Debutta il metodo-Fini «Evitare strappi sociali»

07/07/2003


lunedì 7 Luglio 2003

retroscena
Amedeo La Mattina

I
L LEADER DELLA DESTRA HA SPIEGATO CHE SI PARLERÀ DI PENSIONI «CON SERENITÀ». QUELLO DELLA CISL NON HA ESCLUSO UNA MOBILITAZIONE

Debutta il metodo-Fini
«Evitare strappi sociali»
Per il neocoordinatore della cabina di regia, «sulle grandi scelte
di politica economica occorre partire dal giusto clima di consenso»



ROMA
IN una saletta del Palazzo dei Congressi si trovano a tu per tu Gianfranco Fini, Giulio Tremonti e Savino Pezzotta. E’ giovedì 3 luglio, nell’enorme edificio dell’Eur si sta svolgendo l’assemblea annuale della Confcommercio. I tre ospiti si salutano freddamente, il vicepremier rompe subito il ghiaccio. «Ci attendono tempi duri», è l’approccio di Fini con il segretario della Cisl che minaccia lo sciopero generale. «Per me no, semmai sono tempi duri per voi, siete voi che dovete dirmi cosa intendete fare, io sono qui, aspetto…». Tremonti «glaciale», racconta uno dei presenti: da lui nessuna parola, nessun commento. Fini scuote la testa, invita il sindacalista a non avere posizioni pregiudiziali sulle misure che il governo intende adottare in materia economica e previdenziale: «Avremo modo di parlarne, con serenità…» . «Dipende da voi, io sono qui, aspetto», è la poco rassicurante risposta di Pezzotta. Il ministro dell’Economia ascolta, guarda il suo collega di governo e nel suo volto affiora quell’espressione di scetticismo che già altre volte ha tradotto in parole.
Sì, perché in diverse occasione Tremonti ha spiegato a Fini come la pensa sulle reali intenzioni del sindacato, che è meglio non farsi «illusioni», che alla fine lo sciopero i sindacati lo faranno lo stesso. Tanto vale, allora, scrivere un Dpef, una Finanziaria e una riforma delle pensioni che servano davvero a far quadrare i conti pubblici e a rispondere positivamente alle sollecitazioni dell’Ue, soprattutto in materia previdenziale. Ma il punto è che il neo coordinatore delle politiche economiche e sociali, ha come stella polare la concertazione, il dialogo sociale. Fini è convinto che questa sia la strada da imboccare con decisione, che lo sciopero generale è evitabile, che la riforma delle pensioni si possa fare nel rispetto della giustizia sociale. «Non c’è nulla di definito, non c’è ancora una proposta – continua a rassicurare il vicepremier – non è il caso di fasciarsi la testa anzitempo, i problemi verranno affrontati senza provocare strappi sociali: se ne comincerà a parlare in termini generali e di metodo alla riunione di mercoledì». Dopodomani infatti si riunirà per la prima volta la «cabina di regia» dei ministri interessati alle questioni economiche e sociali. E parlando di metodo, Rocco Buttiglione indicherà quello del suo partito: partire dall’accordo sulla competitività sottoscritto congiuntamente da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil. «Solo partendo da questa piattaforma – spiegherà – è possibile creare un clima giusto di consenso sulle grandi scelte di politica economica. Poi, ma solo poi, si potrà discutere di pensioni».
Il debutto di Fini nel ruolo di coordinatore non sarà facile, la sua strada è tutta in salita, ma accetta la sfida, è convinto di farcela. Sulle pensioni il maggiore ostacolo si chiama Roberto Maroni che oggi, alla segreteria del suo partito, spiegherà come intende muoversi. La Lega ha però già detto che le pensioni di anzianità non si toccano. «Penalizzarli o no è una decisione politica, non tecnica», ha puntualizzato il ministro del Welfare. Ma tutta politica è anche un’altra partita che si sta giocando nella maggioranza, quella delle riforme.
Sul tavolo della segreteria leghista infatti c’è sempre il cavallo di battaglia della devoluzione che per loro rischia si essere travolta dai tempi biblici di una riforma generale che spazia dal Senato delle regioni, alla Corte costituzionale federale, al rafforzamento della forma di governo. Berlusconi ha promesso a Bossi che se i tempi dovessero allungarsi troppo, scatterebbe il doppio binario, con la devoluzione su quello ad alta velocità. Ma i leghisti non fidano degli alleati. Sanno quello che, nei colloqui privati, i centristi dell’Udc dicono: «Noi una terza lettura della devolution non la voteremo mai. Per quanto ci riguarda uno stralcio della riforma complessiva non ci sarà mai». E su questo è d’accordo anche An.
E’ quello che oggi alla direzione dell’Udc verrà ribadito a chiare lettere e che potrebbe innescare altre fibrillazioni della maggioranza. Tra l’altro, per rimanere sempre nel campo delle riforme, si è inserito un altro tema destinato a diventare caldissimo: la legge elettorale, il ritorno al proporzionale che per i centristi va subito messo in cantiere. Ma qui c’è un giallo. Al vertice notturno della scorsa settimana a Palazzo Grazioli, il vertice della Casa delle libertà aveva deciso di inserire nell’agenda di governo anche l’indicazione della legge elettorale in senso proporzionale. Ma nel testo che l’indomani è venuto alla luce, non ce n’era traccia. A frenare è stato Bossi che teme un sistema che possa fargli perdere una «rendita di posizione»: oggi elegge più deputati dei voti che ha. Non è un caso che ieri Roberto Calderoli abbia detto che parlare ora di una riforma della legge elettorale «è come mettere il tetto senza la casa sotto. Prima bisogna procedere alle altre riforme su cui c’è l’accordo nella Cdl, in primis la devolution e il Senato federale. Anche perché, di riforma elettorale, nel testo sulla verifica non c’è traccia».