Dieci anni «buoni» per le buste paga

12/01/2004


      Sabato 10 Gennaio 2004
      Dieci anni «buoni» per le buste paga


      di LUCA PAOLAZZI

      «L’accordo del ’93 va cambiato». «I salari hanno perso potere d’acquisto». «In busta paga non è andato nessun guadagno di produttività». Con questi argomenti, non nuovi ma sostenuti con voce più grossa e maggior cipiglio sull’onda della protesta nei trasporti pubblici locali, è cominciata la campagna d’inverno contro le regole fissate nel luglio del 1993 per la contrattazione delle retribuzioni. E che apriva la strada all’introduzione di più flessibilità nel mercato del lavoro. Ma è davvero un accordo da cambiare? Se sì, per quali ragioni? Non certo quelle addotte da chi sostiene che è stato minato il pilastro della difesa del potere d’acquisto dei salari, che la fiducia dei lavoratori è stata tradita, che la moderazione ha riguardato solo le retribuzioni e non gli altri redditi, che i dipendenti non hanno partecipato alla distribuzione dei guadagni di efficienza. Queste argomentazioni sono urlate come slogan, ma non reggono alla prova dei fatti. Esaminiamoli numeri alla mano, con l’avvertenza che i dati del 2003 sono in parte stimati (nessuna statistica ufficiale è ancora disponibile per l’intero anno passato). Nell’effettuare la ricognizione, più oggettiva di indagini alla moda sull’impoverimento del ceto medio, abbiamo suddiviso il decennio 1993-2003 in tre sottoperiodi, ciascuno caratterizzato da importanti passaggi economici: nel 1993-97 si sono dispiegati gli effetti della megasvalutazione della lira (solo in parte rientrata) e del risanamento dei conti pubblici per l’ingresso nell’Unione monetaria; nel 1997-2001 sono divenute efficaci le riforme del mercato del lavoro e l’economia è stata tirata dal boom americano; nel 2001-2003 ci sono stati la stagnazione e l’arrivo dell’euro nelle nostre tasche. 1993-97: salari ben difesi. Senza guadagni di produttività. Le retribuzioni (di fatto, non solo contrattuali) per dipendente sono salite del 3,8% all’anno, esattamente come i prezzi, sia nell’insieme dell’economia che nel settore privato. L’occupazione ha perso ancora un po’ di terreno, come colpo di coda della grande emorragia del ’93 (ma già nel ’97 era ripartita, per effetto delle prime riforme). La produttività è salita del 2,1% annuo, un passo "americano", in conseguenza sia delle forti ritrutturazioni innescate dalla crisi del 1992-93 che del rimbalzo nel ciclo economico. D’altronde una redistribuzione del reddito a favore degli utili aziendali, dopo la compressione degli anni precedenti, era indispensabile per sostenere gli investimenti, perseguita con le politiche economiche (di rilancio della competitività) e consapevolmente accettata dai sindacati. Se consideriamo le premesse, ossia una svalutazione del cambio senza precedenti in tempi di pace e a cui in passato sarebbe seguita un’impennata dell’inflazione, l’accordo ha retto benissimo la prova del fuoco: l’accelerazione dei prezzi al consumo fu solo momentanea (una "gobba" nel percorso di riduzione, come la definì l’allora Presidente del Consiglio, Ciampi) e il potere d’acquisto delle retribuzioni venne perfettamente tutelato.
      1997-2001: doppio vantaggio. Per le buste paga. Perché le retribuzioni per dipendente crebbero più del costo della vita: 3,1% contro 2,2% annuo, con un aumento reale complessivo di quasi quattro punti percentuali. E insieme il numero degli occupati dipendenti è cresciuto a ritmi sconosciuti in tutto il dopoguerra: 1,8% annuo nell’insieme dell’economia, 2,1% nel settore privato (ossia esclusa la pubblica amministrazione e alcuni servizi più presidiati dal pubblico, come l’istruzione e la sanità). In totale, quasi 1,3 milioni di persone hanno trovato un impiego alle dipendenze: meglio degli Stati Uniti, grazie alla piena efficacia delle riforme di allora. Cosicché il monte salari, ossia il reddito ottenuto dalle famiglie con il lavoro dipendente, è salito del 4,7% annuo, guadagnando terreno anche in quota del Pil. C’è stata cioè una redistribuzione del reddito a favore delle retribuzioni. Come testimoniato dal fatto che i lavoratori si sono accaparrati tutti i modesti (0,9% annuo) aumenti di produttività. In termini di costo del lavoro i risultati sono diversi, perché sfalsati dall’arrivo dell’Irap e dalla contestuale riduzione degli oneri sociali. Quel che contano per i dipendenti sono le retribuzioni. 2001-2003: l’euro abbaia. Ma non ha morso le buste paga. Se non di poco. Mentre la stagnazione economica non ha impedito altri forti guadagni occupazionali: oltre mezzo milione di nuovi posti alle dipendenze (+1,5% annuo, +1,9% nel "privato"). La flessibilità paga, e più ancora pagherà con la legge Biagi. Le retribuzioni sono salite del 2,7% all’anno nell’intera economia e del 2,3% nel privato, mentre i prezzi al consumo sono aumentati del 2,6%. Il monte salari ha continuato a salire, più del Pil, e ad alimentare i bilanci delle famiglie (seppure non certo a ritmi da boom: ma con l’economia ferma è stato comunque un successo).
      E la produttività? Niente ai lavoratori? Niente a nessuno: è scesa dello 0,6% l’anno (0,8% nel "privato").
      Un decennio positivo. Tirando le somme, il bilancio dei primi dieci anni di vita dell’accordo del ’93 è stato positivo per l’economia nazionale: contenimento dell’inflazione e arginamento della perdita di competitività, ingresso nell’euro. E soprattutto per i lavoratori. Le cui retribuzioni sono aumentate un po’ più dell’inflazione, partecipando così alla distribuzione dei guadagni di produttività (pochi e concentrati nei primi quattro anni). E che soprattutto hanno conosciuto una vera e propria esplosione di posti di lavoro dipendenti: 1,7 milioni in più, e tutti dal 1996 in poi. Per il 2004 è facile pronosticare un recupero delle retribuzioni reali, con inflazione calante e buste paga rimpolpate dagli ultimi rinnovi. Allora quell’accordo è da cambiare? Non certo perché non abbia funzionato. Per giunta è già mutato in molte parti, superate dalle modifiche normative o adattate dalla prassi. Perché è sempre stato flessibile, sia nella fissazione-revisione dell’inflazione programmata, faro che guida la contrattazione (e le parti sociali possono dire la loro nello stabilirla) che nell’interpretare i recuperi degli scarti tra inflazione effettiva e programmata. Non si tocca, allora? Per carità, nessun tabù. Ma va cambiato là dove è più necessario per assecondare il futuro sviluppo dell’economia: nessun maggior automatismo nel legare retribuzioni ai prezzi ma maggior spazio a una contrattazione che tenga conto dei diversi livelli e dinamiche dei prezzi a livello regionale. Perché se qualcosa è mancato nel passato decennio è stato proprio lo sviluppo. Una carenza non imputabile ai meccanismi del lavoro, per quanto da perfezionare nelle regole di licenziamento e nei relativi ammortizzatori, ma ad altri ambiti vitali della politica economica: liberalizzazioni, finanza, tassazione, spesa pubblica in investimenti, sostegno della ricerca. Su questi è più fruttuoso concentrare le forze e gli sforzi di governo e parti sociali.