in politica, sul piano sindacale Cremaschi e Rinaldini vanno invece perfettamente d’accordo. Per esempio, concordano sulla necessità degli scioperi per sostenere le ragioni dei lavoratori durante la trattativa, sapendo che proprio nel settore metalmeccanico c’è una delle più elevate sensibilità sul tema pensioni: qui c’è la gente che è andata a lavorare a 16 anni, che ha fatto i turni e la catena, e che ora non ci sta a farsi fregare altri anni di vita, nemmeno per salvare la pelle al governo Prodi. Un equilibrio, insomma, molto delicato. Reso più instabile dal fatto che, in occasione della manifestazione anti-Bush, Rinaldini si è trovato nella situazione di chi a Capodanno sbaglia festa e finisce in quella degli sfigati, con le lenticchie fredde e lo spumante caldo, mentre Cremaschi ha azzeccato quella giusta, dove ci si diverte. Il primo, infatti, era nel deserto di piazza del Popolo, il secondo nell’affollatissimo corteo con i movimenti.

          Quanto peserà sulla trattativa e sulla Cgil la concorrenza spietata che si à aperta a sinistra? È possibile che Rinaldini sia costretto a inseguire la linea barricadera di Cremaschi, trascinandosi dietro una parte della confederazione? In corso Italia lo temono parecchio, anche se giurano di no: spiegano che Cremaschi, visibilissimo sui media, all’interno è un isolato e "in direttivo raduna al massimo tre o quattro voti". Ma in una trattativa così delicata non si può sottovalutare nulla: "Cremaschi conta poco, ma ha influenza su Rinaldini, che a sua volta influenza Epifani", dicono in Cgil. Così la paura dello "scavalco", anche interno, resta forte. "Certo, la competizione a sinistra può causare fibrillazioni", ammette Megale, "ma spero che alla fine tutti punteremo a un accordo". Anche Epifani lo spera. Ma non è per nulla scontato che finisca a tarallucci e vino.