Di Vittorio, la lezione di un uomo dell’800

30/10/2007
    martedì 30 ottobre 2007

      Pagine 23 – Cultura

        A Roma
        Oggi le celebrazioni con il Presidente Napolitano

          La Fondazione Di Vittorio ha promosso un ciclo di iniziative per celebrare, studiare, ricordare e riproporre la figura umana e politica di Giuseppe Di Vittorio, segretario generale della Cgil e Deputato al Parlamento italiano, scomparso cinquanta anni fa a Lecco il 3 novembre del 1957 al termine di un comizio sindacale. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha onorato del suo Alto Patronato il ciclo di celebrazioni che si sono aperte lo scorso maggio, e sarà presente anche oggi, ore 10,00, nella Sala della Lupa di Montecitorio, con Fausto Bertinotti, Pier Ferdinando Casini e Guglielmo Epifani, per ricordare il sindacalista. Sono previste quattro relazioni su La figura di Giuseppe Di Vittorio di Valerio Castronovo. Innocenzo Cipolletta, Mario Pirani e Adolfo Pepe.

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            Di Vittorio, la lezione
            di un uomo dell’800

              A CINQUANT’ANNI dalla morte la statura politica e culturale del sindacalista rimane valida e attuale più che mai, anche in tempi di «precariato». Indipendente dal partito, si schierò a fianco degli operai ungheresi nel ’56

                di Adriano Guerra

                  Di Vittorio – ha scritto Luciano Lama – «è stato in Francia, in Spagna, ha avuto un’esperienza vasta: però la sua vera esperienza sindacale è stata quella dei braccianti pugliesi. Il sindacato l’ha conosciuto vivendo la vita dei braccianti degli anni Dieci». È dunque possibile guardare a Di Vittorio – se si pensa all’arretratezza sociale e culturale del Mezzogiorno d’Italia dei primi del secolo scorso – come ad un uomo dell’800. Glielo hanno detto in molti anche, in qualche caso per rimproverargli atteggiamenti ritenuti «troppo all’antica», non consoni ai «tempi moderni». È accaduto ad esempio dopo la sconfitta alla Fiat della Fiom, scesa alle elezioni del 29 marzo 1955 dal 70,4% dell’anno precedente al 39%. Che legame poteva esserci – ci si chiedeva allora – fra i braccianti dei primi anni del ’900 – che qualche film in bianco e nero ci mostrava e ci mostra curvi a spostar terra o anche, talvolta, con l’abito nero della festa, a chiacchierare sul sagrato di una chiesa – e il «moderno operaio di fabbrica» della metà degli anni ’50?

                  Tutto – si proclamava – era cambiato. La Cisl e la Uil avevano firmato con la Confindustria l’accordo sul conglobamento, e ne erano seguiti in decine e poi centinaia di fabbriche accordi separati che avevano messo ai margini la Cgil. Alla Fiat c’era il sindacato di Valletta e altri «sindacati aziendali» stavano sorgendo un poco ovunque. Ma i mutamenti più profondi riguardavano l’organizzazione della produzione nella fabbrica ove erano arrivate le tecnologie della nuova «rivoluzione industriale». E poi c’erano le «relazioni umane», le case per gli operai con la piscina e gli asili nido che il conte Marzotto aveva fatto costruire e che, come ci ha raccontato la moglie Anita, tanto impressionarono Di Vittorio. E ancora c’erano le «paghe di classe», i premi di produzione, i nuovi sistemi di cottimo. Che cosa erano diventati insomma i braccianti del Sud ora che avevano raggiunto l’«America» di Torino, Milano, Brescia, Porto Marghera?

                  Rispondere alla domanda non era facile, né per il sindacato, né per il Pci che a Torino e a Roma parlavano soltanto di «elezioni non libere» perché svoltesi sotto il segno di quell’«infame ricatto dei licenziamenti e della fame» che «per quaranta giorni il padrone aveva fatto incessantemente pesare su ognuno degli operai e degli impiegati». Non era facile neppure per Di Vittorio, e proprio perché il mondo dal quale veniva era quello ricordato da Lama. Ma l’ex bracciante di Cerignola ha saputo trovare la strada e le parole giuste. Alla riunione del Comitato direttivo della Cgil del 26 aprile 1955 ha incominciato mettendo al centro le sue responsabilità di massimo dirigente del sindacato. Non si è però fermato all’autocritica. Il suo è diventato subito (Michele Pistillo nella sua biografia ha ricostruito quel momento di svolta) un discorso «moderno», che ha sorpreso un po’ tutti perché, rovesciando di 360 gradi l’impianto politico-culturale precedente – ostile in partenza a tutto ciò che si temeva potesse portare al «sindacato di fabbrica», e per questa via al «corporativismo» delle categorie – ha posto a tutta la Cgil il problema di abbandonare gli «schemi generali» entro i quali si era pensato, sino a quel momento, di affrontare le questioni particolari.

                  Ora che i «tempi di carestia», per dirla con Vittorio Foa, erano finiti occorreva – proseguì Di Vittorio – affrontare a livello aziendale tutto quello che di nuovo era sorto nella struttura delle retribuzioni, nell’organizzazione e nei metodi di lavoro, e anche nel modo di vivere e di pensare dei lavoratori.

                  Di quei lontani tempi di Puglia e di quelli, anch’essi di carestia, dei primi anni del secondo dopoguerra, occorreva però, per Di Vittorio, non abbandonare alcuni dati di fondo: quelli che riguardavano il valore della solidarietà, il ruolo nazionale – di costruttore e difensore dell’unità nazionale – del sindacato, il valore da assegnare all’unità dei lavoratori e del movimento sindacale, il principio dell’autonomia e dell’indipendenza del sindacato nei confronti «dei padroni, dei governi e dei partiti».

