Democratici e sindacati la partita è aperta (B.Ugolini)

27/04/2007
    venerdì 27 aprile 2007

    pagina 29 – Commenti

    Democratici e sindacati
    la partita è aperta

      Bruno Ugolini

      Quali saranno le ripercussioni nel sindacato della nascita del Partito Democratico e, insieme, di un’aggregazione di sinistra? Provocherà una corsa all’unità anche dei soggetti sociali, rappresentanti del mondo del lavoro? O invece nuove divisioni, nuovi apparentamenti, nuove tentazioni di creare «cinghie di trasmissione», ricalcando modelli antichi? I primi passi di questa specie di «rivoluzione politica» dicono che nessuno di questi interrogativi, almeno per ora, trovano conferma. Nessuna delle tre centrali sindacali ha in qualche modo pronunciato un qualche tipo d’adesione formale. I leader sindacali hanno parlato ai vari Congressi ma mantenendo un certo distacco. Così Guglielmo Epifani all’Assise dei Ds a Firenze, così Raffaele Bonanni a quella della Margherita (ma anche e significativamente a quella dell’Udc) così Luigi Angeletti presente a quella dello Sdi. Non hanno espresso indifferenza, ma hanno posto sul tavolo alcuni contenuti di fondo riguardanti il mondo del lavoro. Con non nascosti accenti critici non sul «contenitore» bensì sul «contenuto». Bonanni ha perciò lamentato ai delegati della Margherita lo scarso spazio dedicato al lavoro e l’assenza di un tema caro alla Cisl come quello relativo alla cosiddetta democrazia economica. Mentre Guglielmo Epifani, in polemica con chi aveva sostenuto la tesi della necessità di costruire un nuovo blocco sociale tra lavoro e imprese, ha richiamato l’esigenza di una distinzione. Ad esempio tra imprenditori affezionati al rischio d’impresa e imprenditori fannulloni e magari assistiti.

      Sono primi passi che possono far capire come nel futuro più prossimo, sia possibile verificare un accresciuto tasso d’autonomia del sindacato e non il suo contrario. Non sono più, infatti, i tempi dei grandi partiti di massa tradizionali (Pci, Dc, Psi) con i quali Cgil Cisl e Uil avevano intrecciato solidi collegamenti. Vari studi hanno dimostrato come oggi sia assai variegata la platea degli iscritti sia alla Cgil che alla Cisl e alla Uil. Troviamo simpatizzanti o addirittura militanti per Ds, Margherita, Rifondazione Comunista, Pcdi, ma anche Forza Italia, Udc, Lega, Verdi, qualche volta perfino Alleanza Nazionale. È difficile dunque, anche volendo, legare i propri destini ad un unico polo politico.

      Questo non significa che tra i dirigenti confederali non ci sia chi apprezza con favore i processi in atto. I più impegnati appaiono quelli della Uil. Paolo Pirani, segretario confederale, racconta degli oltre 20 delegati Uil al Congresso dei Ds e di tre esponenti, compreso lui, nel comitato costituente del Partito democratico (accanto a due esponenti della Cgil: Achille Passoni e Nicoletta Rocchi). Nella Cisl Gian Paolo Baretta vede quanto avviene come un fenomeno di rinnovamento. È la testimonianza di un interesse che traspare anche da un’inchiesta di Conquiste del lavoro, il quotidiano confederale. Mentre Achille Passoni (Cgil) ipotizza la possibilità per il sindacato di poter fare i conti con interlocutori più solidi, più stabili, protagonisti di un bipolarismo forte. Un discorso che investe non solo il Pd, ma anche le possibili aggregazioni di sinistra e quelle di centrodestra. C’è la diffusa convinzione che alla fine nel sindacato vincerà l’autonomia, non la nascita di nuove correnti (anche perchè nella Cgil ad esempio le correnti sono state chiuse negli anni 90 da Bruno Trentin). Più autonomia e più unità anche nelle parole di Paolo Nerozzi che pure vede con favore la nascita a sinistra di un’aggregazione federalista, una specie di «Ulivo selvatico». Par di capire, dunque, che la partita vera tra sindacato e nuove forme della politica si giudicherà sui contenuti e non su rapporti privilegiati con questo o con quello. Non a caso negli stessi dibattiti congressuali si sono ascoltate interpretazioni spesso diverse sullo spazio da dare alle tematiche care ai sindacati. E non sarebbe inusuale che nascesse, nel Pd, un’area «labour» con un ruolo d’impulso e proposta. Il più impegnato, su queste tematiche, è stato il ministro Cesare Damiano, non a caso apprezzato da un politico-studioso come Giovanni Berlinguer, pur collocato tra coloro che con Fabio Mussi hanno preferito seguire nuovi percorsi politici. È possibile immaginare, dunque, una nuova dialettica nel costruendo partito Democratico. Magari alla luce di scenari futuribili che possono determinare il cosiddetto «taglio delle ali» (e delle istanze sociali). C’è chi ha visto, ad esempio, nel discorso di Franco Marini un’ipotesi d’abbandono, nel governo, delle presenze considerate estremiste e l’ingresso dei riformisti «puri» dell’Udc. Uno scenario del resto auspicato, tempo fa, da alcuni illustri precursori diessini del Partito Democratico.

      Siamo però nel campo della fantapolitica. Quel che ha colpito nel dibattito ai vari congressi è stato il grado di civiltà manifestato. Niente scomuniche, niente crociate nei confronti di presunti traditori. Un clima che si è riversato, sembra, anche nel sindacato. Anche se fuori ora possiamo rintracciare, specie in alcuni fogli di sinistra, una certa aria di borioso disprezzo per quanto altri stanno facendo. E invece ci sarebbe forse bisogno di un bagno d’umiltà da parte di tutti, di comprensione e rispetto per le ragioni altrui. Anche qui ragionando sui contenuti. Senza orgogliose alterigie e magari anche senza entusiasmi altisonanti, come se bastassero gli applausi scroscianti di un congresso o i commenti malevoli. I giochi sono tutti da fare.