“Delocalizzazione 1″ Sorpresa, la delocalizzazione non brucia lavoro

27/09/2004


            lunedì 27 settembre 2004
            IN EUROPA L’OCCUPAZIONE CONTINUA A CRESCERE, LIMITATO L’IMPATTO DI TRASFERIMENTI OLTRE CONFINE E OUTSOURCING
            Sorpresa, la delocalizzazione non brucia lavoro
            Rapporto Ue: pesa solo per il 7,3%

            Enrico Singer
            corrispondente da BRUXELLES

            Per il ministro delle Finanze francese, Nicolas Sarkozy, è il nemico numero uno da combattere se un Paese vuole evitare il declino della sua economia. Per il suo collega britannico, Gordon Brown, è un effetto non solo inarrestabile, ma da non temere se l’Europa vuole competere su un mercato che è sempre più mondiale. Demonizzata o apprezzata, la delocalizzazione delle produzioni è un fenomeno che ha assunto, ormai, proporzioni rilevanti anche in Italia. Nell’ultimo vertice informale dell’Ecofin, il 12 settembre a Scheveningen, è diventata anche tema di scontro perché la delocalizzazione non è diretta soltanto verso la Cina, l’India o altri Paesi terzi più o meno lontani, ma si è trasformata in un problema interno dopo l’ingresso nell’Unione dei dieci nuovi partner che sono tutti molto aggressivi in fatto di sgravi fiscali per attirare le imprese della Vecchia Europa.


            Il caso dell’Estonia – tassazione zero per le aziende straniere che s’installano nel Paese – è estremo. Ma c’è Cipro, con il 5 per cento di prelievo fiscale sulle nuove imprese. E non solo. Complessivamente, i regimi d’imposizione sulle attività produttive applicati dai Paesi entrati quest’anno nella Ue sono più favorevoli e si combinano a un costo del lavoro più basso. A Scheveningen il confronto sulla richiesta francese di armonizzare i sistemi fiscali, respinta dall’Inghilterra, è stato rinviato affidando alla Commissione uno studio sulla base del quale si dovrebbe arrivare, entro il 2005, alla stesura di un codice europeo sulle delocalizzazioni. In attesa del codice – sul quale è facile prevedere battaglia – le prime valutazioni sugli effetti che la delocalizzazione ha già provocato sembrano ridimensionare, almeno, una parte dei timori.


            Nel ponderoso «Rapporto sull’occupazione in Europa 2004» – un volume di 270 pagine pubblicato tre giorni fa – un capitolo è dedicato all’impatto della delocalizzazione su uno dei terreni più sensibili: quello della perdita dei posti di lavoro. Il rapporto afferma che soltanto il 7,3% dei casi di disoccupazione sono da attribuire ad outsourcing e a relocation (trasferimenti di produzioni all’estero), le due categorie in cui il Centro di monitoraggio europeo sui cambiamenti nel lavoro che ha sede a Dublino ha diviso il fenomeno delocalizzazioni. Il Centro ha esaminato 1472 casi di aziende in tutta la Ue (ancora a Quindici) che hanno ridotto i posti di lavoro tra il 2002 e l’aprile 2004. Il risultato è che l’outsourcing ha provocato un calo di occupazione del 2,46% e i trasferimenti di produzione un calo del 4,84%. Tredici i casi di outsourcing (con 17.735 posti di lavoro persi) e ottantadue relocation (con 34.937 tagli).


            «Siamo lontani dal registrare un’ondata dilagante di perdite di posti di lavoro a causa della delocalizzazione», è stata la conclusione della signora Odile Quintin, direttore generale degli Affari sociali della Commissione, che ha presentato il rapporto. Le cause principali di perdita di posti di lavoro in Europa sono ancora le ristrutturazioni aziendali (76 per cento del totale con 550.099 tagli di occupazione) e i fallimenti d’impresa (13,3% e 95.933 posti di lavoro persi). La signora Quintin ha, tuttavia, ammesso che «le dinamiche in atto stanno accelerando» e aumentano «il senso di precarietà del lavoro». Nello studio dell’osservatorio di Dublino, poi, non è preso in considerazione il numero di posti di lavoro «mancati»: quelli, cioè, che non sono stati creati nei Paesi della Ue per effetto della delocalizzazione. E’ riportata – a titolo indicativo – la stima fatta quest’anno dalla McKinsey & C. che parla di 600.000 posti in meno, il 70% dei quali negli Stati Uniti. Un dato che è definito, però, «controverso».


