Damiano: «Sul welfare la sinistra non sia autolesionista»

03/12/2007
    domenica 2 dicembre 2007

      Pagina 7 – Economia

      L’Intervista

      Damiano: «Sul welfare
      la sinistra non sia autolesionista»

        di Laura Matteucci

        Intorno al Protocollo del welfare le scosse di assestamento continuano. Ha vacillato il governo, ha fibrillato la sinistra, con lo smarcamento del Pdci che vota la fiducia ma non il welfare (e Diliberto ripreso mentre in aula si tura il naso), con Rifondazione che accusa Prodi di aver ceduto al ricatto di industriali e diniani, e che continua a chiedere una verifica a gennaio.

        Lui, il ministro del Lavoro Cesare Damiano, che il Protocollo l’ha ideato, voluto, imposto all’agenda di governo, tira dritto come sempre. Con cauto ottimismo. Grande incassatore, dribbla le polemiche, evita di alzare i toni, e per il momento porta a casa un accordo di cui dice: «Non ricordo da molti decenni un risultato così netto e significativo a difesa della parte più debole del paese». Per il momeno, dicevamo, perchè c’è ancora il passaggio al Senato da superare. Solo una formalità? «Io per mia natura non dò mai niente per scontato, però sono ottimista». Che il «padre» del nuovo welfare lo difenda, e difenda se stesso dalle accuse di eccessivo «centrismo», in effetti appare scontato. Ma vediamo, nel merito, come.

        Ministro, il mondo del lavoro riparte da qui, dal Protocollo appena approvato. Perchè è così significativo per i lavoratori, perchè lei l’ha così fortemente voluto?

          «Innanzitutto perchè questo Protocollo, non a caso approvato dall’80% dei lavoratori e dei pensionati, non contiene alcuno scambio, non prevede restituzioni. Vorrei ricordare, ad esempio, che nel ‘92 si sancì il definitivo superamento della scala mobile. Inoltre, si inserisce in un’azione più complessiva del governo, che comprende la Finanziaria dell’anno scorso e quella nuova, le leggi delega come quella sulla tutela e sicurezza nei luoghi di lavoro o sul pacchetto sicurezza del decreto Bersani dell’agosto 2006: un insieme di provvedimenti che delineano un grande disegno riformatore, e gettano le basi di un futuro stato sociale capace di passare dalla pura assistenza all’intervento attivo, propositivo rispetto alle tutele e al mercato del lavoro. Poi, è chiaro che alle parole bisogna far seguire i fatti e gli esempi concreti. Perchè i cittadini sono stanchi di una politica urlata, aggressiva, propagandistica e autolesionista, e vogliono invece avere un semplice racconto dei buoni risultati. Anche quando sono parziali».

          È già una risposta alla sinistra: trova che in questa vicenda abbia avuto un atteggiamento autolesionista?

            «Trovo che faccia male a dare di sè la rappresentazione di una parte sconfitta, perchè questo la indebolisce e genera confusione e delusione tra i cittadini. Il governo trasformerà in legge un Protocollo che è quello firmato dalle parti sociali, e che contiene peraltro anche alcune correzioni definite nella commissione Lavoro della Camera. Si è trovato un prezioso punto di equilibrio, e rappresentare questo come un cedimento a Confindustria e Dini è puramente autolesionistico, oltre che falso. Vorrei anche ricordare che il Protocollo va nella direzione dell’applicazione del programma dell’Unione, pur con la gradualità necessaria».

            Gradualità e parzialità, dice lei: come risponde a chi le rimprovera che i vantaggi per i lavoratori sono troppo pochi?

              «Sono persino sorpreso dalla capacità del governo di intervenire su questi temi, particolarmente scottanti. Parlo della lotta al lavoro nero, che solo nell’edilizia ha portato in quattordici mesi alla chiusura di 2.800 aziende dove si era riscontrata la presenza di oltre il 20% di lavoratori in nero. Dell’attenzione ai lavoratori socialmente utili, dell’agricoltura, dei call-center, stabilizzati in 22mila: risultati che vanno collegati agli interventi sul cuneo fiscale e il credito d’imposta, sempre nella direzione di incentivare le imprese ad assumere a tempo indeterminato».

              E la verifica che Rifondazione chiede per gennaio?

                «Intanto proseguiamo un passo alla volta, con il passaggio del Protocollo in Senato e con la Finanziaria. A gennaio la verifica è nei fatti, perchè è fisiologico fare il punto della situazione dopo un anno e mezzo di governo. È come fare il tagliando».

                Però la discussione su questo accordo è stata particolarmente sofferta, tanto da produrre un vero e proprio corto circuito: un testo concordato tra governo, parti sociali e imprenditori, che poi viene cambiato in Parlamento e non piace più ai firmatari. È un nodo irrisolvibile della concertazione?

                  «Esistono delle interpretazioni esasperate. È evidente che il governo ha l’obbligo di portare il risultato della concertazione al Parlamento, e questo ha la facoltà di intervenire. Ma il punto di sintesi che si è trovato è stato un intervento di modifica che non scardina i contenuti del Protocollo. Certo, tutto questo è avvenuto nel corso di una discussione complicata».

                  I cittadini vogliono il “racconto dei buoni risultati”, diceva. Sul superamento dello scalone sono tutti d’accordo. Poi, quali sono gli altri punti significativi?

                    «C’è tutta la partita che riguarda i giovani e il mercato del lavoro, che contiene molte istanze della sinistra sullo stato sociale. Ed è noto che con il passaggio alla commissione il tema dei contratti a termine ha avuto ulteriori ritocchi e chiarimenti interpretativi favorevoli ai lavoratori, e che sono state introdotte due modifiche: l’abolizione dello staff leasing e il ripristino del lavoro a chiamata limitatamente ai settori del turismo e dello spettacolo. Vorrei ricordare anche che grazie al Protocollo già in ottobre è stata pagata una quattordicesima di 300 euro medi a 3 milioni e mezzo di pensionati con pensioni fino a 670 euro, e che grazie al decreto fiscale sono in pagamento altri 500 milioni a vantaggio degli incapienti».

                    Tra i punti più discussi, quello dei lavori usuranti.

                      «Si è già insediata la commissione composta dai rappresentanti delle parti sociali firmatarie che dovrà esaminare il testo. I vincoli non sono cambiati: 2,8 miliardi è il tetto complessivo per i prossimi dieci anni, 4 le fattispecie – i lavoratori della vecchia legge Salvi, i conducenti di veicoli pubblici pesanti, quelli alla catena, e chi presta un’attività di lavoro notturno abituale».

                      Parliamo del futuro, perchè il Protocollo è un punto di partenza. Ci saranno altri interventi di modifica della legge 30? Come si annuncia l’agenda sociale?

                        «Intensa. Per quanto riguarda la legge 30, sostanzialmente abbiamo già eliminato le forme più precarizzanti, come chiedeva il programma dell’Unione. Poi, si tratterà di dare piena attuazione al Protocollo e di affrontare alcuni temi prioritari. Parlo di ridare forza al potere d’acquisto di retribuzioni e pensioni, che si intreccia con l’altro grande tema, quello della manutenzione del sistema contrattuale del ‘93, con l’estensione della contrattazione decentrata, regole che vincolino maggiormente le parti sociali a rinnovare i contratti a scadenza, e l’alleggerimento della pressione fiscale sulle buste paga».