Dall’anima sociale al volto liberista

04/10/2001


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ANALISI

Dall’anima sociale al volto liberista
Giovedì 4 Ottobre 2001
IL PENSIERO DEL RESPONSABILE DEL WELFARE SU PENSIONI E LAVORO
Il ministro del Nord che ha inventato il «dialogo sociale»
 
ROMA
Qualcuno, dopo l’incontro di ieri con le parti sociali su pensioni e lavoro, si chiederà che fine abbia fatto il Roberto Maroni «anima sociale» del governo Berlusconi. A dir la verità, sin dalla prima intervista pubblica il nuovo ministro del Welfare – finito quasi per caso in un dicastero molto "tecnico", e notoriamente tutt’altro che entusiasta della cosa – aveva chiarito che di concertazione non voleva più saperne, che voleva sostituirla con il «dialogo sociale».
Ieri, con la presentazione delle proposte del governo sulla previdenza e sulle regole del lavoro Maroni ha chiarito in modo eloquente cosa intende per «dialogo sociale»: il superamento di «riti e liturgie» per andare a un sistema dove «prima si discute, e poi si decide», a costo di scontrarsi con parte o tutto il sindacato. Soprattutto, il ministro ha mostrato di voler rispettare fino in fondo il mandato «affidatogli» da Bossi di «salvare» le pensioni di anzianità dei molti operai del Nord che votano Lega. Ma anche le sue personali vedute, molto più «liberiste», dei rapporti tra un governo e un sindacato confederale che per molti nel centrodestra ha bisogno di una «spuntatina alle unghie».
«Noi – ha detto Maroni nel corso della conferenza stampa che ha seguito l’incontro – proponiamo il metodo del dialogo sociale, un metodo che è sicuramente meno rituale di quello della concertazione. Quest’ultima infatti, era diventata un rito con liturgie poco efficaci e poco concrete». Per «dialogo sociale si intende massimo rispetto del ruolo delle parti sociali e della loro autonomia, e massima disponibilità verso le posizioni di tutti, senza pregiudiziali. Significa anche – ha aggiunto – massima responsabilità del governo nel prendere le decisioni». Per il ministro, questo non significa che non si cercherà di dialogare con il sindacato, o se non altro con una parte di esso, dando per scontato che la Cgil di Cofferati sarà comunque indisponibile. «Cercheremo insistentemente l’accordo con le parti sociali: a tutti noi chiediamo di valutare le analisi e le proposte che il governo ha fatto e di rispondere alla richiesta del governo di portare suggerimenti o proposte modificative». Questo vuol dire che sulle pensioni si cercherà l’accordo: «Ma dobbiamo intenderci – ha detto – su cosa significa accordo. Oggi ho incontrato 40 parti sociali. Se voi dite: ci deve essere la firma di tutti sotto un testo articolato, no, non sarà questo. Se invece diciamo dialogo con tutte le parti sociali e se intendiamo l’accordo con la stragrande maggioranza di queste parti, allora sì».
Il ministro nella conferenza stampa era affiancato da due personaggi che hanno giocato un notevole ruolo in questa virata «liberista»: il sottosegretario Maurizio Sacconi e il professor Marco Biagi. Sacconi, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel ‘92 con Giuliano Amato, da tempo propugna una riforma drastica del mercato del lavoro e della contrattazione come quella indicata nel «Libro Bianco». Molte delle proposte sono già contenute in un rapporto del centro studi Free diretto da Renato Brunetta, un «think tank» che raccoglie tanti ex-socialisti oggi vicini a Forza Italia. Suggestioni e indicazioni che si ritrovano oggi nell’analisi di Maroni, che propugna una «contrattazione federalista» in grado di differenziare salari e regole Regione per Regione. Biagi, invece, è un giurista del lavoro che qualche anno fa collaborò strettamente con il ministro del Lavoro ulivista Tiziano Treu, e successivamente con Massimo D’Alema presidente del Consiglio, poi decisamente rompendo col centrosinistra. A parte la battuta polemica di Cofferati – che accusa il governo di aver fotocopiato il programma di Parma di Confindustria – è vero che molte indicazioni del «Libro Bianco» assomigliano alle proposte degli industriali di D’Amato e Stefano Parisi. Parisi oggi è direttore generale di Confindustria, e come «city manager» del sindaco Albertini fu l’artefice del famoso «Patto di Milano», che venne siglato da Cisl e Uil e non dalla Cgil. La leva con cui Sacconi e Maroni puntano ad aprire l’«ostrica» del sindacato è proprio questa: aprire a Cisl e Uil, ad esempio sulla partecipazione dei lavoratori, e mostrare durezza nei confronti del sindacato di Cofferati.
Anche sui conti della previdenza il ministro si è rivelato più allarmato rispetto alle dichiarazioni «tranquille» di qualche giorno fa. A lungo Maroni aveva espresso fiducia sull’andamento della spesa pensionistica; ieri, ha parlato di «situazione drammatica». «Le previsioni sono confortanti per i prossimi anni – ha detto il ministro – ma dal 2010 la spesa esploderà con un rapporto sul Pil che volerà, per colpa delle pensioni dei baby-boomers, ad oltre il 16%».
In questo campo, il programma dell’Esecutivo per adesso appare meno «determinato»: ad esempio, sul possibile adeguamento delle aliquote contributive (oggi più basse per i lavoratori autonomi e i parasubordinati) «noi non diciamo che è ineluttabile parificarle – ha spiegato Maroni – È un esercizio teorico che ha una sua logica se vogliamo mettere tutti i lavori sullo stesso piano, ma aspettiamo proposte dalle parti sociali. Non c’è nessuna decisione che il governo abbia già preso, se non quella di non puntare a tagliare per fare cassa, ma a impostare una riforma strategica e dare più forza alla previdenza integrativa».
(r.gi.)
 

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