«Devo portare il bimbo all’asilo» Arriva tardi al lavoro: licenziato

17/05/2010

ROMA – Accompagna a scuola il figlio di quattro anni, arriva tardi al lavoro dopo aver avvisato l’azienda e viene accolto con una lettera di licenziamento che i sindacati sono già pronti a impugnare. Ma Alex Barbieri, un operaio bergamasco trentasettenne cassaintegrato e ormai ex dipendente della Bigarella, industria specializzata nel campo di distributori automatici di snack e bibite, non è arrivato in ritardo per il contrattempo di un giorno. Abita a Paderno d’Adda, in provincia di Lecco, e ogni mattina accompagna il figlio a scuola, non lontano dalla casa dove abitano ma a ben 25 chilometri dall’azienda di Cassano d’Adda, nel milanese. Lo ha fatto per mesi ogni giorno, con fatica ma senza interferire con gli orari di lavoro, prima di iniziare il turno delle 8,30. La situazione, però, cambia con la crisi quando Alex finisce in cassa integrazione in deroga. Poi, all’inizio di aprile viene richiamato dalla ditta che gli comunica – senza possibilità di modifiche – il rientro al lavoro e un nuovo orario che lo gela: inizio alle 7 del mattino.
Impossibile accompagnare il bambino a scuola, ma per due settimane al mese, quando la moglie inizia a lavorare alle 6 del mattino, alternative davvero non ce ne sono: «Mia moglie – spiega Alex – è operaia in un’azienda per la lavorazione di gomma e plastica a Robbiate, nel Lecchese, quindi non posso che essere io a portarlo». Trovare una baby sitter a quell’ora è un’impresa, e per i primi giorni, a fatica, Alex riesce a gestire la novità comunicando al sindacato che prima delle 8,30 non potrà arrivare in azienda. Intanto prova a trovare una soluzione con la dirigenza della Bigarella, senza risultato. «Fra l’altro – racconta Alex – non si può nemmeno parlare di cambio turno: mi hanno imposto di lavorare dalle 7 alle 16, o così o me ne dovevo andare».
Il 13 aprile l’ex operario avvisa la direzione che il giorno dopo sarebbe arrivato alle 8,30: «La titolare – racconta l’operaio – mi ha detto “fai pure, poi domani vedrai…”. Il vedrai è stata una lettera di licenziamento che mi è stata consegnata sulla porta della ditta». Il 14 aprile, infatti, l’azienda gli comunica che il loro rapporto di lavoro finisce quel giorno.
I sindacati sono già pronti a dare battaglia per tutelare quei diritti di padre che sono «riconosciuti costituzionalmente», come ha sottolineato Angelo Pedrini della Cub, la Confederazione unitaria di base che insieme al Sdl, Rdb e Cobas ha chiesto l’intervento della Consigliera provinciale alle Pari opportunità per applicare quelle politiche di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro previste, tra l’altro, dalle leggi comunitarie.
Un ruolo centrale, quello delle istituzioni locali in generale e dei consiglieri alle Pari opportunità, «perché – spiega Isabella Rauti, consigliere alla Regione Lazio e già capo dipartimento del ministero per le Pari Opportunità – sono le figure che sul territorio hanno competenza in materia di discriminazioni sul lavoro e di applicazione delle direttive comunitarie». Di fatto, come successo in diversi casi, possono agire in giudizio, sostenendo anche le spese legali, facendo fronte comune con i sindacati in difesa del lavoratore discriminato.
Non è la prima volta che un genitore subisce discriminazioni, richiami disciplinari o incorre in un licenziamento per problemi legati alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Ma di solito si tratta di donne. «Quello che fa riflettere – prosegue Isabella Rauti – è che l’episodio in questione, che andrà verificato, mette al centro una figura maschile, in controtendenza rispetto alla situazione che vede gravare sulle donne il 70% del lavoro di cura».