Dietro la riforma del collocamento il rischio del clientelismo

09/06/2003

        domenica 8 giugno 2003

        «L’apparente buon senso della norma nasconde possibili meccanismi distorsivi».
        Con effetti potenzialmente devastanti per il Sud
        Dietro la riforma del collocamento il rischio del clientelismo

        Mario Centorrino
        Nella riforma Biagi, come è stato chiamato il decreto attuativo della legge delega sul lavoro,
        si «destruttura» finalmente il tradizionale meccanismo del collocamento, da anni indicato come causa principale di un fallimento di mercato, quello appunto del lavoro.
        E si sostituisce con una più moderna «borsa continua del lavoro»: «sistema aperto, cioé, di incontro domanda-offerta- recita l’art. 2 del decreto – finalizzato in coerenza con gli indirizzi comunitari, a favorire la maggiore efficienza e trasparenza del mercato del lavoro, all’interno del quale, cittadini, lavoratori, disoccupati, persone in cerca di un lavoro, soggetti autorizzati o accreditati e datori di lavoro possono decidere di incontrarsi in maniera libera e dove i servizi sono liberamente scelti dall’utente».
        Al tempo stesso, si chiarisce che questo libero incontro virtuale sarà agevolato e supportato
        da un’attività di intermediazione. Svolta intanto da agenzie del lavoro pubbliche e private.
        Ma, altresì, dagli enti locali, dalle università e private, dalle fondazioni universitarie e dagli istituti di scuola secondaria di secondo grado pubblici e privati. Ed ancora, sono autorizzate allo svolgimento di attività di intermediazione a favore dei propri iscritti le associazioni di datori e prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative.
        L’apparente buon senso della norma, che vorrebbe recuperare un clamoroso fallimento di mercato, nasconde però la possibile creazione di pericolosi meccanismi distorsivi e la istituzionalizzazione di pratiche clientelari, ora non più solo percepibili e criticabili
        in quanto tali ma addirittura regolamentate con legge.
        Oltre che la prefigurazione di percorsi d’ingresso nel mercato stesso, accelerati
        o rallentati da condizioni di status o privilegi relazionali. La dimostrazione è intuitiva.
        Già oggi, per esempio, gli enti locali (meglio, i loro rappresentanti) «assistono»
        l’ingresso nel mercato del lavoro «contrattandolo» con fornitori e grandi elettori.
        Tutto il processo in atto mirato alla realizzazione di società miste è inquinato, nella stragrande
        maggioranza dei casi, dal «pizzo» in termini di assunzioni, imposto dall’amministratore
        all’imprenditore privato. Che di questo «pizzo» poi si fa alibi per giustificare gestioni
        precarie sul piano della redditività.
        Ma pensiamo cosa potrebbe avvenire con riferimento ad Università e scuola. Il proliferare di forme «privatizzate», sponsorizzate dagli stessi imprenditori che «allevano» i futuri dipendenti addirittura a partire dal livello di istruzione superiore, «spiazzando» Università e scuole pubbliche. Non, come pur avviene oggi, attraverso l’instaurarsi di ragionevoli «aspettative» (se frequenti quella tale Università privata puoi ottenere migliori «contatti» ai fini di una assunzione o un titolo più apprezzato dai «cacciatori di teste»), ma più prosaicamente operando quali vere e proprie agenzie di reclutamento.
        In sostanza, è come se alle «raccomandazioni» si sostituissero le «preselezioni» di
        classe e quello che oggi è reso in forma di «favore», compiuto con criteri di discrezionalità,
        divenisse un regolare atto amministrativo non più censurabile seppur sotto un profilo
        meramente politico. Egualmente, lo diciamo con cautela, potrebbe risultare «inquinante»
        per le funzioni del sindaco l’attribuzione di compiti che ineriscono al concreto
        «piazzamento» del lavoratore oltre alla difesa dei suoi diritti.
        Nel Sud, questi meccanismi distorsivi rischiano di avere effetti devastanti sulle disuguaglianze
        sociali e sulla «questione democratica», l’effettiva libertà del consenso elettorale.
        Erano questi gli obiettivi degli studiosi che hanno elaborato la riforma del mercato del lavoro?