“deImperio JPII” (3) Il Vaticano sempre in cattedra (E.Genre)

05/04/2005
    domenica 3 aprile 2005

      speciali – pagina IV

      Il Vaticano sempre in cattedra
      Un ecumenismo di maniera che, non avendo mai rinunciato alla centralità del ruolo del pontefice e della Chiesa cattolica, ha di fatto fallito sul terreno del dialogo tra chiese cristiane

        Ermanno Genre

          Vent’anni di papa Wojtyla. Un ventennio di fine secolo in cui siamo stati testimoni di cose incredibili. Un elenco in cui papa Wojtyla è stato, per molti versi, protagonista indiscusso (nel positivo e nel negativo). Che cosa può dire una voce protestante su questo papa in particolare? Può, un protestante, scrivere bene su un papa? Ebbene sì, purché ce ne siano gli elementi. Elementi che non mancano, certamente, ma che situerei sostanzialmente nel registro della politica piuttosto che nel campo della teologia e di un ecumenismo realmente praticato e vissuto. Ma non è su questo terreno specifico, della teologia, della fede e della chiesa, che un papa dovrebbe agire ed essere valutato? È successo qualcosa di sorprendente in questi vent’anni, che abbia potuto far cambiare idea sul papato ai protestanti? Credo di no. Molte cose sono successe, ma nulla di concreto che abbia potuto modificare nella sostanza le posizioni della Riforma protestante condannate dal Concilio di Trento (anche il recentissimo «giallo», relativo all’accordo atteso tra luterani e cattolici sulla giustificazione per fede, rivela confusione e mancanza di trasparenza). Dire che non è successo niente di particolare per invogliare i protestanti a rivedere la loro posizione sul papato non significa che di papato non si sia parlato, dall’una come dall’altra parte. Anche Giovanni Paolo II (come già Paolo VI), ha riconosciuto che uno degli ostacoli più grossi sulla via dell’ecumenismo è il papato stesso e nell’enciclica Ut unum sint (1995) ha ripreso l’argomento proponendo di «cercare, evidentemente insieme, le forme nelle quali questo ministero possa realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri».
          Le forme, naturalmente, non il fatto che debba esserci un papa da tutti «riconosciuto». Una volta ancora, quando si pensa di essere molto vicini, in realtà si prende atto di una grande distanza: di merito e di prospettiva.

          È ciò che i protestanti italiani (valdesi) hanno fatto presente ufficialmente al papa con un documento sinodale che gli è stato consegnato personalmente. Certamente a papa Wojtyla si possono fare molti rimproveri, ma non quello di essere papa. I protestanti in fondo non hanno nulla in contrario a che i cattolici abbiano il loro papa, purché non lo impongano all’ecumene cristiana, purché riconoscano che esistono altre chiese cristiane, con pari dignità, diversamente organizzate (una diversa ecclesiologia). Che cosa impedisce questo riconoscimento? Che cosa impedisce al papa di affermare, qui ed ora, che già siamo in comunione reciproca perché la comunione cristiana non dipende dal papato essendo comunione nell’unico Signore Gesù Cristo? Proprio qui sta lo scoglio: il cattolicesimo infatti ha invertito l’ordine delle priorità e afferma che se non c’è prima piena comunione con la Chiesa cattolica e con il papa, non può esserci neppure vera e piena comunione cristiana.

          Ma è questo il messaggio del Nuovo Testamento? Insistendo su questo punto il papa ha di fatto «bloccato» il dialogo ecumenico con le altre chiese e si capisce quanto l’idea conciliare di unità nella diversità sia ostico a Roma, perché mette in questione la centralità del papato e, con esso, della Chiesa cattolica. E di questa centralità papa Wojtyla si è fatto convinto assertore. Questi vent’anni di papato sono stati tutti all’insegna di una difesa forte della centralità della cattedra di Pietro, centralità che nell’ottica del papa non fa una grinza con la sua idea di ecumenismo. Per questo Giovanni Paolo II non ha esitazioni ad affermare, nell’enciclica già citata, che con il concilio Vaticano II «la Chiesa cattolica si è impegnata in modo irreversibile a percorrere la via della ricerca ecumenica. Tutto sta nell’interpretare questa affermazione. Se questo impegno fosse veramente a tutto campo, ciò dovrebbe far emergere anche il pluralismo di posizioni che esiste nel cattolicesimo italiano eche viene regolarmente taciuto. Ciò che fuori dallo spazio ecclesiale si incoraggia e si esige, viene negato al proprio interno. Illustri teologi cattolici hanno scritto come questo papa abbia sostenuto un’interpretazione conservatrice e, a tratti, reazionaria, del concilio Vaticano II, tradendo l’intuizione innovatrice del concilio stesso. E questi venti anni di pontificato, letti nel loro significato ecclesiale e teologico, sono la dimostrazione di una ferma volontà di restaurazione, contro il vento rinnovatore di papa Giovanni XXIII e del concilio. Il continente latinoamericano è forse quello che più ha subito i colpi della restaurazione wojtyliana, portata avanti con mano ferma. Se si analizzasse ciò che questo pontificato ha negato, combattuto, emarginato, avremmo davanti agli occhi un profilo molto diverso dell’icona televisiva quotidiana di un papa malato e sofferente che crea fascino e tenerezza. Ma questa immagine televisiva è quella vincente; essa ci mostra anche il cedimento spaventoso della cultura laica del nostro paese: uomini politici (anche di sinistra) che di fronte al ritorno del sacro ben gestito dal papa non sono più in grado di difendere il principio della laicità dello Stato, oltre il confessionalismo. Che cosa si può aspettare un protestante da un papa, dunque anche da questo papa? Ciò che si deve aspettare ogni cittadino ed ogni cristiano. Primo, che il papa rispetti la laicità dello Stato, cosa che questo papa non è riuscito a imparare in vent’anni di pontificato, e che chi lo ha circondato ha saputo cavalcare sapientemente. Secondo, che il papa si adoperi per costruire, nell’ambito della sua Chiesa, un clima di fiducia, di trasparenza e di democrazia reali, di rispetto della persona umana e della sua dignità, principi che fuori dalla Chiesa vengono così fortemente propugnati. Se è vero, e lo è, che questo papa ha contribuito all’abbattimento di molti muri «esterni», poco o nulla ha fatto per abbattere i molti muri «interni» ancora esistenti. E proprio qui emerge la contraddizione di questo papato: alla sua politica «estera» a tutto raggio, fatta di apertura e di dialogo, spregiudicata in più occasioni, corrisponde un conservatorismo «interno» alla Chiesa, fatto di chiusure, di veti, di destituzioni. Ad ogni muro esterno abbattuto, questo papa sente dentro di sé, impellente, l’esigenza di ri-misurare, ogni volta, lo spessore e la consistenza delle mura interne, queste sì, incrollabili ed eterne… ecclesia catholica mater et caputomnium ecclesiarum. Quanto bisognerà aspettare perché un papa consideri la sua Chiesa, una fra altre, non l’unica, e accetti di dialogare con le altre chiese su di un piano di pari dignità e reciprocità? Basterà il terzo millennio? Un augurio, per il tempo che questo papa ha davanti a sé: ritrovare la via dell’umiltà. Umiltà, come massima virtù cristiana: innanzitutto dentro la propria Chiesa.