Dietro ai Cobas il nodo del salario territoriale

03/02/2004

ItaliaOggi
Numero
028, pag. 1 del 3/2/2004
di Antonio Giancane

Dietro ai Cobas il nodo del salario territoriale

Ha fatto infuriare i sindacati l’ipotesi del ministro del welfare di aprire un tavolo negoziale con i Cobas. Che questo sia stato un ballon d’essai conta poco. Il problema è quello della rappresentanza dei lavoratori, e la mossa di Roberto Maroni serve a segnalarlo. Negli ultimi mesi, infatti, la vertenza sul trasporto locale e altre agitazioni hanno posto con tutta evidenza, nell’intreccio tra rivendicazioni salariali e sedi di contrattazione, la diversa visione fra sindacati nazionali e sindacati di base. Questi ultimi nascono dalla devoluzione della contrattazione e dalla valorizzazione dei negoziati territoriali, che portano la logica negoziale laddove si lavora e si produce. Da qui il gradimento del ministro leghista, che non nasconde la sua preferenza verso questo tipo di contrattazione.

In una fase in cui l’euro sta macinando il potere d’acquisto dei propri iscritti, il movimento sindacale deve fare i conti con l’inefficacia delle politiche di concertazione, che presuppongono il metodico contenimento della dinamica salariale dei contratti nazionali e la distribuzione degli effetti della produttività nell’ambito aziendale.

Ma se i contratti nazionali rispondono alla fondamentale esigenza della tutela normativa ed economica di base di tutti i lavoratori, appare del tutto normale che a livello locale si sviluppino movimenti spontanei per l’aumento delle retribuzioni. Né appare credibile il tentativo di sganciare la dinamica salariale dalla produttività a favore di un salario minimo, necessariamente connesso alla difesa del potere d’acquisto della busta paga. Una soluzione che trascura le elevate differenze del costo della vita nelle diverse aree del paese, non avvantaggia i lavoratori del Centronord o gli imprenditori del Sud. Da qui il problema di avere contratti (e salari) che tengano conto di tali differenze.

È chiara l’impraticabilità di un contratto replicante: in altre parole, revocare o duplicare quanto fissato a livello nazionale. Il secondo livello territoriale, la contrattazione collettiva, di area, di distretto oppure di categoria o settore, dovrebbe essere favorita e garantita soprattutto dagli accordi bilaterali previsti dalla riforma Biagi. E i salari potrebbero crescere in ragione della produttività media dell’area o altri fattori ambientali quali il costo della vita, affitti ecc.. Un’altra tesi è legare gli aumenti salariali al risultato economico (non il semplice fatturato) dell’azienda; certo l’impresa costituisce la sede più adatta per distribuire i vantaggi della produttività e dei risultati economici. Gli accordi di impresa o di gruppo accrescono la profondità della contrattazione. È chiaro però che gli accordi di impresa non escludono quelli territoriali. Ma la moltiplicazione dei livelli, che comporta la rottura dell’unità della contrattazione, mette in crisi le centrali sindacali.

Oltre ai Cobas, c’è un altro motivo per cui i sindacati temono la devoluzione contrattuale. Il salario locale favorisce il passaggio a sistemi pensionistici differenziati, peraltro consentiti dalla previdenza integrativa su base territoriale. Ma così si spiega anche l’opposizione dei sindacati alla decontribuzione per i nuovi assunti, al conferimento volontario delle liquidazioni ai fondi pensione, alla parità di trattamento tra fondi chiusi e fondi aperti. Questi capisaldi della riforma Maroni toccano punti vitali per Cgil, Cisl e Uil. Riguardano infatti la sorte dell’Inps, tradizionale feudo sindacale, il controllo del business delle liquidazioni e della previdenza integrativa. Come dire, un giro miliardario su cui le centrali sindacali contano per sistemare il loro precario futuro economico. (riproduzione riservata)

di Antonio Giancane