D’Amato: nessuno vuole lo scontro sociale

26/05/2001

Corriere della Sera

Sabato 26 Maggio 2001





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ECONOMIA     
D’Amato: nessuno vuole lo scontro sociale

Il presidente della Confindustria ai sindacati: siamo pronti a chiudere i contratti

      ROMA – Consegnate al prossimo esecutivo le richieste per i primi cento giorni, misurata la reazione del principale sindacato, il presidente degli industriali Antonio D’Amato, il giorno dopo l’assemblea generale di Confindustria, respinge la prospettiva di imminenti conflitti. Alla sinistra sindacale, che con Giorgio Cremaschi già inneggia allo sciopero generale e al leader della Cgil, Sergio Cofferati che, disertata l’assise, lo ha accusato di spingere il futuro governo Berlusconi al «masochismo politico», D’Amato replica: «Non mi pare che in Italia ci sia voglia da parte di nessuno di scontro sociale». Toni pacati quelli del leader confindustriale, ospite (commosso fino alle lacrime) di Arzano, il paese dove negli anni Sessanta il padre fondò l’azienda familiare e che ieri gli ha tributato la cittadinanza onoraria. Per D’Amato è l’occasione per parlare di Sud, di sviluppo e di lavoro «nero»: «Gli immigrati non possono essere considerati una risorsa usa e getta».
      A chi lo provoca sui temi della libertà di licenziamento risponde: «Noi non siamo quelli dei licenziamenti selvaggi». Mentre sui contratti, come quello dei metalmeccanici, che ancora oggi attendono un accordo tra le parti, D’Amato dice che «per chiudere bisogna essere in due. Noi siamo qui pronti a farlo. Se poi qualcuno vuole a tutti i costi lo scontro sociale, è un problema non nostro». La linea è quella della difesa del dialogo, della concertazione: «Abbiamo tutti la responsabilità di muoverci nel rispetto e nella coerenza dell’accordo del ’93, è interesse non solo dell’industria, ma del Paese e dei lavoratori in primo luogo, mantenersi all’interno dei tetti d’inflazione perché altrimenti ritorniamo a un circolo vizioso».
      Al governo uscente, che gli ha imputato una certa «irriconoscenza», concede di essersi mosso «bene» sulla vicenda Edf-Montedison. Ma non coerentemente «in casa», sul caso dell’Acquedotto pugliese, dove starebbe concedendo a un monopolista pubblico, l’Enel, d’investire in un mercato in via di privatizzazione. D’altra parte anche ieri il leader confindustriale è tornato a rivendicare autonomia rispetto al futuro governo, cui ha chiesto di venire allo scoperto sul tema «caldo» della riforma pensionistica.
      Eppure c’è chi, come il presidente «polista» della regione Lombardia Roberto Formigoni, afferma che «le richieste formulate da D’Amato sono molto simili a quelle della Casa delle Libertà». E chi, come il quotidiano britannico
      Financial Times , descrive una sorta di «luna di miele» tra Confindustria e Berlusconi. Per non parlare dell’ Avvenire , il giornale della Cei, secondo cui D’Amato avrebbe «in qualche momento dato l’impressione di travalicare dal suo legittimo ruolo di alfiere di ben precisi interessi, per lanciare una formula del tipo: "Quel che va bene alla Confindustria, va bene all’Italia"». «Si sta ricostruendo un blocco d’interessi forti che addirittura sfocia in una nuova unità della borghesia italiana» attacca il leader di Rifondazione, Fausto Bertinotti. Ma ce n’è anche per il sindacato che «non dovrebbe fare la "guardia al bidone" di una concertazione che si è rivelata fallimentare, bensì riacquistare un’autonomia contrattuale di lotta». Un invito diretto a quella parte del sindacato sensibile al richiamo della piazza.
Antonella Baccaro


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