Dalle intese separate la storia delle riforme

09/07/2002


Martedí 09 Luglio 2002

Dalle intese separate la storia delle riforme

Massimo Mascini

ROMA – La storia recente e meno recente delle relazioni industriali è costellata da accordi separati. Tutto si deve credere meno che la mancata firma della Cgil nell’intesa tra Governo e parti sociali di venerdì scorso rappresenti un unicum e soprattutto che sia necessariamente una vera sciagura per il mondo del lavoro. Sia chiaro, è incontrovertibile che «uniti si vince e divisi si perde», come recita un vecchio detto sindacale. Ma non bisogna nemmeno pensare che la frattura non sia risolvibile, e soprattutto che la divisione di un momento non sia foriera al contrario di fatti nuovi che alla fine costituiscano un dato positivo per l’insieme del mondo del lavoro dipendente. La storia aiuta questa interpretazione, perché pullula di momenti di rottura che hanno poi costretto tutti a passi sostanziali in avanti, rimuovendo ambiguità, debolezze, dubbi esistenziali. E questo vale per le organizzazioni sindacali dei lavoratori come per quelle degli imprenditori. Ripercorrerne le più importanti forse aiuta. Perché gli atti drastici, dal caso degli elettromeccanici nel 1960 al patto di San Valentino nel 1985, all’accordo separato Fiat nel 1988, ma anche all’accordo sui contratti a termine dell’anno passato, sempre la rottura ha portato a successive conquiste. Sempre se l’intenzione che spinge alla firma separata sia quella di realizzare qualcosa di positivo e non solo di rompere il fronte sindacale per ridurne la compattezza, quindi la forza. Il caso degli elettromeccanici nei primi anni Sessanta è esemplare. C’era il segretario generale della Fim milanese, un giovane che casualmente si chiamava Pierre Carniti, che credeva fortemente nella validità della contrattazione articolata, la possibilità di discutere la situazione operaia non solo al livello nazionale, ma anche in azienda. Una bestemmia per la Cgil, soprattutto per gli imprenditori. Facendo leva sugli elettromeccanici, settore importante, Carniti riuscì a convincere prima la Cgil, poi l’Intersind, che rappresentrava le aziende a partecipazione statale, poi la Uil, che aveva molti dubbi, infine, ma molto dopo, la Confindustria. Una battaglia che durò tre anni, dal 1960 al 1963, e che portò una rivoluzione vera delle relazioni industriali, perché si cominciò a trattare in maniera diversa, più positiva per tutti, e perché il sindacato acquistò una forza che non aveva mai avuto. La Fim e la Cisl riuscirono a convincere tutti e lo fecero anche ricorrendo ad accordi separati. La Confindustria fu l’ultima a cedere, ma negli anni ha potuto rendersi conto della validità di quella scelta, che consentiva di responsabilizzare il sindacato, ma anche di discutere i problemi sindacali potendo distinguere la realtà economica a seconda dei casi aziendali. Ancora più clamorosa la rottura del 1984 sulla scala mobile, Cisl e Uil da una parte, la Cgil dall’altra come adesso. La confederazione di Luciano Lama visse l’accordo separato voluto dal Governo di Bettino Craxi come un vulnus, una ferita dolorosa. Ci vollero degli anni, però fu poi a tutti chiaro che in quell’occasione si erano scontrati il sindacato antagonista, che l’aveva fatta da padrone nei precedenti quindici anni, e il sindacato riformista, che voleva nuove regole, più attuali per svolgere il proprio lavoro, per poter difendere gli interessi dei lavoratori. Le difficoltà maggiori furono legate al fatto che la rottura non si esaurì con la firma, ma proseguì nella contrapposizione per il referendum voluto dal Pci che voleva abolire i risultati dell’accordo separato. Nel 1988 alla Fiat accadde qualcosa di analogo. Si discuteva del rinnovo del patto aziendale e la Fiat tentò un’accelerazione offrendo un premio salariale modellato tenendo conto delle effettive condizioni di salute dell’azienda. Era la prima volta che si parlava di salario variabile, era normale una reazione differenziata tra chi, Fim-Cisl e Uilm, erano pronte alla sperimentazione, e la Fiom-Cgil, più tradizionalmente legata ai vecchi schemi. E infatti la rottura venne e fu anche questa volta dolorosa proprio perché mise a nudo le difficoltà della Cgil a vivere questi momenti di profonda trasformazione, anche quando il risultato è poi positivo per il mondo del lavoro. Rotture vissute quindi malamente, ma poi, a posteriori, riconosciute come un momento felice delle relazioni industriali. E in fin dei conti anche le rotture di questi ultimi mesi, soprattutto quella per i contratti a termine, che vide sempre lo schema degli ultimi anni, Cisl e Uil da una parte, Cgil dall’altra, ma che questa volta portò differenziazioni anche nel campo imprenditoriale, anche queste rotture possono essere interpretate alla stessa maniera. Con la nuova disciplina per i contratti a termine si realizzò un salto nella legislazione del lavoro verso nuove flessibilità nel mercato del lavoro avviando la strada che ha poi portato all’accordo di venerdì. Il fatto che in ambedue i casi sia mancata la firma della Cgil non toglie che comunque le due intese rispondessero a esigenze del mercato. Per considerare questi accordi separati non una ferita, ma un movimento propedeutico a cambiamenti positivi per tutto il mondo del lavoro è però necessario che effettivamente l’obiettivo sia quello di innovare una legislazione stanca e obsoleta e non invece quello della divisione sindacale, che sarebbe solo una lettura miope del divenire delle relazioni industriali, incapace in quanto tale di giustificare le difficoltà e la pena della divisione tra fratelli.