                  Era stato sulla base di questi princìpi che dal Patto di Roma al lancio del Piano del Lavoro (per cui gli operai del Nord avevano accettato consapevolmente di accollarsi sacrifici materiali per permettere un aumento dell’occupazione nel Mezzogiorno), all’atteggiamento di apertura nei confronti di iniziative dei governi centristi ritenute valide anche se combattute dall’opposizione di sinistra (quali ad esempio il Piano Vanoni, la Cassa del Mezzogiorno, e in precedenza la stessa adesione italiana al Piano Marshall), che la Cgil aveva con Di Vittorio impostato la sua presenza in Italia. Senza mai accettare come definitiva la rottura del 1948 con la Cisl e la Uil. Senza mai rinunciare a battersi contro coloro che guardavano al sindacato, in nome del «primato della politica», come ad uno strumento, una cinghia di trasmissione – come recitava la formula – del partito.

                  Quante battaglie perse su quest’ultimo tema… Quante volte Di Vittorio ha dovuto accettare che decisioni importanti per quel che riguardava ad esempio l’inquadramento sindacale venissero prese dalle e nelle segreterie dei Pci e del Psi. Ma anche con quale paziente coerenza egli ha continuato a lavorare perché il principio per cui il sindacato dovesse essere altra cosa che una mano del partito venisse accolto – come avvenne poi all’VIII congresso del 1956 – dal Pci.

                  Né la sua battaglia ha riguardato soltanto il nostro paese. Presidente della Federazione sindacale mondiale, e cioè dell’organizzazione messa in piedi dai sovietici per imporre ovunque un’idea del sindacato come forza subalterna al partito, egli, anche in quella sede, ha rivendicato per i sindacati il diritto all’indipendenza. Il loro posto – non si stancò di ripetere – non poteva che essere sempre dalla parte dei lavoratori, anche quando si trattava di prendere posizione contro un partito e un regime che sostenevano di essere, per definizione, organi della classe operaia. E che non si sia trattato per lui di parole di circostanza è testimoniato dalla sua immediata scelta di campo – in aperta contrapposizione non solo alle burocrazie del «socialismo reale» ma anche a Togliatti – a fianco dei lavoratori scesi in lotta a Poznan in Polonia nel giugno 1956 e pochi mesi dopo in Ungheria nei giorni drammatici della rivolta democratica.

                  Non è davvero facile, insomma, definire Di Vittorio, comunista e uomo di partito, che ha pagato il suo tributo a Stalin e allo stalinismo, ma che nel 1938, esule in Francia, ha detto «no» al patto Molotov-Ribbentrop, pagando, per questo, lunghi anni di isolamento. Non è facile liberare la sua figura – come si legge nell’ultimo scritto di Bruno Trentin – dalle vulgate «che lo relegano nella cerchia dei capipopolo e dei tribuni dall’oratoria trascinante, o che vedono in lui soltanto il grande bracciante autodidatta, ignorando la sua statura – politica e culturale – di grande riformatore affermatasi quando il Pci era ancora assai lontano dal percepire l’esperienza catastrofica del “socialismo reale”».

                  Non è facile anche perché siamo entrati in un secolo nuovo. (Anche se la Fiat – sempre la Fiat… – dopo aver dato all’operaio-produttore il salario più basso d’Europa, oggi ci riprova, puntando sull’operaio-consumatore, con questi 30 euro infilati – a buon rendere? – nelle buste paga).

                  Un secolo, il nostro, nel quale – si dice ancora – il lavoratore «a tempo pieno» sarebbe destinato a scomparire, come sono scomparse le mondine, e in ogni caso, quando scende in lotta per difendere i propri interessi non difenderebbe più, ma anzi colpirebbe, gli «interessi generali» e quelli dei giovani in attesa di lavoro o alle prese con lavori saltuari e precari. Perché quest’operaio a tempo pieno non sarebbe altro, oggi, in quanto «lavoratore garantito», che un roditore delle pensioni altrui.

                  Ma davvero il mondo si è rovesciato, ciò che era controriforma è diventato riforma, e costruire il futuro significa fare tagli netti con tutto il passato? Torniamo alle scelte Di Vittorio, insieme di rottura e di continuità, e chiediamoci se esse non possano essere di aiuto anche oggi. Anche per guardare all’interno delle fabbriche. Per chiederci ad esempio se non sia inadeguata la scelta compiuta dai lavoratori della Mirafiori che hanno «sparato nel mucchio» nel momento in cui il sindacato era chiamato ad una scelta politica. E se, per contro, i lavoratori del Nord che hanno votato «sì» ad un documento fatto proprio dal governo, dai sindacati e dalla Confindustria e che aveva al centro non già la difesa dei loro interessi immediati ma quelli generali del paese, non abbiano seguito l’esempio dei loro padri e dei loro nonni degli anni ’50. Non abbiano dato cioè una mano ai giovani disoccupati o senza lavoro fisso.

                  Nel secolo scorso c’erano insomma cose – com’è naturale – sia del secolo precedente che di quello successivo, il nostro. Per cui può succedere che Di Vittorio, (classe 1892) che ha scoperto il sindacato guardando ai braccianti pugliesi dei primi anni del ’900, abbia qualcosa da dire anche ai produttori-consumatori di oggi.