            Complessivamente in Europa l’occupazione continua a crescere. Sia pure a un ritmo molto più lento di quello auspicato nell’agenda di Lisbona che, nel 2000, ha fissato al 70% il tasso di occupazione da raggiungere nel 2010. Adesso siamo al 63% medio (l’Italia, con il 56,1% è ultima nell’eurozona e terz’ultima nella Ue a Venticinque) che non è soddisfacente, ma rappresenta comunque un progresso. Anzi, il rapporto nota che l’Europa è stata «una macchina produttrice di lavoro» migliore degli Stati Uniti con un aumento, tra il 1998 e il 2003, del 4,9% dell’occupazione contro il 2,9% degli Usa nello stesso periodo. E questo nonostante le delocalizzazioni. Quelle, poi, che avvengono all’interno della Ue contribuiscono all’aumento generale dell’occupazione europea. Ma pongono un problema su un altro capitolo sensibile delle politiche comunitarie: gli aiuti allo sviluppo, i cosiddetti fondi strutturali.


            Nel progetto che il commissario francese alla Politica regionale, Jacques Barrot, ha presentato per il «Piano di coesione 2007-2013» è prevista anche una misura per frenare le delocalizzazioni. La norma stabilisce che un’impresa – per esempio italiana o tedesca – che benefici di aiuti Ue non potrà spostare tutta o parte della sua attività in un Paese con regimi fiscali più competitivi se non al prezzo di rinunciare agli aiuti. La proposta sarà discussa nel 2005 quando si dovrà varare il nuovo sistema dei fondi strutturali ed anche in questo caso è facile prevedere che ci sarà battaglia. Perché combattere le delocalizzazioni all’interno dell’Unione si scontra con un principio fondamentale della stessa Ue: la libera circolazione dei capitali nel mercato unico. E quando, tra poco più di un mese, al posto del francese Barrot ci sarà la commissaria polacca Danuta Huebner, anche la sensibilità sul problema delocalizzazioni potrebbe cambiare.

            INVESTIMENTI ESTERI
            SOLO 3 GRUPPI ITALIANI FRA I PRIMI 100 NEL MONDO

            Sono soltanto tre le compagnie italiane che si aggiudicano un posto nella classifica delle prime cento multinazionali per investimenti all’estero: Fiat, Eni e Telecom Italia. Il dato, aggiornato all’anno 2002, è contenuto nel «World Investment Report» dell’Unctad e si riferisce alle multinazionali ad esclusione del settore finanziario. Prima nella lista svetta la statunitense General Electric, con partecipazioni estere pari a 229 milioni di dollari, seguita dal britannico Gruppo Vodafone con 207,6 milioni. La prima delle italiane è la Fiat, 19esima nella graduatoria mondiale, i cui asset all’estero si attestano a 46,1 milioni. L’Eni si colloca al 25° posto con 36,9 milioni, mentre Telecom Italia è al 67 con 17,2 milioni. Se si guarda all’incidenza totale delle attività estere sul totale, la Fiat registra il 49,1%, l’Eni il 49,9%, Telecom Italia appare invece, con il 20,3%, decisamente più rivolta al mercato domestico. Sul piano generale il rapporto spiega poi che gli investimenti esteri diretti nel mondo nel 2003 sono scesi del 18% mentre per l’anno in corso è atteso un incremento del 5% a quota 600 miliardi. Una grossa fetta di questa torta, stando a quello che è avvenuto negli ultimi anni, spetterà ancora una volta alla Cina. L’anno scorso il colosso asiatico è riuscito ad attrarre la bellezza di 54 miliardi di dollari, balzando al primo posto (Lussemburgo escluso, dove gli investimenti sono soprattutto di natura finanziaria) nella classifica dei paesi che attraggono capitali. Anche in Italia gli investimenti stranieri aumentano (16,4 miliardi di dollari nel 2003), ma quelli italiani all’estero si sono addirittura dimezzati, con un crollo del 46,7% a 9,12 miliardi di dollari.