D’Amato non crede più al governo: l’economia crescerà meno

07/11/2002

          giovedì 7 novembre 2002

          Anche Confindustria prevede che il Pil aumenterà quest’anno meno dello 0,6 per cento. Gli obiettivi di Tremonti non saranno rispettati nemmeno nel 2003
          D’Amato non crede più al governo: l’economia crescerà meno

          Angelo Faccinetto

          MILANO. Neanche Confindustria crede più al governo. E ridimensiona
          drasticamente le previsioni di crescita.
          Per quest’anno – difficile che superi lo 0,6 per cento – e per il prossimo
          anno. Quello che Tremonti stima possa arrivare al 2,3 per cento.
          Altro che nuovo boom. «Per il 2003 – sostiene l’ufficio studi di viale dell’Astronomia – appare molto improbabile che la crescita possa raggiungere
          il 2 per cento». Un atto di sfiducia clamoroso. E argomentato.
          «Coerentemente con gli andamenti previsti per il resto del mondo – si afferma – le prospettive di crescita per l’Italia andranno significativamente ridimensionate. In questa direzione spingono soprattutto la minor crescita attesa per l’Europa, il più elevato prezzo del petrolio e il persistente clima di sfiducia che si registra tra gli operatori, conseguenza sia dei recenti avvenimenti sul fronte internazionale che degli sviluppi interni».
          Una considerazione, quest’ultima, che suona particolarmente pesante se si considera che gli «sviluppi interni» di cui si parla sono in gran parte da addebitare a un governo uscito vincitore dalle urne grazie anche all’aperto sostegno degli imprenditori.
          Come l’economia italiana, anche la ripresa internazionale continua intanto ad essere «pesantemente condizionata da numerose incognite e rischi». Anzi. Anche la fiducia che fino ad oggi ha animato l’economia degli Stati Uniti sembra incrinarsi. Così come non vanno meglio le cose nei paesi dell’euro. Qui, secondo Confindustria, la ripresa potrebbe essere penalizzata, nei prossimi mesi, appunto dal peggioramento del clima di fiducia degli operatori.
          Come gli stessi dati diffusi l’altro giorno e relativi ai paesi guida (Germania,
          Francia e Italia) sembrano confermare.
          Nella migliore delle ipotesi, dunque, se le probabilità di una recessione restano piuttosto ridotte, per l’economia mondiale, dopo la lunga fase espansiva, si prospetta «un periodo di convalescenza». Un periodo, cioè, caratterizzato da bassa crescita e, anche, da un aumento della disoccupazione. Conseguenza
          della scelta di molte imprese di ridurre l’indebitamento e l’eccedenza
          produttiva. Senza contare poi che «le incognite e i rischi» denunciati
          si chiamano anche minaccia terrorismo e possibilità di guerra in Iraq, che produrrebbe conseguenze sull’andamento del mercato del petrolio difficilmente prevedibile. Oltre che instabilità dei mercati emergenti,
          soprattutto dell’America Latina e della Turchia, e Giappone di nuovo in frenata.
          Un quadro che non può che pesare anche sulle prospettive dell’economia italiana. Sulla quale, tra l’altro, pende pure la minaccia del rincaro dei prezzi di alcuni servizi.
          Rincari che Confindustria definisce «sorprendenti», nonostante il notevole
          recente rialzo del prezzo del greggio. E che hanno assegnato al nostro paese anche il record della crescita dell’inflazione, che in ottobre, ha fatto registrare un più 2,7 per cento tendenziale.