«D’Amato vede nero perché vuole di più»

12/09/2002

        12 settembre 2002



        «D’Amato vede nero perché vuole di più»
        Credito d’imposta, Irpeg, no ai contratti. Ecco i punti dolenti per gli industriali spiegati dai sindacalisti


        PAOLO ANDRUCCIOLI


        Ormai è più che un’impressione. Tra governo e Confindustria le cose non filano più così lisce come si era ipotizzato durante il famoso convegno di Parma del 2001. La Confindustria sembra aver maturato un’idea un po’ diversa da palazzo Chigi e da via XX settembre, sia sul quadro macroeconomico, sia soprattutto sulle scelte da fare qui e subito, ovvero nella legge finanziaria 2003, a partire dalla riduzione di due punti dell’Irpeg, dal credito di imposta, dalle ulteriori agevolazioni per le imprese e soprattutto dalla fine dei rapporti sindacali tradizionali con la trasformazione radicale della struttura contrattuale. L’impressione di una «incrinatura» è suffragata dalle recenti prese di posizione dei big di Confindustria, ma è confermata anche dai giudizi esterni e dalle stesse reazioni che ci sono state ieri subito dopo l’assemblea in viale dell’Astronomia. Per Sergio Cofferati, i dati diffusi dalla Confindustria sulla situazione economica non fanno che confermare «quello che ormai è chiaro a tutti e che viene negato solo dal governo: i risultati di fine anno saranno lontanissimi dalle previsioni».

        Per Cofferati, al di là del tentativo di sdrammatizzare proposto da Berlusconi e Tremonti, «ciò che preoccupa è la riconferma di politiche inefficaci», soprattutto per quanto riguarda l’occupazione e il sud. Pier Paolo Baretta, segretario confederale della Cisl, dice che più che di «incrinatura» nei rapporti tra governo e industriali, si può parlare di una «non coincidenza di vedute». E’ evidente che il quadro economico tracciato dal Centro studi confindustriale è molto più tragico di quello del governo. Ed è anche ovvio che se le cose stanno così male, anche i rimedi, ovvero gli interventi politici non potranno che essere conseguenti. Per questo non è un caso che ieri il presidente D’Amato abbia ricordato che il «nodo delle pensioni» dovrà essere affrontato, nonostante le rassicurazioni dei ministri di Berlusconi. Sia per Baretta, che per molti altri sindacalisti, è evidente che la Confindustria ha avviato la manovra di lobbing sulla finanziaria e che chiede conto proprio di quegli impegni presi a Parma e non ancora incassati.

        «Che la Confindustria dica che si crescerà solo dello 0,6% quest’anno è stupefacente – dice Giuseppe Casadio della segreteria confederale della Cgil – dopo essere stati gli sponsor più militanti delle politiche di Tremonti nell’attesa del 2,3%, ora cambiano tutto e D’Amato ci dice che sarà solo lo 0,6%». «L’impressione che si trae dalle dichiarazioni di Confindustria – dice Francesca Re David della segreteria nazionale Fiom – è che non gli basta mai. Gli industriali vogliono spingere sul governo affinché non ceda sul contratto del pubblico impiego, sulla modifica del welfare e soprattutto sull’applicazione della piena libertà di impresa». Per la sindacalista metalmeccanica, la Confindustria non sopporta nessun ripensamento (neppure velato) da parte del governo. Non gli vanno bene le rassicurazioni di Berlusconi e Tremonti, della serie «va tutto bene così», perché questo significherebbe rinunciare ai tagli alle spese sociali, all’intervento sulle pensioni e allo svuotamento del contratto nazionale delle categorie di lavoro.

        I giudizi della Cgil sulle scelte del governo sono molto netti e sono coerenti con la decisione di non firmare il Patto di luglio. Ma ora anche la Cisl e la Uil mostrano segni evidenti di imbarazzo per la traduzione concreta di quel Patto per l’Italia. Cisl e Uil, tanto per fare un esempio, oltre a respingere (insieme alla Cgil) la fissazione del tasso di inflazione all’1,4% per il rinnovo del contratto dei pubblici, sono anche preoccupate di quel che sta per succedere nel sud. Così ieri Cisl e Uil, insieme alla stessa Confindustria (per iniziativa di Francesco Rosario Averna), hanno chiesto a palazzo Chigi un incontro urgente per definire le scelte a proposito dei crediti di imposta. Industriali e sindacalisti firmatari del Patto sono stati spiazzati dalla decisione di bloccare i fondi dei crediti d’imposta ed evidentemente non si fidano delle rassicurazioni e degli impegni verbali presi da Berlusconi alla Fiera del Levante di Bari.

        La situazione è molto pesante, dunque. Lo ammette anche Bruno Tabacci, presidente della commissione attività produttive della camera dei deputati, mentre l’Ugl, il sindacato di destra, ricorda al governo che non ci sono solo gli industriali che premono, ma anche i lavoratori.