Defezioni nella guardia repubblicana (di Bush)

01/04/2003

            1 Aprile 2003

            WAR ROOM. IL CLAN DEI GRANDI VECCHI DEL PARTITO DEL PRESIDENTE CONTESTA I NEW CONSERVATIVE

            Defezioni nella guardia repubblicana (di Bush)

              Washington. Parlano protetti dall’anonimato, ma basta ascoltare quel che dicono, e leggere in controluce la qualifica generica dietro a cui si nascondono (former appointees, gli ex nominati), per capire che genere di vespaio stia diventando la Casa Bianca. Perché all’undicesimo giorno di guerra – una guerra la cui fine, ogni giorno che passa, sembra sempre più lontana – le vecchie divisioni interne all’amministrazione cominciano a riemergere sotto forma di guerra per bande.
              E la vecchia guardia repubblicana – quella del Grand Old Party, non quella di Baghdad – non risparmia un colpo al nuovo team di consiglieri del presidente. Parlando delle strategie di guerra, un membro di questa schiera di ex ha detto al Washington Post che lui e i suoi stanno «cercando di capire se il presidente ha imparato qualcosa dai consigli bidone che ha fin qui ricevuto».
              Il bersaglio è chiarissimo: Donald Rumsfeld, innanzitutto, capo del Pentagono e ideatore della dottrina della guerra leggera e ipertecnologica, che in modo peraltro non elegantissimo ha già cominciato a scaricare le responsabilità sui generali (« il piano funziona benissimo e sarei felice di prendermene il merito, ma a idearlo è stato Tommy Franks»); ma anche Dick Cheney, il vicepresidente, uno dei massimi teorici dell’insurrezione nelle città irachene che avrebbe dovuto portare al crollo di Saddam; e il vice di Rumsfeld, Paul Wolfowitz, il trait d’union fra il governo e gli ideatori della dottrina della guerra permanente.
              In realtà, nonostante l’anonimato, è chiarissimo anche chi sia stato ad aprire il fuoco: un gruppo di vecchie glorie del partito, ex ministri e consiglieri
              di Bush padre. Insomma, gente del giro di Brent Scowcroft (ex consigliere per la sicurezza nazionale), di James Baker III (ex segretario di Stato), dello stesso Colin Powell (che nel periodo ’88-’92 era capo di stato maggiore delle forze armate). Proprio l’attuale segretario di Stato è al centro dei pettegolezzi: lui continua a giurare fedeltà al governo in carica e dare attestati di fiducia al piano Rumsfeld (tanto che nel Dipartimento di Stato alcuni funzionari lo accusano di scarso coraggio), ma a Washington fanno notare che molti dei generali che hanno cominciato a esprimere pubblicamente i propri dubbi sono suoi fedelissimi (vedi William Wallace) e si mormora che dietro le quinte della rivolta dei graduati ci sia la sua ombra.
              Le critiche, peraltro, sono onnicomprensive. Riguardano il piano d’attacco – il numero delle truppe schierate, troppo poche per battere una resistenza arcigna come quella irachena – ma
              anche lo scarso impegno diplomatico, il deterioramento dei rapporti con l’Europa e con i membri della Nato, e financo il modo poco convincente (questo lo ha detto Baker alla luce
              del sole) con cui la Casa Bianca sostiene la road
              map per la pace tra Israele e palestinesi. Sintetizzando all’estremo, l’amministrazione starebbe sbagliando tutto.
              I motivi per ritenerlo non mancano: il popolo iracheno non si ribella, Bassora non cade, le città minori neppure, Baghdad è bersagliata di continuo ma ora stanno cominciando financo a riaprire i negozi, la III divisione è ferma a Kut e i rifornimenti arrivano a singhiozzo, la IV divisione è nel Mar Rosso e comincerà a combattere – se va bene – fra due settimane. I fedayin, di cui nemmeno si era sospettata l’esistenza, si calcola siano 100 mila. E a dar retta a un analista militare (francese, per la verità) citato dalla Reuters, i 60 mila combattenti attualmente sul terreno non bastano nemmeno a formare il cerchio di 100 km necessario per cingere d’assedio la capitale.
              In questa guerra tutta interna all’establishment repubblicano, il presidente mantiene quello che gli uomini a lui più vicini descrivono come un atteggiamento enigmatico. Si dice abbia cominciato a prestare particolare ascolto a Condoleezza Rice, che fra le due bande rappresenterebbe una sorta di linea mediana. E soprattutto ha cominciato a esporsi maggiormente, uscendo dalle quinte e assumendo in modo più evidente il ruolo di comandante in capo. Quali saranno le sue prossime mosse, è un mistero. Ma non pochi confidano nel fatto che prima o dopo a dargli qualche consiglio utile ci si metta suo padre, il solo a cui George Bush junior dia veramente retta.