“Delocalizzazione 2″ Crociata francese contro la fuga delle aziende

27/09/2004


            lunedì 27 settembre 2004

            DOPO L’ARRIVO NEL PAESE DELLE PRIME RENAULT FABBRICATE IN ROMANIA
            Crociata francese contro la fuga delle aziende
            Il governo chiama alla mobilitazione nazionale e vara aiuti alle imprese
            Il sindacato Cgt lancia uno sciopero contro il trasferimento all’estero degli impieghi
            I posti di lavoro emigrano nel Maghreb, nell’Est Europa e in Cina
            Gli investimenti oltre confine ammontano al 5 per cento del totale

            Cesare Martinetti
            corrispondente da PARIGI

            La lotta alle «délocalisations» è diventata una delle parole chiave della politica francese e si confonde spesso con «deindustrializzazione». Lo choc iniziale – tre anni fa – avvenne quando Moulinex licenziò improvvisamente 5 mila lavoratori (un migliaio dei quali sono tuttora senza lavoro) in un’operazione combinata di fallimento e rilocalizzazione della produzione. Da allora, nei tre anni appena passati con crescita ridotta e disoccupazione crescente, la parola «délocalisation» è diventata lo spettro più noto e riconoscibile della crisi sociale.

            Quanto sia grande il fenomeno, nessuno lo sa esattamente. Nei giorni scorsi la CGT (il grande sindacato di sinistra) ha lanciato l’appello a una giornata di lotta (21 ottobre) contro la fuga all’estero delle aziende francesi. Ed ha diffuso una lista di quaranta imprese che hanno deciso o starebbero decidendo di trasferirsi altrove, nei «nuovi» paesi dell’Est europeo, nel Maghreb, in Asia (soprattutto in Cina). Una lista subito smentita dal ministro dell’Industria Patrick Devedjian che l’ha definita «fantasiosa» precisando che le «vere» rilocalizzazioni rappresentano oggi il 5 per cento «degli investimenti all’estero e cioé molto poco».


            Ciononostante il governo di Jean-Pierre Raffarin si sta molto impegnando per affrontare il problema che se non ha in realtà un enorme impatto quantitativo, ne ha uno psicologico e politico piuttosto importante. Non a caso Laurent Fabius, l’ex primo ministro ora numero 2 del partito socialista, annunciando nei giorni scorsi a sorpresa che voterà «no» al referendum sulla Costituzione europea perché troppo poco «sociale», ha messo tra i suoi argomenti proprio quello delle delocalizzazioni. Parlava di Europa, ma pensando – è evidente – al governo di destra. E subito il ministro dell’Economia Nicolas Sarkozy – che è la vedette del partito di maggioranza del quale si appresta a prendere la presidenza in vista della sua candidatura all’Eliseo nel 2007 – ha portato l’argomento a Bruxelles. Sarkozy ha proposto all’Ecofin misure concrete per combattere il «dumping fiscale» dei nuovi paesi dell’Est che stanno entrando nella UE. Ne ha ricevuto risposte negative e quasi sprezzanti. La Gran Bretagna in particolare è da sempre contraria a politiche fiscali comuni. Ma quello che interessava a Sarkozy era mostrare che lui – e il governo – erano in prima fila nella lotta alle delocalizzazioni.


            La questione è stata uno dei temi più dibattutti nell’estate politica in particolare da quando la Bosch ha posto ai dipendenti dello stabilimento di Venissieux un ultimatum piuttosto discutibile: o accettate un aumento dell’orario di lavoro (da 35 a 36 ore) senza aumenti di salario, o trasferiamo le lavorazioni in Slovacchia. Nel referendum interno i lavoratori hanno risposto «sì» (che altro potevano fare?) ma la questione ha riaperto l’infinito dibattito francese su orari di lavoro e produttività.


            E così mentre Renault ha deciso qualche giorno fa di commercializzare anche in Francia (a 7 mila euro) la sua «world car» Logan (fabbricata in Romania e inizialmente destinata solo a mercati in via di sviluppo al prezzo stracciato di 5 mila euro), Raffarin è passato all’attacco proponendo un «contratto» ai francesi nel quale la «mobilizzazione nazionale contro le delocalizzazioni» è uno dei pezzi forte. Nel concreto la finanziaria 2005 presentata due giorni fa da Sarkozy contiene quattro misure che avranno un impatto di 360 milioni di euro sul bilancio del prossimo anno. Non si tratta di spese in più ma di mancati introiti dovuti a facilitazioni fiscali per le imprese.


            Primo: credito di imposta (fino al 2009) per mantenere l’attività industriale nelle zone in cui la disoccupazione è superiore di almeno due punti alla media nazionale, una ventina in tutta la Francia. Il credito potrà arrivare fino a mille euro l’anno per dipendente.


            Secondo: credito di imposta per le imprese che si rilocalizzano in Francia dopo una fuga extra Europa. Potrà arrivare a un massimo del 30 per cento su investimenti compiuti e massa salariale mobilizzata sui nuovi posti di lavoro creati.
            Terzo: creazione di «poli di competitività» e cioé favorire le economie di scala per le aziende specializzate che si localizzano in un unico distretto dove si potranno stabilire centri di formazione e di ricerca comuni con sovvenzioni da parte dello Stato, delle comunità locali e con esoneri di imposta e alleggerimento degli oneri sociali.


            Quarto: lotta fiscale ai redditi di imprese che si sono delocalizzate in paradisi fiscali per sfuggire al fisco francese.
            Quanto tutto ciò sarà efficace, vedremo. Per adesso l’effetto mediatico c’è e punta a contrastare l’effetto psicologico di questa grande spettro che attraversa la Francia.