Dibattito: Articolo 18

10/06/2002


lunedì 10 giugno 2002

1) Le contraddizioni a sinistra e le ragioni della politica
2) Licenziamenti senza tutele, quell’illusione dei nuovi posti
3) Il mestiere dello studioso e le scelte del legislatore
4) Bertinotti e gli «apprendisti stregoni»

IL DIBATTITO

ARTICOLO 18

      Nell’articolo di fondo pubblicato sul «Corriere» del 6 giugno Pietro Ichino ricordava un progetto di legge di modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori presentato da 50 deputati del centrosinistra nel marzo del 2000. La riforma prevedeva l’eliminazione dell’automatismo del reintegro del lavoratore licenziato senza giusta causa, lasciando al giudice la decisione sul rientro nell’azienda o il risarcimento. Una norma applicabile, secondo il progetto, anche alle piccole e medie imprese.





COERENZA & RIFORME

Le contraddizioni a sinistra e le ragioni della politica

di Giancarlo Lombardi e Michele Salvati

      Caro direttore, il 6 giugno Pietro Ichino ha scritto sul Corriere un fondo ineccepibile in punto di fatto (Doppia verità su una riforma), ma un po’ facile, forse anche leggermente qualunquistico, nel messaggio che trasmette al lettore. E’ vero che le persone da lui menzionale – Tiziano Treu, soprattutto, ma anche i sottoscritti, in mezzo a tanti altri – hanno sostenuto nella scorsa legislatura proposte di riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori anche più penetranti di quelle che l’attuale governo intende realizzare. E’ vero che in materia di legislazione del lavoro tutte queste persone – che a buon diritto si ritengono di sinistra o centrosinistra – nutrono convinzioni diverse da quelle di Cofferati. Ed è infine vero che alcuni di loro – quelli che sono rimasti in Parlamento – oggi avversano ogni idea di ritocco di quel famigerato articolo, fino al punto di presentare una impegnativa proposta di legge sullo Statuto dei lavori (Tiziano Treu e Giuliano Amato) che neppure lo menziona.
      Non intendiamo nasconderci dietro al dito di non essere più in Parlamento e dunque di non essere esposti ai dilemmi che devono affrontare i nostri amici liberal che in Parlamento sono rimasti.
      Sicuramente ha contato non poco – nella nostra decisione di non candidarci alle ultime elezioni – il disagio di dover sostenere per ragioni di schieramento posizioni che non condividiamo nel merito, disagio che abbiamo avvertito molte volte nella passata legislatura.
      Fossimo però oggi in Parlamento, sentiremmo il dilemma tra ragioni specifiche di merito e ragioni politiche generali con altrettanta forza dei nostri amici e proprio non sappiamo come ci comporteremmo.
      Pietro Ichino la fa troppo facile. Proprio perché la questione dell’articolo 18 si è caricata di un significato politico generale così estremo è molto difficile decidere come comportarsi, impossibile decidere esclusivamente sulla base delle proprie convinzioni sul merito del problema. Nel merito si tratta di piccola cosa. Da un lato dare al giudice la scelta tra il reintegro e il risarcimento (di cui è importante fissare un sostanzioso minimo, più che il massimo) è soluzione più che civile e che non lede alcun «diritto», se diamo a questo termine il suo significato proprio. Dall’altro nessuno è sinora riuscito a sostenere con argomenti convincenti che questa piccola facilitazione per le imprese nel regime del recesso produrrebbe risultati economici e occupazionali apprezzabili.
      E allora? Allora è inevitabile che pesino maggiormente considerazioni politiche generali, per cui non ci si deve meravigliare se chi è personalmente convinto di una certa soluzione di merito la subordina poi a quelle considerazioni. E Ichino fa male a non prospettare il dilemma nella sua complessità, a denunciare come contraddizione ciò che in realtà è una scelta in condizioni diverse: così facendo egli rischia di alimentare una visione della politica sin troppo diffusa, una visione secondo cui i politici, di destra e di sinistra, sono sempre pronti a voltare gabbana, a rimangiarsi le proprie promesse e persino le proprie convinzioni profonde «quando gli conviene». La politica è una cosa difficile, in cui ci sono certamente voltagabbana volgari, ma anche persone di grande integrità che ritengono in perfetta buona fede che sia necessario superare le proprie convinzioni di merito quando le circostanze lo impongono. Si può criticare questo loro giudizio. Si può sostenere che Giuliano Amato e Tiziano Treu fanno male, e proprio per ragioni politiche generali, a piegarsi a esigenze di unità del centrosinistra. Ma per farlo bisogna valutare queste esigenze e ragioni, e Pietro Ichino non lo fa.






