Difendo il diritto di dire no – di Sergio Cofferati

21/03/2002

 
     
 



 

Difendo il diritto di dire no
di 
Sergio Cofferati

L’omicidio del professor Marco Biagi ripropone la tragedia del terrorismo e delle sue drammatiche conseguenze sulla vita politica e sociale. Si ripete un atto efferato nei confronti di una persona che stava svolgendo una funzione delicata nella cerniera che unisce i rapporti tra lo Stato, il governo e le forze sociali. Ad una prima sommaria analisi sembra ripresentarsi l’aggressione del terrorismo nelle forme già viste in tempi passati con i delitti di Massimo D’Antona e di Enzo Tarantelli, di persone che collaboravano con le istituzioni e i ministeri nella definizione di politiche di coesione, oppure nella ricerca di regole finalizzate a garantire rapporti efficaci e dinamiche positive tra le parti sociali e tra le stesse e il governo.
E’ importante, però, non sottovalutare quella che si presenta come una diversità profonda rispetto agli altri omicidi: il professor Marco Biagi viene ucciso mentre sta svolgendo attivamente il suo ruolo di negoziatore in una situazione di dialettica aspra, caratterizzata da forti tensioni sociali. Dunque l’obiettivo dei suoi assassini non può essere interpretato soltanto come l’ennesimo tentativo di produrre lesioni alla democrazia uccidendo persone che lavorano per consolidare il tessuto sociale e quello delle relazioni. C’è di più e di peggio in questa circostanza. Per la prima volta il terrorismo interviene per alterare esplicitamente, insieme alla pratica democratica, il carattere più intimo delle relazioni tra le parti, produce dunque una lesione ancora più profonda di quelle precedenti. E ancora una volta distruggendo una vita umana.
Il tentativo è quello di condizionare un confronto già difficile come mai si era verificato in precedenza. Il dramma, poi, è ulteriormente aggravato dalle recenti notizie relative al pericolo di attentati terroristici che secondo i Servizi Segreti incombeva su collaboratori e consulenti del ministero del Lavoro, tra i quali, appunto, il professor Biagi. Notizie alle quali non ha fatto seguito nessun efficace provvedimento di tutela della persona da parte del governo.
L’alterazione delle normali dinamiche sindacali, tra il governo e le organizzazioni, rappresenta un oggettivo danno per gli stessi sindacati e le persone che rappresentano, perchè punta esplicitamente a condizionare in negativo i loro comportamenti. A questo atto grave, dunque, è indispensabile rispondere da parte di tutti con grande fermezza non soltanto difendendo la democrazia con gli strumenti che la stessa rende disponibili, ma ripristinando immediatamente le condizioni della fisiologica dialettica sociale. Per questa ragione è indispensabile che il sindacato riconfermi, come hanno fatto le Confederazioni, le sue valutazioni di merito, anche quelle negative, sulle politiche sociali indicate dal governo e sostenga con ferma assunzione di responsabilità la sua posizione con la lotta e la mobilitazione.
La difesa del merito e la conferma delle proprie iniziative è l’unica forma efficace per rispondere al terrorismo e impedire che sia la mano omicida a dettare tempi, priorità e modalità del confronto sindacale. E’ auspicabile e necessario che anche il governo si comporti allo stesso modo: è legittimo e coerente sul piano dei comportamenti istituzionali che il governo confermi le sue intenzioni, anche sapendo che queste mantengono in vita tensioni e difficoltà negoziali che fanno parte della fisiologia dei rapporti.

Quello che invece è inaccettabile è il tentativo di accreditare responsabilità a chi esercita linearmente le sue funzioni di rappresentanza sociale con gli strumenti che sono propri di una tradizionale consolidata. Il tentativo di attribuire alla fisiologia delle relazioni responsabilità che attengono, invece, solo alla follia omicida, è indegno oltre che strumentale. Chi lo fa, tra l’altro, non solo mostra la sua intenzione esplicita di aggredire e condizionare il suo interlocutore, ma rimuove una parte della storia importante di anni recenti e passati, quella storia nella quale il movimento sindacale confederale, a partire dalla Cgil, ha con fermezza e a viso aperto combattuto ogni forma di terrorismo pagando prezzi elevati con l’uccisione e il ferimento di suoi rappresentanti e di suoi collaboratori.
Il contributo più forte che oggi si chiede a tutte le forze democratiche nella loro diverse funzioni di rappresentanza è proprio quello di battere il terrorismo risorgente, ripropenendo le regole e le dinamiche che sono proprie della dialettica politica e di quella sociale.