Damiano ai sindacati: niente blitz sull’anzianità

26/04/2007
    mercoledì 25 aprile 2007

    Pagina 29 – Economia

    La Cisl rilancia quota 95: «Ma l’età pensionabile delle donne non si alza»

      Damiano ai sindacati:
      niente blitz sull’anzianità

        Angeletti (Uil): «Né scaloni né scalini»

          Enrico Marro

            ROMA — L’altro giorno ha smentito che il governo abbia allo studio l’aumento dell’età pensionabile per le donne. Ieri ha smentito che si vogliano chiudere nel 2007 una o entrambe le «finestre» di pensionamento rimaste (luglio e ottobre). Il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, si conferma invece fedele alla linea che la riforma della previdenza si farà con la «concertazione» con i sindacati. Ma è evidente che se circolano ipotesi di intervento è perché queste, magari in altri ministeri, si studiano, soprattutto quella relativa all’aumento dell’età pensionabile per le donne, visto che l’Italia, insieme con la Grecia, è l’unico Paese europeo dove ancora è consentito alle donne di andare in pensione di vecchiaia 5 anni prima degli uomini, a 60 anni contro 65. Poiché però i sindacati sono assolutamente contrari anche solo a ridurre questa differenza e ancora di più si oppongono alla chiusura delle «finestre», Damiano corre ai ripari per evitare che il clima di dialogo salti. E infatti assicura che il governo intende rispettare il memorandum con i sindacati che esclude interventi sul 2007.

            Tuttavia la trattativa (nonostante lo stesso memorandum diceva che si sarebbe dovuta concludere entro lo scorso marzo), finora, non ha fatto passi importanti. E anche questa settimana, tra feste, ponti e impegni di qualche ministro all’estero, dovrebbe passare senza novità di rilievo. «Il mio obiettivo è arrivare all’accordo entro il 2007» dice Damiano. Anche perché, in mancanza di un’intesa che porti alla modifica della legge Maroni, dal primo gennaio 2008 scatterà lo «scalone», cioè l’aumento dell’età minima per la pensione d’anzianità da 57 a 60 anni. Eventualità che i sindacati e la sinistra della coalizione di governo vogliono assolutamente scongiurare. Anche il governo e in particolare il ministro del Lavoro sono impegnati per una soluzione: non l’abolizione pura e semplice dello scalone, perché costerebbe troppo (9 miliardi di euro a regime), ma la sua sostituzione con un sistema di scalini, per esempio l’età sale a 58 anni nel 2008, e poi ancora gradualmente (un’ipotesi prevede fino a 62 anni nel 2014).

            Ieri la Cisl ha nuovamente manifestato la sua disponibilità a discutere di un aumento dei requisiti per la pensione d’anzianità, rilanciando, col segretario aggiunto Pier Paolo Baretta, la proposta di «quota 95»: dal 2008 la somma dell’età anagrafica e dei contributi per andare in pensione dovrebbe fare appunto 95 (per esempio 58 anni d’età e 37 di contributi o 59 d’età e 36 di contributi). Questa disponibilità per la Cisl vale però a patto che non si alzi l’età di vecchiaia per le donne e che non si taglino i coefficienti di calcolo delle pensioni come previsto dalla legge Dini. Più rigida la posizione di Cgil e Uil. «Dopo 35 anni di lavoro è giusto andare in pensione. Non ci vogliono né scaloni né scalini» ha detto ieri il leader della Uil, Luigi Angeletti, mentre il segretario di Rifondazione comunista, Franco Giordano, dice al ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, che per eliminare lo scalone non basta il «tesoretto» da due miliardi e mezzo messo a disposizione. Ci vuole molto di più.