              RICETTE & RISORSE

              Licenziamenti senza tutele, quell’illusione dei nuovi posti

              di Ferdinando Targetti

              Caro direttore, vorrei rispondere all’articolo di fondo di Pietro Ichino, uscito sul Corriere del 6 giugno, nel quale egli rinfaccia ad alcuni firmatari del disegno di legge 6835/2000, tra i quali chi scrive, di essere stati favorevoli con quel disegno di legge alla riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sotto il governo di centrosinistra e di osteggiarla ora sotto il governo di centrodestra, accusandoli di andare dietro, come tanti soldatini «allineati e coperti», al leader della Cgil. Non credo che io fossi allineato e certo non ero coperto, quando, prima dello sciopero generale, sono intervenuto su questo tema con un articolo sull’Unità dal titolo «Flessibilità, Tarzan senza la liana», con opinioni che non ho modificato. L’argomento è molto semplice e si può riassumere in poche righe: una cosa è licenziare un lavoratore che è tutelato nel mercato del lavoro, un’altra cosa è licenziarlo e basta. Keynes, a chi lo accusava di aver cambiato opinione, rispose che non è incoerente uscire un giorno senza l’ombrello e l’altro giorno con, se nel secondo giorno piove.
              Il governo sostiene con insistenza la relazione tra l’abolizione dell’articolo 18 e la creazione di nuovo lavoro. Io non credo che la modifica all’articolo 18 abbia effetto nella creazione di posti di lavoro: nel Nord c’è piena occupazione e c’è l’articolo 18, il lavoro va creato al Sud attraverso la creazione di imprese che non nascono con l’abolizione dell’art.18. Inoltre il 95% delle imprese italiane ha meno di dieci addetti e l’articolo 18 opera solo per imprese con più di 15 addetti.
              L’insistenza del governo sulla relazione tra l’abolizione dell’articolo 18 e la creazione di lavoro nasconde il reale obiettivo, che è quello dell’indebolimento sindacale. Quindi lo stesso provvedimento se adottato per ridurre il contenzioso giudiziario senza ridurre le tutele dei lavoratori va bene, se è adottato per cambiare i rapporti di forza tra lavoratori e imprese dentro le imprese medio-grandi va male. In secondo luogo credo che non richieda molti commenti l’evidente considerazione che non è lo stesso provvedimento una proposta di modifica delle tutele dei lavoratori a livello di impresa qualora questa modifica sia inserita o non lo sia in una riforma generale delle tutele dei lavoratori a livello di sistema economico, quale ad esempio la creazione di istituti come il reddito minimo garantito e la destinazione di risorse cospicue alla formazione permanente.
              Qui si inserisce il problema della credibilità. E’ da dieci anni che la letteratura economica insiste su questo concetto: le stesse misure adottate da una Banca centrale credibile sono diverse da quelle adottate da una Banca centrale non credibile. Una trattativa sindacale è come uno scambio commerciale, un partner deve credere all’altro. Io non vado a comprare una macchina di seconda mano da un rivenditore che mi refila bidoni (vedi il famoso articolo di Akerlof "The market for lemons", che in inglese sarebbero appunto i bidoni). Il giudizio sulla credibilità del governo forse è diverso tra i diversi sindacati e non c’è da stupirsi più di tanto. Personalmente la giudico vicino a zero. Sulla base di che cosa? Semplice, della finanza pubblica.
              Lo scambio tra minori tutele a livello di impresa in cambio di maggiori tutele a livello di sistema costa e il governo non è credibile quando afferma che sono costi che può affrontare. Per quattro ragioni.
              Primo perché non ha una lira, come è dimostrato dalla mancata riduzione dell’indebitamento del 2001 al netto delle operazioni di cartolarizzazione. Secondo perché negli anni futuri non potrà più godere della discesa dei tassi di interesse. Terzo perché non ha nessun potere nell’accelerare la crescita economica senza grossi interventi in opere pubbliche che sottraggono ulteriori risorse. Ultimo, ma non da ultimo, perché il governo ha vinto le elezioni con la promessa di cospicue riduzioni delle imposte, politica che, se attuata, sottrae ulteriori risorse all’ipotetica riforma degli ammortizzatori sociali. Ichino chiude chiedendoci che cosa diremo ai nostri elettori il giorno dopo che saremo tornati al governo sulla riforma del diritto del lavoro.
              Innanzitutto lo ringrazio dell’augurio e poi sono io a chiedergli «se vedi Biancaneve a cui la strega sta offrendo una mela avvelenata le suggerisci di non prenderla o ti preoccupi che in futuro non potrai suggerirle più una dieta che contenga il salutare frutto?».



