D’Amato: nessuno stop ai contratti

03/05/2001

Il Sole 24 ORE.com

Giovedì 3 maggio 2001






    Amato incontra le parti sociali e sollecita il rinnovo degli accordi – Confindustria: 32 le intese fatte, siamo nella fisiologia di sistema

    D’Amato: nessuno stop ai contratti
    Cofferati: a rischio la politica dei redditi – Pezzotta: il Governo deve controllare le tariffe – Angeletti teme il conflitto redistributivo
    Massimo Mascini
    ROMA La verifica a Palazzo Chigi sulla stagione contrattuale ha tranquillizzato Giuliano Amato. Il presidente del Consiglio ha preso atto, come lui stesso ha riferito, che numerosi accordi sono stati rinnovati negli ultimi mesi, che per alcuni altri le trattative sono in dirittura d’arrivo (quelle del commercio riprenderanno lunedì prossimo) e che, laddove si sta negoziando, le parti sociali mantengono «un comportamento leale con il senso e la lettera degli accordi del 1993». Un unico problema ha rilevato il presidente del Consiglio, per gli artigiani, perché la regionalizzazione dei loro contratti sta creando dei problemi di assetto riguardo alle intese del 1993. Ma per tutto il resto la situazione non sembra pesante.
    Il presidente del Consiglio ha tratto questa rassicurazione dai due incontri che ha avuto ieri, in mattinata con Cgil, Cisl e Uil, nel pomeriggio con gli imprenditori. Incontri nel corso dei quali sono stati manifestati stati d’animo abbastanza differenti. Gli imprenditori hanno infatti condiviso un’analisi non particolarmente preoccupata della situazione, i sindacalisti hanno espresso marcate preoccupazioni.
    Sergio Cofferati, segretario generale di Cgil, ha infatti parlato di una possibile «grave lesione dell’accordo di luglio e della politica dei redditi» da parte di Confindustria, nel caso venga confermata la volontà di legare gli incrementi solo all’inflazione programmata. E, al termine dell’incontro, ha invitato il Governo «a non assistere passivamente». Cofferati ha citato il contratto dei ferrovieri, dove emerge — a suo avviso — la volontà della Confindustria di non rispettare quegli accordi. Proprio per il contratto dei ferrovieri in mattinata il ministro dei Trsporti, Pierluigi Bersani, aveva auspicato una "stretta" che potesse essere di esempio anche per altri comparti.
    Luigi Angeletti, il leader della Uil, ha gettato un’ombra affermando che «in questo momento nel nostro Paese ci sono tutti i presupposti per un riaccendersi di un conflitto sociale sul rinnovo dei contratti» e ha accusato la Confindustria di «un atteggiamento miope». Meno polemico solo Savino Pezzotta (Cisl), che ha preferito ricordare al Governo le sue responsabilità, sia per i contratti del pubblico impiego non ancora rinnovati (oggi il test sulla sanità), sia per il boom degli aumenti tariffari.
    Un pessimismo di fondo che non ha trovato conferme nel pomeriggio, né nelle parole degli imprenditori, né nel bilancio finale del presidente del Consiglio. Antonio D’Amato ha descritto infatti un quadro di «assoluta normalità». Negli ultimi diciotto mesi, ha detto, sono stati rinnovati 32 contratti dell’industria, adesso si tratta per altri sette, ancora 29 ne scadranno nei prossimi mesi. Il tutto sta avvenendo nel rispetto completo dello spirito e della lettera degli accordi del 1993. Piuttosto, ha denunciato D’Amato, nel pubblico impiego gli aumenti sono pari al 4,9% contro un’inflazione programmata dell’1,7% nel 2001 e dell’1,2% il prossimo anno.
    Del resto, è questo l’aspetto che maggiormente interessava ad Amato, che, per non lasciare spazio a dubbi, ha letto, sia la mattina che il pomeriggio, proprio il capitolo dell’accordo di otto anni fa che si riferiva alla contrattazione. Non senza lasciare ai sindacati la possibilità di affermare che il premier partirebbe dal presupposto di «un adeguamento del salario reale». E proprio dalla lettura attenta di queste indicazioni pattizie è venuta fuori una differenza di interpretazione in merito a uno dei punti sui quali maggiore è la polemica tra le categorie che stanno trattando, quella dell’inflazione importata. «L’accordo del 1993 infatti — ha ricordato il presidente di Confindustria — prevede che con i contratti nazionali si recuperi quanto i salari hanno perso per l’inflazione programmata per i prossimi due anni e il possibile differenziale tra l’inflazione programmata dei due precedenti anni, depurata dell’inflazione importata. Se così non fosse — ha detto — se si recuperasse tutto il differenziale, si tornerebbe ad altri anni» (quelli della scala mobile ndr). Ma adesso, ha aggiunto polemicamente, «applichiamo la politica dei redditi, che mira a guidare le dinamiche dello sviluppo».
    Leggermente diverso il riferimento di Amato. Il presidente del Consiglio ha infatti ricordato come l’entità dell’aumento salariale debba essere determinato valutando il differenziale tra inflazione programmata e quella reale tenendo conto delle eventuali variazioni delle ragioni di scambio. Questo a suo avviso significa che, non essendoci la possibilità di determinare l’inflazione importata e, più in generale, i rapporti tra le monete in modo certo, autoritativamente, è indispensabile che «se tenga conto negozialmente».
    Per Amato sono le forze sociali a prendere queste decisioni, sempre nell’ambito dello spirito degli accordi di luglio. Per questo Amato non ha condannato certamente chi dice che la crescita dell’inflazione reale rispetto a quanto programmato non debba essere presa in considerazione in quanto determinata dai valori del petrolio e del dollaro, ma si è rallegrato nel constatare che tutte le parti hanno espresso fedeltà all’accordo del 1993.
    Giovedì 3 Maggio 2001
 
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