D’Amato: «L’obiettivo è creare lavoro»

15/03/2002





Il presidente della Confindustria rilancia: è l’inizio di un processo di riforme per dare più competitività all’Italia e accrescere l’occupazione
D’Amato: «L’obiettivo è creare lavoro»
Vanno ridotte le diseguaglianze per dare diritti ai giovani che non ne hanno – Guidi: «Sono scelte coerenti con le aspettative del Paese»
ROMA – Un sospiro di sollievo. È quello che sembra aver tirato il presidente di Confindustria dopo le decisioni del Consiglio dei ministri. «Finalmente – ha dichiarato Antonio D’Amato – si cominciano a fare le riforme. Quello di oggi – ha aggiunto – è solo l’inizio di un processo per dare più competitività al Paese, più capacità di crescita alle imprese, più occupazione». Per questo D’Amato ha criticato fortemente il sindacato che, ha detto, «finora ha remato contro la politica delle riforme». Il presidente della Confindustria ha negato di voler vedere un sindacato spaccato, ma ha detto di avere «constatato che, fino a oggi, non si è ancora vista una proposta da parte delle organizzazioni dei lavoratori. Le riforme – ha detto – non si fanno litigando sui giornali o con manifestazioni di piazza». È la polemica per il confronto mancato. «Se si vuole davvero evitare lo scontro sociale – ha detto – occorre avere la disponibilità a confrontarsi sui problemi, sedendo al tavolo di trattativa. Noi imprenditori – ha aggiunto – ci siamo seduti per settimane a quel tavolo attendendo che il sindacato facesse lo stesso, perché serve il coraggio di confrontarsi per arrivare alle riforme». La polemica di D’Amato non si è fermata qui, perché ieri, partecipando a una trasmissione televisiva, ha voluto ricordare i precedenti tentativi di riforma delle norme sui licenziamenti, quelli di Massimo D’Alema presidente del Consiglio e della Uil. «Ma allora – si è chiesto – perché tanta enfasi verso le riforme del Governo, visto che non c’è niente di nuovo»? Ma gli industriali vogliono guardare avanti. Per questo D’Amato ha insistito che quello di ieri è solo «un punto di partenza per un processo di riforme che deve andare avanti: bisogna passare adesso – ha detto – alla ridefinizione degli ammortizzatori sociali, bisogna ridisegnare uno Stato sociale più equo, che dia più opportunità e diritti a coloro che sono esclusi, bisogna portare avanti la riforma previdenziale e quella fiscale». Il tutto per rendere «il Paese più competitivo, per creare più crescita nelle imprese e più occupazione». Certo, resta del rimpianto, perché in effetti si sarebbe potuto fare di più. «Avremmo preferito – ha detto D’Amato – un’applicazione più ampia. Comunque questa resta una modifica sperimentale, adesso si deve monitorare quanti posti di lavoro si creano, perché siamo interessati a confrontarci sui numeri più che sugli slogan e siamo convinti che si apriranno centinaia di migliaia di opportunità di lavoro in ragione di queste riforme». Quello che la Confindustria rifugge è uno scontro politico. «Non siamo per le battaglie politiche – ha detto il presidente – e soprattutto non siamo per la strumentalizzazione politica. Siamo per lo sviluppo – ha ribadito – perché le imprese hanno questa loro missione: crescere, svilupparsi, creare lavoro». E allora occorre «evitare strumentalizzazioni, soprattutto in un periodo di forti tensioni preelettorali». Mi sembra, ha detto D’Amato, «che qui si faccia troppa politica, e si facciano invece poche riforme». D’Amato ha ricordato come in queste settimane gli industriali non siano mai stati soli. Gli artigiani, i commercianti, i banchieri, gli assicuratori sono sempre state al fianco della Confindustria. «Perché sanno – ha ribadito D’Amato – che il prezzo di un Paese che non fa riforme si paga con la perdita di quote di mercato, di sviluppo e di posti di lavoro». Ogni volontà di trionfalismo è stata bandita da Guidalberto Guidi, consigliere di Confindustria. «Il Governo – ha detto – ha fatto quello che il Paese si aspettava». Un giudizio condiviso dal presidente del Gruppo Rcs, Cesare Romiti: «Sono d’accordo con tutto quello che Guidi ha detto». Umberto Agnelli ha espresso invece il timore che le riforme siano rese più difficili dal mancato accordo sull’articolo 18.
M.M.

Venerdí 15 Marzo 2002