                  LA REPLICA

                      Il mestiere dello studioso e le scelte del legislatore

                      di Pietro Ichino

                      Al buon politico, in un sistema democratico, non basta conoscere a fondo i problemi e individuare le soluzioni in astratto migliori: gli occorre anche avere il consenso degli elettori e averlo oggi. Michele Salvati e Giancarlo Lombardi hanno pienamente ragione quando lo sottolineano; e anche quando ammoniscono contro il rischio di qualunquismo, di svalutazione del ruolo specifico e insostituibile della politica, rischio insito nel disconoscere la difficoltà in cui il politico serio si trova quando le idee e soluzioni in astratto migliori stentano a raccogliere il consenso popolare. Il mestiere dello studioso delle scienze sociali – oltre che del giornalista – è però diverso da quello del politico: egli ha il dovere di dire ciò di cui è convinto anche quando è impopolare, quando il consenso su ciò che egli dice richiede anni o decenni per maturare; e anche quando il dirlo lo pone in contrasto con la propria parte politica. Il che, certo, può creare una situazione di incompatibilità tra i due mestieri; ma la libera dialettica fra di essi resta preziosa e insostituibile.
                      Ferdinando Targetti muove invece al mio articolo di giovedì scorso un’obiezione diversa. La riforma della disciplina dei licenziamenti delineata nel disegno di legge Treu del marzo 2000 – dice Targetti – è auspicabile soltanto nel quadro di un sistema di protezioni efficaci del lavoratore
                      nel mercato (servizi capillari di informazione e formazione mirata, trattamento di disoccupazione adeguato); non lo è al di fuori di quel quadro; e soprattutto non lo è quando viene proposta da un governo che ne fa l’occasione per un indebolimento generale del movimento sindacale.
                      Questa, però, è un’affermazione ben diversa da quella secondo cui l’articolo 18 dello Statuto, così com’è, costituirebbe una garanzia fondamentale di dignità e libertà dei lavoratori, sarebbe cioè una norma assolutamente intangibile, sulla cui modifica non si può neppure discutere. Far propria quest’ultima posizione, da parte dei partiti di centrosinistra, è sbagliato non soltanto sul piano teorico-concettuale, ma anche sul piano immediatamente politico: essi infatti già ora non sono in grado di spiegare ai propri elettori perché quella garanzia, «fondamentale e intoccabile» ma oggi applicabile soltanto a nove milioni di lavoratori, non debba essere estesa anche a tutti i dipendenti delle piccole imprese, come propone Rifondazione comunista; e ai collaboratori coordinati e continuativi, come propone la Cgil. Il «modello tedesco» proposto da Treu nel marzo 2000 mirava a una tutela modulata ma sostanzialmente unitaria di tutti questi lavoratori; la «linea» dell’intangibilità dell’articolo 18 non lo consente.
                      Se dunque – come Targetti, ma anche Treu, Amato, D’Alema, Rutelli e tanti altri esponenti del centrosinistra pensano – esistono dei modi migliori rispetto all’attuale articolo 18 per proteggere la sicurezza e la dignità dei
                      lavoratori (di tutti i lavoratori e non soltanto di nove milioni di essi!), perché attestarsi sulla parola d’ordine «l’articolo 18 non si tocca»? Perché non contrapporre, invece, alle proposte del governo attuale, su questo punto del tutto improvvisate e disorganiche, una proposta organica e ambiziosa, che possa domani costituire per l’opposizione un programma elettorale davvero credibile? Certo, c’è il «rischio» che il governo accolga quella proposta; ma ciò significherebbe soltanto che su questo terreno, a differenza di quelli della giustizia, dell’informazione o della scuola, un’intesa sensata tra maggioranza e opposizione è possibile.





                      Bertinotti e gli «apprendisti stregoni»

                      Quella intorno all’articolo 18 dev’essere una discussione aperta e franca. Il Corriere , il quale pur ritiene che una riforma (nel rispetto dei diritti dei lavoratori) sia necessaria, ha dato spazio a ogni posizione; le opinioni che ospitiamo in questa pagina lo dimostrano. Gli interventi di Pietro Ichino (30 maggio e 6 giugno) hanno sollevato, com’era naturale, consensi e critiche, tutte interessanti e rispettabili, che hanno trovato spazio. Il lettore ha materiale abbondante per formarsi un proprio giudizio. Spiace perciò notare che un politico attento e responsabile come Fausto Bertinotti abbia parlato in un comizio alla Carrozzeria di Mirafiori ( La Stampa , 6 giugno) di «apprendisti stregoni» che alimenterebbero una «guerra tra poveri». Persone che, secondo Bertinotti, andrebbero «fermate» perché «agitano cinicamente motivazioni ipocrite per calpestare i diritti dei lavoratori».