Diktat di Maroni: chi perde il lavoro torna clandestino

27/03/2003

            27 marzo 2003

            Tutte le parti sociali contro la decisione di Roma: è una misura di puro buon senso, il nuovo datore di lavoro subentra al vecchio
            Diktat di Maroni: chi perde il lavoro torna clandestino
            Il ministro boccia l’accordo della prefettura di Milano sulla regolarizzazione degli immigrati

            Oreste Pivetta

            MILANO Non si tocca foglia che Roma
            non voglia. Straordinaria impresa del mi-nistro
            del welfare, Roberto Maroni, il le-ghista
            bandiera della devolution, che nei
            panni di zelante burocrate romanocentri-co
            boccia l’accordo in materia di immigra-zione
            firmato ventiquattro ore prima dal
            suo plenipotenziario lombardo, il direttore
            generale, in compagnia di sindacati e
            associazioni, Assolombarda e piccoli industriali,
            insieme con la Caritas e davanti
            al prefetto. No, deve aver pensato Maroni,
            la legge Bossi-Fini non si cambia e
            neppure si interpreta: succedesse una cosa
            del genere sotto la Madonnina, figurarsi
            l’eco nel mondo padano…
            Maroni, da centralista di razza, manda
            avanti il direttore generale nazionale,
            Maurizio Silveri, con una lettera al prefetto,
            per comunicare che il ministero del
            welfare «sospende la propria adesione al
            verbale per valutare la legittimità della
            nuova procedura rispetto alla legge Bossi-
            Fini e invita il prefetto a non dar corso…».
            Il ministro spedisce la circolare a
            «tutte le proprie dipendenze». Ad esempio
            a Bergamo, dove un analogo accordo
            venne raggiungo nel dicembre dell’anno
            scorso, e poi a Bologna, a Trento… A
            Roma non se n’erano accorti.
            Che cosa conterrà mai di tanto scandaloso
            il protocollo milanese, simile a
            quello bergamasco, bolognese, trentino?
            Graziella Carneri, che è della Camera del
            lavoro di Milano e che ha seguito la vicenda,
            ci avverte: «Ci siamo ben guardati dal
            contraddire la legge Bossi-Fini. Garantiva
            il direttore regionale. Altrimenti sarebbe
            stato un accordo inutile». Non prevedeva
            Maroni. L’accordo in realtà è molto semplice
            e rispetta anche il buon senso: il
            lavoratore extracomunitario rimasto senza
            occupazione dopo aver presentato la
            domanda di regolarizzazione potrà essere
            assunto da un nuovo datore di lavoro e
            non perderà, quindi, la possibilità di essere
            incluso nella sanatoria. Insomma se un
            lavoratore straniero perde il posto, mentre
            attende magari da mesi e mesi (ritardi
            gravissimi, denuncia Graziella Carneri) la
            regolarizzazione, non diventa un clandestino
            per forza, gli sono lasciati il tempo e
            la possibilità di cercarsi un’altra occupazione
            e di riprendere quindi il cammino…
            Metti il caso molto “milanese” della
            cosiddetta badante rimasta per cause naturali
            senza chi assistere. Non sarà una
            criminale, ma una persona disoccupata
            che avrà modo di trovarsi un altro assistito.
            Leggiamo un paio di paragrafi dell’accordo:
            per certificare il “subentro” il nuo-
            vo datore di lavoro dovrà presentare alla
            Prefettura un’auto-dichiarazione in duplice
            copia, controfirmata dal lavoratore,
            nella quale attesta l’avvenuta assunzione e
            si impegna per tutti gli adempimenti conseguenti;
            l’accordo potrà essere applicato
            solo ai lavoratori che avevano presentato
            la domanda di regolarizzazione con un
            precedente datore di lavoro, il cui rapporto
            sia cessato per le seguenti cause: licenziamento,
            decesso del datore di lavoro o
            dell’assistito, dimissioni, cessazione di atti
            vità dell’azienda. Era pronto tutto, erano
            pronti anche i moduli stampati per le domande.
            Ma il ministro Maroni ha incenerito
            tutti e tutto: dal suo direttore lombar-
            do alla modulistica.
            Naturalmente s’è attirato critiche universali.
            Assolombarda ha ad esempio diramato
            un chiaro comunicato: «prende atto
            con stupore della lettera inviata al prefetto…
            l’intesa siglata a Milano, infatti, è
            una soluzione di buon senso, che rispetta
            i principi della legge Bossi-Fini, facilitandone
            semplicemente l’applicazione». C’è
            persino aria di irriverenza…
            «Buon senso» è la parola d’ordine.
            Scrive don Virginio Colmegna, direttore
            della Caritas: «L’accordo era nella linea
            della regolarizzazione e del buon senso
            nei confronti dei ritardi della burocrazia
            e dell’applicazione della normativa». L’intervento
            del ministro Maroni? «Incomprensibile.
            Avrebbe il risultato di aumentare
            l’illegalità».
            Intervengono anche i sindacalisti.
            Uniti. Antonio Panzeri, segretario della
            Camera del lavoro: «Il gesto conferma la
            volontà del ministro di non rispettare la
            sua stessa legge e anzi di dare alla Bossi-Fini
            una interpretazione semplicemente repressiva.
            L’intesa è valida e deve essere
            applicata. Lavoreremo per questo». Maria
            Grazia Fabrizio, segretario della Cisl
            milanese: «La scelta del ministro è di una
            miopia sorprendente ed è sbagliata sotto
            tutti i punti di vista perchè, oltre a colpire
            nei diritti più elementari migliaia di cittadini
            extracomunitari che chiedono solo
            un’occupazione onesta e regolare, finirà
            con il favorire l’illegalità e il lavoro nero».
            Guglielmo Loy, segretario confederale
            Uil: «Perchè si impedisce ad un’azienda
            di assumere cittadini in regola con la legge?
            Perchè si vogliono ributtare nella clandestinità
            lavoratori pronti ad emergere?
            Perchè il ministero del welfare si mette in
            contrasto con altri uffici dello stato che
            cercano, in coerenza con la Bossi-Fini, di
            regolarizzare il maggior numero di lavoratori?
            La risposta, temiamo, è una sola:
            sono pentiti di aver approvato una legge
            che ha fatto emergere “troppi” lavoratori
            extracomunitari». Quanti sono gli immigrati
            a Milano che hanno perso un lavoro
            e ne hanno trovato un altro e potrebbero
            quindi grazie all’accordo dell’altro ieri
            conservare il loro diritto? Circa duemila,
            secondo il segretario della Uil milanese,
            Amedeo Giuliani, che sarebbero obbligati,
            seguendo le inclinazioni di Maroni, ad
            alimentare ancora il mercato nero del lavoro:
            un immigrato su cinque a questo
            ancora è costretto. Giovedì 3 aprile, da
            piazza S.Babila, manifestazione di protesta.
            Unitaria. Firmato Cgil Cisl Uil.