De Sole, Gucci: «La mia sfida, rilanciare il lusso»

08/01/2001









 
 


La Stampa web


CRONACHE Domenica 07 Gennaio 2001

«La mia sfida, rilanciare il lusso»
Alain Elkann

DOMENICO De Sole, lei è stato un grande avvocato, che cosa l’ha spinta a diventare il patron di Gucci? «Emigrato in America, lavoravo a Washington in uno studio legale e come avviene sovente Oltreoceano sono passato all’attività in un’azienda». Si sente americano? «Me lo ricorda soprattutto l’Internal Revenue Service, il 15 aprile di ogni anno, quando devo pagare le tasse. Però sono nato in Italia. Le mie figlie sono americane. Certamente mi sento cittadino americano». Dove vive oggi? «A Londra. Le mie figlie vanno a scuola negli Stati Uniti. Ho una casa nella Carolina del Sud e una ad Aspen. Quando lascerò l’azienda tornerò negli Stati Uniti». Dov’è si trova la sede di Gucci? «A Firenze, la sede legale è in Olanda e poi c’è un ufficio di servizio a Londra. Vado sovente anche a Parigi dove possediamo la Yves Saint Laurent». Che impressione le fa avere Tom Ford da una parte e Yves Saint Laurent dall’altra che lavorano per lei? «Yves Saint Laurent non lavora per me. Ho comprato l’azienda, ma non la haute coiture che è sempre di Saint Laurent. Conosco molto bene Yves: una persona straordinaria. Con Tom Ford è diverso: lui dipende direttamente da me, anche se ha la direzione creativa di Gucci e Saint Laurent. Siamo molto amici e abbiamo cambiato l’azienda. E’ dal ‘94 che lavoriamo insieme». Com’è cambiata la Gucci? «Nel ‘94 era in bancarotta: mi ricordo quando i consulenti dissero che era un disastro. Adesso affermano che è l’azienda meglio gestita». Quanto valeva? «Niente, oggi 10 miliardi di dollari». A chi appartiene? «E’ pubblica, l’azionista principale è il gruppo Ppr (Pinot, Printemps, Redoute), poi Lvmh e altri grandi investitori». Il titolo è salito molto? «Nel ‘95 in Borsa valeva, dopo il road show, 22 dollari e oggi tra i 95 e 100 dollari». Perché tanto successo? «Abbiamo avuto buone strategie. E’ stata una combinazione di forza creativa e gestione». Quanti negozi avete? «Centoquaranta boutique Gucci, tutti operati direttamente. Se si escludono gli orologi e la gioielleria, l’80 per cento delle nostre vendite è operata direttamente nei nostri negozi». Avete ancora legami con la famiglia Gucci? «E’ uscita dall’azienda nel ‘93. E’ una storia molto complessa. Quando sono arrivato nel ‘94 dagli Stati Uniti i Gucci non erano più in azienda». Le vicende, anche scabrose, della famiglia hanno influenzato sull’immagine del marchio? «No. E’ stata una tragedia orribile quella di Maurizio Gucci, ma la terza generazione non ha saputo trovare un accordo. Ci sono sempre state situazioni difficili». Quali sono i suoi obiettivi adesso? «Da un lato Gucci ha un successo straordinario, però ci stiamo modificando da una monobrand a multibrand, cioè da azienda monomarchio a gruppo con più marchi. Rilanciare Yves Saint Laurent è una delle nostre attività. Abbiamo anche comprato Boucheron, che è un’antica gioielleria-orologeria e produce, tra l’altro, profumi. In più abbiamo rilevato in Romagna la Sergio Rossi, che fa le più belle scarpe del mondo. Negli ultimi dieci giorni abbiamo anche acquisito il 51% di Alexander Mac Queen, grande talento della moda. Infine una piccola azienda di orologi d’alto livello a Ginevra». Puntate sempre sul super lusso? «Sì, siamo ossessionati dal fatto di creare valore per i nostri azionisti. Non siamo predatori finanziari, siamo manager. Ci interessa avere successo in quello che sappiamo fare e la nostra area è naturalmente il lusso». Prada è un vostro concorrente? «Sì, e lo rispettiamo molto. Il nostro maggiore concorrente è Luis Vuitton, per quanto possa sembrare paradossale, sono anche nostri azionisti». E Giorgio Armani? «Un concorrente che rispettiamo molto, come del resto lo stesso Bertelli». Valentino? «E’ più concentrato su altri prodotti. Comunque, ha uno straordinario talento». Quanto lavora al giorno? «Dal mattino presto fino a dopo cena e nei weekend». Qual è il suo maggiore talento? «Credo di capire il mio business e di essere un buon “decision maker”». Lei dice sempre di essere un businessman, ma non è un avvocato? «Lo ero molto tempo fa. La legge è un buon esercizio di logica, ma un avvocato pensa sempre all’impensabile. Se uno vuole un buon business, deve prendere dei rischi calcolati. Nel business è importante avere le caratteristiche di un buon esecutore. Tutte le aziende hanno buone strategie, la differenza sta nel come applicarle». Qual è il suo giudizio sull’Italia? «Un Paese meraviglioso. Lavorando in Italia e alla Gucci ho acquistato grande rispetto per le capacità degli italiani». Non verrà a vivere qui? «No. Amo molto l’Italia, verrò spesso a visitare amici, ma quando finirò di lavorare tornerò negli Stati Uniti, nella Carolina del Sud dove abbiamo una casa e dove c’è una parte della famiglia di mia moglie». Sua moglie lavora con lei? «No, lei era una manager di Ibm ma ha smesso di lavorare quando 15 anni fa è nata la nostra seconda figlia».