Ddl Welfare, intesa lontana: si tratta fino a notte

21/11/2007
    mercoledì 21 novembre 2007

    Pagina4 – POLITICA & SOCIETÀ

      Ddl Welfare, intesa lontana: si tratta fino a notte

      Vertice notturno dei capigruppo di maggioranza. Damiano «ottimista». Ma l’accordo sui lavori usuranti non c’è. E si torna a ventilare l’ipotesi di «stralcio»

        Sara Farolfi

        Il disegno di legge che recepisce gli accordi su welfare e pensioni continua a navigare in acque agitate. La riunione dei capigruppo di maggioranza ieri è proseguita fino a notte inoltrata, nel tentativo di trovare un accordo che in serata sembrava ancora lontano. Mentre infatti in serata, il presidente della commissione lavoro alla Camera, Gianni Pagliarini, e il ministro Damiano, regista dell’incontro, rilasciavano dichiarazioni ottimiste, Titti Di Salvo, presidente dei deputati di Sd, dettava la seguente frase: «A nessuno venga in mente di stralciare il provvedimento».

        L’ipotesi di uno stralcio della parte pensionistica (che comunque dovrebbe essere approvata entro l’anno, pena l’entrata in vigore dello «scalone» di Maroni) era già stata ventilata nei giorni scorsi, e subito smentita. Il difficile lavoro della commissione presieduta da Pagliarini però, conclusosi la scorsa settimana soltanto mediante l’accantonamento di cinque articoli (i 5 punti caldi) del ddl, il lungo vertice di ieri sera, con quel «troveremo una soluzione nei prossimi giorni» del sottosegretario Letta, e i tempi contingentati del ddl (che dovrebbe essere approvato dalla Camera entro il 29 per poi passare al Senato), lasciano intravedere una discussione ancora lontana da una soluzione.

        Il punto decisamente più caldo, e che fa ventilare l’ipotesi di stralcio, è quello della definizione dei cosiddetti lavori usuranti, l’unica norma ad implicare un aumento di spesa, e sulla quale si scontrano gli emendamenti della sinistra – perchè la norma deve garantire un diritto soggettivo e pertanto non può essere sottoposta a vincoli di spesa – e i veti dell’area ultraliberal (Dini in primis) pronta a montare su ogni qualvolta si parli di spesa pubblica. Definire chi ha diritto alla pensione con i vecchi requisiti (57 anni di età e 35 di contributi) è parte consistente del problema. E’ vero che il ddl aggiunge alla platea definita da Salvi nel ’99, i lavoratori a vincolo, quelli alla catena e i turnisti (80 turni notturni all’anno), ma i margini di ambiguità restano ampi. Basti pensare che alcuni dei lavori più faticosi e usuranti infatti, come l’infermiere o l’operaio siderurgico, conti alla mano, non arrivano comunque a quantificare 80 turni in un anno – dicono da Rifondazione comunista.

        Poi c’è il mercato del lavoro, la norma sulla reiterabilità dei contratti a tempo determinato, su cui gli emendamenti della sinistra (che chiede che la possibilità di rinnovo di 36 mesi tenga conto anche di periodi da interinale o di eventuali "buchi" contrattuali, e che la deroga prevista sia motivata da causali specifiche motivate dall’azienda) incontrano i pesanti (e potenti in parlamento) veti di Confindustria. E’ ritornato in causa persino il job on call, il lavoro a chiamata, assunto a emblema della precarietà introdotta dalla legge 30 in campagna elettorale, abolito dal ddl, e che oggi invece ampi settori della maggioranza vorrebbero lasciare a disposizione dei commercianti: la mediazione sembrerebbe quella di abolirne l’uso nei contratti nazionali, lasciando però la porta aperta a deroghe per alcuni settori. La sinistra incasserebbe la disponibilità all’abrogazione dello staff leasing.

        E ieri a mettere in guardia il governo sono stati anche i socialisti di Angius: «Subordineremo il voto a quanto di nostro sarà stato accolto».