“deImperio JPII” (4) Un’ostia ostentata (E.Genre)

06/04/2005
    martedì 5 aprile 2005

      MIRACOLI MEDIATICI

      Un’ostia ostentata

      ERMANNO GENRE

      Il manifesto di domenica 3 aprile mi ha giocato un brutto scherzo. Mi dice mia moglie: «guarda che c’è un tuo articolo sul manifesto». Si saranno sbagliati, dico io, non ho scritto nulla sulla morte del papa. In realtà sono vere le due cose: io non ho scritto nulla, ma c’è un mio articolo che scrissi in occasione del ventennale del pontificato di papa Wojtyla… La giornata era iniziata con una prima sorpresa: niente culto evangelico alla radio, soppresso d’autorità e senza preavviso…ma, si sa, l’articolo 8 della Costituzione ha poco significato di fronte all’articolo 7. I diritti delle minoranze, soprattutto quando c’è di mezzo il papa, possono essere tranquillamente calpestati… è la comprensione italiana della laicità dello stato… e del modo con cui si esercita il potere mediatico (così è stata cancellata d’autorità anche l’unica possibilità che avevano le Chiese evangeliche in Italia di dire pubblicamente, via radio, una parola di solidarietà cristiana ai cattolici italiani in lutto per la morte del papa). Con gli aggiornamenti del caso riscriverei la sostanza di quanto scrissi in occasione dei venti anni di pontificato di Karol Wojtyla che il manifesto ha ripubblicato domenica. Ma non intendo riprendere quel discorso; vorrei piuttosto spendere alcune parole su ciò che più mi ha disturbato in questi ultimi mesi di pontificato: l’uso dell’immagine che è stata fatta del papa. Naturalmente il discorso andrebbe ampliato e ricondotto al momento in cui il papa non ha più potuto disporre delle sue capacità motrici e ha cominciato a essere completamente «dipendente» da altri nei suoi movimenti. Come si sa l’immagine trasmette messaggi che lasciano segni che scendono in profondità; messaggi e segni da interpretare perché sempre carichi di ambiguità. È l’ambiguità del virtuale che si confonde con il reale. Ed è proprio su questa ambiguità che si è costruita ad arte l’ultima fase di questo pontificato che sin dall’inizio aveva puntato sulla forza dell’immagine più che sulla forza e la qualità della parola.

      Si è così cominciato a «esporre» il corpo del papa malato enfatizzandone la sofferenza (ed era sofferenza vera!), un corpo la cui umanità era riassunta nel segno del dolore, che quasi si diluiva con il significato della passione di Cristo, un corpo che veniva mediaticamente posto nell’intersezione tra terra e cielo, un corpo che diceva fragilità ma al tempo stesso sembrava volerla allontanare dall’orizzonte. Gioco mediatico al martirio? Se il papa è riuscito a evitare l’accanimento terapeutico certamente non è riuscito ad evitare l’accanimento mediatico. Il corpo del papa si è così trasformato sempre di più in un’ostia, in un corpo transustanziato, capace di far incontrare cielo e terra come nel grande dipinto di Raffaello custodito nella Stanza della Segnatura (non lontano dall’appartamento del papa), in cui la chiesa trionfante e quella militante partecipano al miracolo eucaristico.

      La morte amica ha infranto questa divagazione durata anche troppo; il papa è un essere umano come tutti e non serve alla causa del cristianesimo questo uso perverso dell’immagine. L’uso che si è fatto dell’immagine del papa malato è un segno del vivere «postmoderno» che mette in luce il trionfo della religiosità invadente e maleducata che impregna la nostra cultura, trionfo del religioso che occupa ogni spazio, enfatizza la sofferenza di un papa e cancella d’un sol colpo le tante e più dure sofferenze di milioni di esseri umani nel mondo. Una cattiva catechesi di cui il papa stesso è diventato vittima, avendo lui stesso deciso, con ferma determinazione, di restare al suo posto fino alla fine. E tutto sarà messo in conto di santità.

      L’immagine e l’uso che sono stati fatti del corpo malato del pontefice sono l’espressione della stessa teologia messa sugli schermi da Mel Gibson nel suo film sulla passione di Gesù, film che ha commosso molti, credenti e non credenti, ma che non ha ingannato chi ancora sa distinguere il messaggio del vangelo dalle sue rappresentazioni mediatiche. Questo uso perverso dell’immagine non rende un buon servizio al cristianesimo ma ha indubbiamente una grande forza emotiva, è una sorta di «tsunami religioso» moderato le cui onde inzuppano tutti i lidi e toccano in profondità il cuore delle persone. Stamane in autobus una anziana signora si lamentava con l’amica perché non possedendo la tv a colori non era riuscita a «vedere» nitidamente le immagini televisive, quelle vere, a colori, mandate in onda a reti unificate…(!). Tutto ciò risveglia il religioso, crea curiosità, uniformità, ma è di questo che vive la chiesa? Come non ricordare quella scomoda parola del vangelo di Luca: «ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc. 18, 8). Potrebbe essere un buon interrogativo per il prossimo conclave.