Diario intimo di un maggiordomo

06/03/2001

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Ferdinando, una vita in frac
diario intimo di un maggiordomo


SIMONA CASALINI


Nel suo biglietto da visita basta il nome: "Ferdinando", poi, in piccolo, con sobri caratteri inglesi color grigio piombo, anche indirizzo e telefono. A malincuore ha dovuto aggiungere il numero del cellulare. E’ un oggetto che lo disturba, d’ineleganza torva e assoluta. Due anni fa anni fu chiamato a Firenze a una colazione di livello e gli fu affidato il delicato compito di assistere le voglie enogastronomiche di Bill Clinton: accadde che, nella sfilata della decina di bicchieri da vino sciorinati come panni al vento dalla migliore aristocrazia fiorentina, dovette inserire anche una Coca Cola affogata di ghiaccio, come sommessamente richiesto dal Presidente.
Ferdinando Tavella di mestiere fa il maggiordomo, anzi, per qualcuno, nei salotti romani più inaccessibili, è il top dei grand commis. Custode severo di piccoli grandi segreti, tresche, vizi e capricci di famiglie che ancora aprono i saloni nelle occasioni di ufficialità, sfiora con garbo la soglia dei settanta, single, capelli grigi, mani curate come un pianista. Lui, l’epoca dei grandi seduttori, dei playboy che scorrazzavano tra via Veneto e Saint Tropez, degli sciupafemmine epigoni della Dolce Vita, sì, insomma della Premiata Ditta della Baldoria di trenta, quarant’anni fa, l’ha vissuta dal di dentro, tra i "panni sporchi", già è proprio così, di quella vita con le bollicine, apparentemente di soave e perfetta gaudenza.
A Roma cominciò a servizio in un ampio appartamento ai Parioli della Chicchi Carminati, donna magnifica, moglie di Uccio gran fascino di playboy, e lì si allenò i muscoli per come accudire al meglio "i viveur". Un gran lavoro, sconfinati guardaroba da tenere in ordine, tutte le sere gran cene per i sempre presenti amici della coppia, Roma bene e meno bene, accomunata però dalla voglia di divertirsi: c’erano Franco Rossellini, nipote di Roberto, Pasolini, il playboy Piacentini, Franco Fabrizi, Peppino Patroni Griffi, Elsa Martinelli… «Ogni sera una festa, dovevo inventare un dolce diverso, questo era tassativo, con le ragazze sempre eleganti, gli uomini sempre su di giri».
Come molte, allora, la coppia si divise agli inizi degli anni ‘70, e Ferdinando seguì Uccio a Saint Tropez, e fu lì che conobbe su una barca modestamente chiamata "El Real" il barone Rodolfo Parisi, che lo volle a suo servizio nel piano nobile del seicentesco palazzo Benicelli di piazza dell’Orologio. «Grande playboy, anche ricco, vita molto agitata. Svernavamo a Londra, poi primavera a Roma e poi si partiva per Saint Tropez e Montecarlo».
Solita vita appresso a uno che davvero se la godeva. «Il barone si svegliava alle undici di mattina, si vestiva solo da Testa in via Frattina e fece scalpore quando per la prima volta indossò in via Condotti un soprabito tigrato. Stava tre ore in bagno, tutte le sere col phon lo aiutavo a sistemarsi i capelli, e poi via, con gli amici al Number One». Aveva la Rolls metallizzata che parcheggiava in mezzo alla piazza, pur avendo a disposizione un cortile interno, anche lui gran tombeur de femmes, che morì banalmente, travolto dallo specchietto di un autobus di Londra.
Da lui, in quegli anni di gaudenza ma anche di scandali rosa, morti misteriose e molta cocaina, convergevano Franco Rapetti, con quel suo soprannome di "capriccio per signora" che poi volò giù da un grattacielo di New York, qualche volta Soraya, Beppe Pirodi che ebbe una lunga relazione con Odile Rodin, fresca di vedovanza, la temperamentosa principessa Mirta Sciarra Barberini, la bella Capucine allora fidanzata con William Holden e anche Bino Cicogna, sì, il produttore, con la sua giovane fiamma Britt Ekland. Ed era di casa anche Gigi Rizzi, tanto a Roma, quanto a Londra o nella villa che il barone ogni anno affittava nell’immancabile Saint Tropez, di proprietà del cantante Johnny Halliday.

«Da noi in villa una sera venne a cena anche l’allora divetta Brigitte Bardot accompagnata da Gigi Rizzi, il suo amore italiano. Bella, ma piccola piccola, molto civettuola, molto chiacchierona: c’erano i soliti, la Martinelli, Nathalie Wood, Marisa Mell che poi al cinema interpretò Eva Kant, molte altre ragazze, ma io offrii proprio a BB una rosa. Non fece una piega, la lasciò lì. Cafona. Altra classe, direi, la principessa Fabiola: anche a lei più di recente ho offerto una rosa e la nobildonna non la finiva di ringraziarmi». E ricorda anche che quando Odile Rodin veniva ospite a piazza dell’Orologio, per una settimana si portava dietro una quindicina di valige di cui una piena solo di cuscini. Ma lei se lo poteva permettere perché era la giovane vedova di Porfirio Rubirosa, dunque di una leggenda tra i grandi seduttori a cui tutti allora si ispiravano: cinque mogli, incalcolabili amiche, da Ava Gardner a Joan Crawford, da Marilyn a Tina Onassis, e una vita in corsa tra Roma, Parigi e Saint Tropez. Uno che, per capirci, al cronista che un giorno gli chiese se qualcuna gli avesse mai detto di no, lui rispose anodino: «Giovanotto, non sia idiota». Si schiantò a Parigi nel ’65 con la Ferrari cabriolet, le vedove si consolarono presto. Altri tempi.
E chi adesso apre i propri salotti romani? «Molti, le assicuro, ma non amano apparire. Mario D’Urso, il senatore, è un padrone di casa ineccepibile, come anche la Sandra Verusio, la baronessa Gabriella Parisi, con i capelli biondi a zazzera, zia del bon vivant Rodolfo, o la duchessa Marilù Gaetani, buona amica del ministro Veronesi e molto attiva per le associazioni contro il cancro».
Non a caso, fu scelto Ferdinando in frac alle costole di Lady D ospite di un sontuoso pranzo a Palazzo Farnese, e, più di recente, c’era sempre lui in guanti bianchi "ombra"della regina Elisabetta e del principe Filippo alla colazione di Villa Madama. Tutto è filato liscio, giusto una défaillance quando il principe ha chiesto un bicchiere di birra e in villa non c’era nemmeno una volgare lattina.