D’Amato: rischio di crack competitivo

24/07/2003



        Giovedí 24 Luglio 2003


        D’Amato: rischio di crack competitivo
        ROMA – L’Italia corre il rischio di un «crack competitivo». E per scongiurarlo, occorre una Finanziaria per lo sviluppo e di rilancio, che attui le riforme, a partire da quella delle pensioni. Antonio D’Amato delinea lo scenario dell’economia italiana e mette in guardia il Governo sulle emergenze del Paese e sulle scelte necessarie per recuperare competitività. Ieri mattina si è riunita la giunta della Confindustria, una prima riunione plenaria dopo la presentazione del Dpef. E in serata i vertici di Confindustria hanno avuto un’audizione presso le Commissioni Bilancio di Camera e Senato sul Documento di programmazione.
        La denuncia di D’Amato è andata sempre nella stessa direzione: Dpef generico, «che non dà tranquillità sulle riforme», serve una svolta decisa in materia di riforme economiche e sociali. «O si fa una Finanziaria di sviluppo, o l’alternativa è una Finanziaria di recessione e di indebolimento del Paese», ha detto D’Amato nella conferenza stampa dopo la giunta e nel corso dell’audizione. Bisogna riprendere la strada delle riforme strutturali, che si era faticosamente avviata e che ora, secondo il presidente degli industriali, si è interrotta. «Pensare che basti l’arrivo della ripresa internazionale per risolvere i nostri problemi è un’illusione fuorviante», ha detto D’Amato. In primo luogo, «non si può prescindere dalla riforma delle pensioni», che va inserita nella legge Finanziaria. Sul tema c’è stata molta «conflittualità mediatica»: invece sulla riforma, ha spiegato D’Amato, serva un approccio chiaro e definitivo. È necessaria per ristabilire l’equilibrio tra generazioni e per generare quelle risorse necessarie per rilanciare gli investimenti e riqualificare il sistema il modo più competitivo. Solo con una riforma della previdenza chiara e strutturale l’Italia potrà avere quella credibilità, utilizzando anche l’occasione della presidenza Ue, per rilanciare la golden rule, cioè lo scomputo dal calcolo dei parametri del Patto di stabilità delle spese per ricerca e investimenti. «In Europa la vogliono in molti ma hanno paura che sia l’Italia a proporla: il nostro Paese si porta dietro un’immagine negativa di scarsa attenzione sui conti pubblici. Con una riforma delle pensioni questa immagine si rovescerebbe», ha detto D’Amato.
        Quanto al Dpef, è stato presentato in ritardo ed è un documento generico: la Confindustria condivide lo scenario macroeconomico, ma il punto cruciale sono le riforme da realizzare, chiarendo la rotta senza perdere nemmeno un giorno. Anche l’idea del Governo di sezionare il confronto con le parti sociali in undici tavoli secondo D’Amato non va bene: «Frammentare il dialogo non solo fa perdere tempo, ma fa anche perdere il quadro d’insieme degli interventi da realizzare». Il presidente degli industriali li sintetizza in poche battute: oltre alle pensioni, occorrono investimenti in ricerca, in formazione, infrastrutture, materiali e immateriali, una riduzione della pressione fiscale. Inoltre va proseguita la politica delle liberalizzazioni e privatizzazioni.
        Il rischio per l’Italia è un crack di competitività: gli Stati Uniti stanno spingendo la ripresa con una politica di supply side, che prevede investimenti in ricerca, meno fisco e dollaro basso per favorire le esportazioni, ed hanno prospettive di recupero; i Paesi asiatici hanno costi minori rispetto ai nostri e stanno aumentando la qualità e la tecnologia dei loro prodotti. L’Europa è dentro questa «tenaglia competitiva», come dimostrano i dati sulla quote di mercato Ue a livello internazionale, che negli ultimi si sono erose. «La ripresa sarà guidata dalla locomotiva americana, ma c’è il rischio che cambi l’ordine dei vagoni, con non più l’Europa in testa, ma la Cina e i Paesi orientali, compreso il Giappone che sta recuperando terreno», ha spiegato D’Amato. Se l’Italia vuole crescere, occorre spingere anche lo sviluppo del Sud, rendendolo leader nell’attrazione degli investimenti. «Occorre definire la mission di Sviluppo Italia, stabilizzare gli incentivi, e continuare sulla strada delle riforme». D’Amato ha ricordato l’importanza della riforma Biagi ed è convinto che senza la battaglia sull’articolo 18 la legge non sarebbe arrivata in porto: «È stata la bandiera rossa – ha detto – su cui si è concentrata tutta quell’opposizione sindacale che della riforma del mercato del lavoro non voleva fare niente».

        NICOLETTA PICCHIO