Damiano rilancia: più sicurezza sociale

05/03/2007
    lunedì 5 marzo 2007

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    Damiano rilancia:
    più sicurezza sociale

      La proposta del ministro: con i soldi dell’evasione ammortizzatori in linea con gli standard europei

        di Felicia Masocco / Roma

          Il governo prepara un piano di rafforzamento degli ammortizzatori sociali Più indennità e contributi figurativi anche per chi non lavora stabilmente Passata la crisi, è attesa per il confronto tra governo e parti sociali sullo sviluppo, il pubblico impiego e soprattutto il welfare. La convocazione a Palazzo Chigi è questione di giorni, potrebbe arrivare in questa settimana, al massino in una decina di giorni. I riflettori sono puntati su pensioni e ammortizzatori sociali, l’aver previsto un unico tavolo potrebbe facilitare le cose se viste in un’ottica «generazionale», di maggiori tutele per i lavoratori, anche atipici e precari, oltre che di minor costi per la previdenza. Per Cesare Damiano il confronto deve partire dall’estensione e dal rafforzamento dei «diritti di sicurezza sociale».

          È NEI PIANI dotare l’Italia di ammortizzatori sociali in linea con gli standard europei. I nostri sono fermi agli anni Sessanta. Un tentativo lo aveva fatto già fatto il centrosinistra nel 2000, senza però riuscire a superare lo scoglio dei costi. Una riforma in scala ridottissima era stata poi prevista dal centrodestra nel Patto per l’Italia, ma non è stata mai finanziata ed è rimasta sulla carta.

          Ora servono circa 3 miliardi. Nel pacchetto del ministero del Lavoro dovrebbero coprire l’aumento dell’indennità di disoccupazione (dal 50 al 60% della retribuzione), ma solo se si accettano eventuali proposte di impiego e di formazione professionale, e una riforma della cassa integrazione con il superamento della distinzione tra ordinaria e straordinaria e l’accorpamento tra indennità di disoccupazione e di mobilità. Vanno garantiti i contributi figurativi per i lavori discontinui ed estese le tutele sociali a chi lavora in imprese con meno di 15 dipendenti o è impiegato nel settore dell’agricoltura e dell’artigianato. Seguendo, insomma, il solco della Finanziaria le tutele vanno rese «universali»: anche per atipici e precari.

          Le risorse necessarie potrebbero arrivare dall’extra-gettito, dalle maggiori entrate dovute al contrasto all’evasione fiscale e contributiva. «La quota di risorse in più deve essere utilizzata per lo stato sociale e in particolare per rinnovare gli ammortizzatori sociali», ha ribadito ieri il ministro del Lavoro, Cesare Damiano. L’anno scorso si è chiuso con 12,6 miliardi in più. Occorre però aspettare il 15 marzo quando verrà anticipata la Trimestrale di cassa per verificare se si è trattato di una una-tantum oppure se si tratta di una tendenza. Si saprà, in pratica, se i conti consentono la riforma degli ammortizzatori oltre alla spesa di 6 miliardi per dar seguito all’annuncio di Romano Prodi di un fisco più leggero. Su questo fronte l’obiettivo a breve – che sconta già la cautela di Padoa-Schioppa – è premiare le famiglie e i redditi più bassi, con assegni familiari, un alleggerimento dell’Ici per la prima casa e delle tasse sugli affitti. Damiano però insiste con il «suggerimento»: «Questi soldi dovranno servire anche per migliorare le tutele per l’indennità di disoccupazione e per garantire contributi figurativi per i giovani che avranno un percorso lavorativo discontinuo».

          Nel mosaico va poi inserita la tessera pensioni. Su una cosa già da ora governo e sindacati sembrano d’accordo, le pensioni basse vanno ritoccate e le ultime indiscrezioni indicano un aumento delle minime «contributive» oggi ferme a 400 euro al mese. E anche questo è un costo. Da discutere.

          La previdenza è l’altro lato del tavolo. Tra le misure c’è l’unificazione degli enti previdenziali Inps, Inail, Ipsema, Enpals e Ipost (o solo alcuni di essi) già prefigurata nella scorsa Finanziaria, e poi il superamento dello «scalone» di Maroni che dal 2008 innalza bruscamente i requisiti per gli assegni di anzianità da 57 a 60 anni con 35 di contributi. All’ipotesi degli «scalini», cioè di un innalzamento a 58 o 59 anni, si affianca quella delle «quote», cioè di un mix di età anagrafica e contributiva che come risultato dia quota 95 (58 più 35, ad esempio). Avanzata dalla Cisl nella passata legislatura, la proposta è tornata sul tavolo accompagnata dalla possibilità per chi è impegnato nei lavori usuranti di andare comunque in pensione con i vecchi requisiti. I sindacati nella loro piattaforma si sono tenuti piuttosto generici sull’elemento dell’età, chiedono il superamento dello scalone in quanto iniquo e il «ripristino» di condizioni di «flessibilità dell’età pensionabile nel sistema contributivo». È invece secco il «no» al taglio (del 6-8%) dei coefficienti di calcolo delle pensioni in rapporto all’invecchiamento della popolazione. Ma per l’esecutivo a questa misura non si può rinunciare. È evidente che un punto di mediazione alla fine dovrà essere trovato e potrebbe essere tra l’intervento sull’età (scalino o quote) e uno sui coefficienti più digeribile per Cgil, Cisl e Uil.

          Questione di giorni e le indiscrezioni lasceranno il posto alle proposte ufficiali. Il governo conta di chiudere i tavoli prima delle elezioni amministrative di metà maggio e in mezzo ci sono i congressi dei due principali partiti della coalizione, Ds e Margherita, entrambi a fine aprile. Non c’è quindi moltissimo tempo per trovare quelle che Tommaso Padoa-Schioppa definisce «buone soluzioni» e che a suo avviso possono essere raggiunte solo se i temi in discussione, pensioni, welfare e mercato del lavoro, ma anche sviluppo e pubblico impiego, vengono affrontati «in un quadro di insieme» puntando a un accordo «a tutto campo»