DECATHLON GRUGLIASCO, IL LAVORO NON È UNA GARA

25/03/2014

25 marzo 2014

Decathlon Grugliasco, il lavoro non è una gara

Nell’atletica, gara multipla che mira a valutare la preparazione complessiva dell’individuo per mezzo di dieci prove”. Così, a proposito del decathlon, il dizionario Treccani. Non sono dieci prove diverse, o comunque gare agonistiche, i compiti che devono affrontare quotidianamente, a Grugliasco, i centoventi addetti del negozio Decathlon – la grande catena di articoli sportivi, la testa in Francia, che nella cittadina piemontese ha il primo punto vendita della regione –. L’impegno cui l’azienda li chiama ogni giorno, tuttavia, non è proprio una passeggiata. Con il contratto che chiede la ginnastica della flessibilità, per commesse e commessi il lavoro è sempre una prova: è il risultato l’imperativo dominante – un risultato, s’intende, che al trainer non basta mai ¬–; e se poco poco vai sotto – non importa che poi intorno ci siano la crisi e il Nord Ovest che si scopre povero e insicuro – allora devi pagare dazio.

Isabella Liguori – Rsa, un bell’intervento al congresso della Cgil Piemonte – fa la commessa. Non era esattamente nei suoi piani, finiti gli studi. Laureata a Genova in Conservazione dei beni culturali, tesi in Epigrafia latina, quando ha incontrato Decathlon aveva per la testa l’archeologia. Era a Roma per uno scavo, alla Polledrara di Cecanibbio, sulla via Boccea: l’Elefante antico e il Bue primigenio, un giacimento del Pleistocene, trecentomila anni fa.

Ma Isabella è anche una sportiva, ha bisogno di alcuni articoli, incontra Decathlon. Scopre che l’impresa cerca personale: l’università è matrigna, chiederà di essere assunta. “Qualcosa dovevo pur fare per mantenermi. Da noi, fra l’altro, siamo tutti studenti o laureati. Quando la Fornero ci definiva choosy…”. “Oggi, poi, li prendono tutti giovanissimi, studenti: tempi determinati, quindi iperprecari, ultraflessibili”.

L’azienda va bene: un’ottantina di negozi in Italia, sempre nuove aperture, e proprio negli anni della crisi. “Come mai? Non è mica strano. A premiare, nella grande distribuzione, è lo specialismo: tira chi ha una ‘nicchia’, anche se tanto nicchia non è, anche se poi è una fetta ampia, di mercato”.

“Ma Decathlon – prosegue – non sopporta flessioni, il trend delle vendite deve essere sempre positivo. Se cala, allora bisogna ottimizzare i costi; il che significa, puoi immaginare, intervenire sul costo del lavoro. Da qui, a fine febbraio, la comunicazione che durante il mese di marzo l’orario delle domeniche sarebbe stato tagliato. Un danno, per noi dipendenti”. “Perché? Perché in Decathlon è il part time la forma di lavoro più diffusa: non per scelta del lavoratore ma per volontà dell’azienda. Il solo modo per guadagnare qualche soldo in più è il lavoro supplementare, lo straordinario la domenica. Per metà dei dipendenti è l’unica modalità volontaria; i neo assunti alle domeniche sono obbligati, godono soltanto della maggiorazione festiva”.

Ma, al contrario di quel che spesso accade nella grande distribuzione, ragazzi ricattati, la paura di perdere il lavoro – quando il padrone non ti ha preso anche l’anima: ‘batti il cinque, oggi abbiamo fatto il 10 per cento in più’ –, a Grugliasco le cose non vanno come l’azienda spera: e i decathleti si astengono dalla gara. Non è un rifiuto preconcetto, non dicono di no alle esigenze dell’impresa; è questa, invece, che nega qualsiasi disponibilità. “Abbiamo chiesto una trattativa per regolamentare il lavoro festivo – racconta Isabella –. Da un lato per offrire l’opportunità a chi ne ha bisogno di consolidare il proprio monte ore settimanale, lavorare di più. Dall’altro, per dare a chi contrattualmente è obbligato a lavorare anche di domenica la possibilità di disporre di un numero prefissato di domeniche libere. Programmare serve a tutti: credo che sapere, sul lungo periodo, cosa sarà dei propri giorni di festa sia legittimo, no? Questa la proposta; dopo, però … nessuna risposta. Non ci meraviglia: da noi impera il paternalismo, Decathlon non ha mai sopportato il sindacato; e proprio per condotta antisindacale, due anni fa, ha subìto una condanna in Lombardia”.

Così, all’inizio di marzo, è stato proclamato lo stato di agitazione: “Sciopero il 15-16 marzo, i due giorni del ‘Trocathlon’: della compravendita di articoli usati; poi blocco dello straordinario per tutto il mese: astensione dal lavoro domenicale per chi può scegliere la domenica, e sciopero per chi la domenica ce l’ha nel contratto”.
“Com’è andato lo sciopero? Adesione altissima – risponde con un sorriso allegro Isabella –: l’85-90 per cento. Adesso stiamo discutendo su come continuare”.

di Giovanni Rispoli da Rassegna.it