D’Amato: senza riforme niente ripresa; ma Billè abbandona il 18

13/03/2002


Mercoledì 13 Marzo 2002

MESSAGGI INCROCIATI

D’Amato: senza riforme niente ripresa

Ma Billè abbandona il 18: «E’ più urgente la defiscalizzazione»

dal nostro inviato
ANTONIO PAOLINI

NAPOLI — Il governo rivede le proposte, ma manda a dire che non recede. Gli industriali stanno a vedere e insistono: niente retromarcia, costi anche lo scontro con i sindacati. I commercianti guardano oltre: a Tremonti cioè, e alle promesse sul fisco, che ritengono medicina per i consumi e di cui chiedono l’avvio anticipato. L’ombra lunga dell’articolo 18 tiene banco, e non poteva essere diversamente, al megaconvegno economico di Confagricoltura. E il nodo della licenziabilità ruba i riflettori nella giornata dei quattro presidenti – Bocchini, padrone di casa, per Confagricoltura, D’Amato per Confindustria, Billè per Confcommercio, Desiata per l’Ania – ed un ministro, Maurizio Gasparri, che ancor prima di approdare in tribuna, debutta duro sul tema del giorno: Cofferati, dice, è il nemico del Sud. Il governo non elude le sue responsabilità. E sulle riforme va avanti.

D’Amato prende nota. Ma poi parte da un assunto non incoraggiante: la ripresa – dice – in Italia non c’è, ce n’è solo il profumo. Senza riforme serie non partirà. E quella sull’articolo 18 «è una riforma seria. Vale centinaia di migliaia di posti di lavoro – scandisce D’Amato – e noi siamo disposti a farne monitorare gli effetti momento per momento». Fisco, previdenza, lavoro: senza l’ultima voce, per Confindustria il concerto di riforme di struttura non marcia. E il leader degli industriali per averla è pronto a mettere in conto anche la protesta: «Mentre gli altri si divertono coi girotondo, il mercato gioca a rubabandiera. Se la perdi, per riprenderla ce ne vuole. Da noi l’attenzione al consenso sociale c’è. Ma abbiamo il dovere di essere razionali su questo punto. Il costo della mancata competitività lo misuriamo sulla pelle delle imprese, e sui sei giovani su dieci che non trovano occupazione legale. Se c’è un costo del confronto sociale, si paghi. Il governo ha il dovere di fare scelte. E’ stato votato su questo. Le riforme col consenso sono meglio, ma la ricerca del consenso senza riforme sarebbe letale».

Tutt’altro tono da Sergio Billè, in un intervento dal tono molto politico. Il 18? «Un problema secondario, che è stato ipercaratterizzato facendoci perdere il senso del ragionamento su altre riforme più importanti e urgenti». Di più. La battaglia sul 18 ha fatto in modo «che il sindacato riscoprisse un’unità messa pesantemente in discussione. Eppure, anche una parte del sindacato aveva votato in modo diverso, cioè Berlusconi». Per Billè occorre dunque «uscire dalla stretta, e tornare su cose più serie». Quali? Il fisco anzitutto, per rilanciare i consumi, 70% del reddito del paese. «In Usa il rilancio è da defiscalizzazione», dice Billè. Che poi manda il suo monito, al governo, insieme a un appello: «C’è un nuovo direttore d’orchestra, ma il rischio è che senza orchestra, senza consenso sociale, come insegnava Fellini, non si riesca a suonare il nuovo spartito». E allora «la parte giusta della maggioranza deve orientare il governo per recuperare la parte di sindacato che rischia di alienare». E deve convincere Tremonti ad anticipare la defiscalizzazione, e Berlusconi a indicare prima dei forti ammortizzatori sociali e poi, solo poi, a riagganciarci il discorso sul 18.