Dietro gli spaghetti, l’internazionale in cucina

29/09/2005
    mercoledì 28 settembre 2005

      CAPITALE/LAVORO pagina 8

        Dietro gli spaghetti, l’internazionale in cucina

          A Milano chiudono cinque ristoranti della catena Pastarito:
          45 licenziamenti «multietnici». Presidio Cub

            MANUELA CARTOSIO

              MILANO
              «Una passione tutta italiana», recita lo slogan di Pastarito-Pizzarito. Cucinata, sfornata e servita da egiziani, filippini, senegalesi, nigeriani, cinesi, tibetani, latinos e qualche raro italiano. C’era una piccola Onu ieri al presidio organizzato dalla Confederazione unitaria di base (Cub) in Largo Donegani. Dove ha sede la succursale milanese di Cir food, cooperativa di Reggio Emilia con un volume d’affari che quest’anno sfiorerà i 300 milioni di euro. Dal 2003 Cir food è proprietaria anche del marchio Pastarito, catena in franchising: 55 ristoranti in tutto, modello Mc Donald’s in miniatura con un menu diverso. A Milano a metà settembre 5 ristoranti Pastarito, gestiti dalla srl Ristogest, hanno tirato giù la saracinescha. I 45 dipendenti sono stati messi in ferie «non concordate e soprattutto non pagate», racconta Ferdinando Maestroni della Cub. Contemporaneamente, Ristogest ha aperto le procedura per metterli in mobilità. Così i futuri licenziatari all’atto dell’eventuale riassunzione godranno degli sgravi fiscali. Prassi abituale quest’ultima, mentre l’accoppiata ferie-mobilità è «roba mai vista». Il presidio di ieri chiedeva conto a Cir food anche di questa bizzarria. Chiedeva, soprattutto, «una ricollocazione per tutti» pulita, alla luce del sole, non «soluzioni individuali», concordate con i singoli lavoratori sotto ricatto.

                Cir food si è materializzata da Reggio Emilia via cellulare. All’altro capo del telefono la responsabile delle risorse umane: «Non capiamo la ragione del presidio. Noi non licenziamo nessuno. Pastarito, una delle società controllate dal nostro gruppo, si sta adoperando per ricollocare i lavoratori della Ristogest. E’ in corso una trattativa con i sindacati confederali». I lavoratori in presidio non hanno gradito: spiegano che si sono rivolti alla Cub perché «gli altri sindacati ci trattano dall’alto in basso», «rinviano», «non raccontano bene le cose come stanno».

                  Alla fine arriva la promessa di un incontro e il presidio si scioglie. Sul taccuino restano tanti nomi: Joy, Nigeria; Hassan e Ahmed, Egitto, cuochi; Qu Pei Jung, detto Giorgio, Cina, pizzaiolo; Islam Dawdou, Bangladesh, aiuto cuoco; Sherpa Lopsang, Tibet, «un po’ di tutto in cucina»; Vanessa e Jessica, le uniche italiane. Mescolando le loro testimonianze abbiamo appreso quanto segue.

                    Il titolare di Ristogest è il signor Scaglione, «Innocente di nome ma non di fatto». Da circa un anno la paga arrivava sempre in ritardo e, da ultimo, per il 30% era corrisposta in ticket restaurant. Vitto:«Tre anni di lavoro, tre anni di pasta, pasta, pasta». Per avere un po’ di carne, una pesca o una Coca cola «dovevamo pagarle con i soldi delle mance». A Pastarito tutti fanno tutto: «Ti assumono come cuoco, ma poi devi anche lavare i piatti». Spesso e volentieri capitava di cominciare un turno in un ristorante e finirlo in un altro: «Disorganizzazione massima». Addestramento? «Si guarda quel che fa il collega e si impara». Babele di lingue in cucina? «Tutti sanno un po’ d’italiano. Se non basta, si comunica a gesti. Il difficile per qualcuno è leggere l’italiano. Lo si aiuta». Per tutti fino a qualche settimana da Cir food «era solo un nome scritto sull’intestazione del menu». Nessuno sa cos’è la Lega delle cooperative. Otto ore al giorno di lavoro, la nona, quella per consumare il pasto, non era pagata. Salario, mille euro al mese. Tutti vantano stipendi arretrati. Meglio un padrone italiano o un padrone del proprio paese? «Meglio un padrone che paga».

                      A Vanessa Cir food (o chi per essa) ha proposto come ricollocazione 25 ore di lavoro alla settimana a Castellanza: «Troppo poche e troppo distante». Scendere a 700 euro al mese, come aveva proposto Scaglione per non chiudere, è «impossibile» per tutti. E’ quel che il tibetano Sherpa paga solo d’affitto. Aspirazione collettiva: «Portare a casa i soldi che Ristogest ci deve». Insegnamento per il futuro: «Stare alla larga dai franchising, altrimenti rischiamo di ritrovarci nella stessa bagna». Sogno di Jessica: «Un posto da commessa».