“deImperio JPII” (5) Mani sporche di sangue (T.Eagleton)

06/04/2005
    martedì 5 aprile 2005

      WOJTYLA
      Mani sporche di sangue

      TERRY EAGLETON *

      Giovanni Paolo II è diventato Papa nel 1978, proprio mentre gli anni `60, quelli dell’emancipazione, stavano declinando per lasciare il posto alla lunga notte politica di Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Mentre la recessione economica dei primi anni `70 cominciava a farsi sentire, il mondo occidentale operò un decisivo spostamento a destra, e la trasformazione di un oscuro vescovo polacco da Karol Wojtyla a Giovanni Paolo II fu parte di questa transizione più ampia. La chiesa cattolica era sopravvissuta alla sua versione di «flower power» degli anni `60, nota come Concilio vaticano secondo; e i tempi erano ormai maturi per mettere un freno a monaci di sinistra, suore plaudenti e marxisti cattolici latino-americani. Tutto questo era stato messo in moto da un Papa – Giovanni XXIII – che i cattolici conservatori consideravano, nella migliore delle ipotesi, eccentrico e, nella peggiore, un agente sovietico. Per questo compito serviva una persona ben addestrata nelle tecniche della guerra fredda. Quale sacerdote polacco, Wojtyla proveniva da quello che probabilmente era l’avamposto nazionale più reazionario della chiesa cattolica, pieno di lacrimevole culto mariano, fervore nazionalistico e feroce anticomunismo. Aver trattato per anni con i comunisti polacchi aveva fatto di lui e degli altri vescovi suoi connazionali dei politici consumati. Ciò fece della chiesa polacca un’organizzazione che, a volte, non era facile distinguere dalla burocrazia stalinista. Entrambe le istituzioni erano chiuse, dogmatiche, censorie e gerarchiche, intrise del culto e del mito della personalità. Semplicemente, come molti alter ego, anch’esse erano mortalmente nemiche, prigioniere di una battaglia all’ultimo sangue per aggiudicarsi l’anima del popolo polacco.

      Consapevoli di quanto poco avevano ottenuto dal dialogo con il regime polacco, i vescovi erano poco inclini a prestare un orecchio come quello di Rowan Williams (l’arcivescovo di Canterbury, ndt) a entrambi i lati del conflitto teologico che stava imperversando dentro la chiesa universale. In una visita al Vaticano prima di diventare Papa, l’autoritario Wojtyla era inorridito alla vista di teologi che discutevano tra loro. Non era quello il modo con cui facevano le cose a Varsavia. L’ala conservatrice del Vaticano, che aveva detestato sin dall’inizio il Concilio vaticano secondo e aveva tentato in tutti i modi di farlo fallire, guardava dunque ai polacchi come a un’ancora di salvezza. Quando il soglio di Pietro divenne vacante, i conservatori riuscirono a superare la loro avversione per un pontefice non italiano e, per la prima volta dal 1522, ne elessero uno.

      Una volta insediatosi, Giovanni Paolo II si dedicò a far arretrare le conquiste liberali del Concilio vaticano secondo. Convocò prominenti teologi liberali per sottoporli a una lavata di capo. Uno dei suoi primi obiettivi fu quello di restituire al Papa il potere che era stato decentrato nelle chiese locali. Nella chiesa delle origini, uomini e donne laici eleggevano i loro vescovi. Il Concilio vaticano secondo non arrivava a tanto, ma insisteva sulla dottrina della collegialità: il Papa non doveva essere visto come capo di tutti i capi, ma come primus inter pares. Comunque, Giovanni Paolo non riconosceva a nessuno pari dignità rispetto a lui. Sin dai primi anni di sacerdozio, si era fatto notare per la fiducia smisurata che nutriva nei propri poteri spirituali e intellettuali. Grahan Greene una volta sognò un titolo di giornale che recitava: «Giovanni Paolo canonizza Gesù Cristo». I vescovi venivano convocati a Roma perché gli fosse comunicato quali erano i loro ordini, non per essere fraternamente consultati. Fu reso omaggio a franchisti e a bislacchi mistici di estrema destra, e i fautori della teologia della liberazione dell’America latina furono richiamati all’ordine. L’autorità del Papa era così indiscutibile che il direttore di un seminario spagnolo riuscì a convincere i suoi studenti di avere il permesso personale del Papa di masturbarli.

      La concentrazione a Roma di tutto il potere finì per rendere le chiese locali infantili. Con i sacerdoti incapaci di assumere iniziative senza guardare nervosamente al Santo Uffizio. Fu a questo punto, quando le chiese locali erano meno capaci di gestire una crisi con maturità, che scoppiò lo scandalo sugli abusi sessuali sui bambini. Giovanni Paolo ha reagito premiando un cardinale americano che aveva assiduamente cercato di coprire lo scandalo con una nomina di prestigio a Roma. Il crimine più grande del suo pontificato, comunque, non è stato né la parte da lui svolta nel tentativo di coprire questo scandalo, né il suo atteggiamento neanderthaliano verso le donne. È stato la grottesca ironia con cui il Vaticano ha condannato – in quanto «cultura di morte» – i profilattici, che nei paesi in via di sviluppo avrebbero potuto salvare dall’agonia della morte per Aids tantissimi cattolici. Il Papa va al suo premio eterno con le mani sporche di quei morti. E’ stato uno dei maggiori disastri per la Chiesa cristiana dai tempi di Charles Darwin.

      * da The Guardian del 4/4/05. Terry Eagleton è professore di Teoria culturale all’Università di Manchester

      Traduzione Marina Impallomeni