Dall´accordo del ´93 a Tremonti storia di una scommessa del Paese

09/12/2003


MARTEDÌ 9 DICEMBRE 2003

 
 
Pagina 4 – Economia
 
 
IL CASO
Con Ciampi premier il decollo della concertazione, poi il declino con il centrodestra

Dall´accordo del ´93 a Tremonti storia di una scommessa del Paese
          ROBERTO PETRINI


          ROMA – Il primo «strappo» lo fece Giulio Tremonti, pochi giorni dopo la formazione del governo Berlusconi: era l´11 luglio del 2001, si stava allestendo il Documento di programmazione economica e i sindacati erano stati convocati a Palazzo Chigi. Per l´intera durata degli incontri il ministro dell´Economia si tenne tutto per se, finché in serata si presentò ai microfoni del «Tg1» e annunciò un clamoroso e assai discusso «buco» nei conti pubblici. Non fu un buon inizio tant´è che l´allora segretario aggiunto della Cgil Guglielmo Epifani trasse subito delle conseguenza profetiche: «Il governo – disse qualche ora dopo – è poco intenzionato a fare la concertazione: ne prenderemo atto e valuteremo come comportarci».
          Non si dovette attendere molto per verificare le intenzioni del governo Berlusconi su questo terreno: qualche mese e arrivò il Libro Bianco sul mercato del lavoro. Un documento tecnico dove si spiegava che l´uso della concertazione era stato distorto e che negli anni il sindacato si era impossessato del potere di fissare l´agenda di governo. Divenne ben presto il vademecum del ministro leghista Roberto Maroni che lanciò la nuova parola d´ordine destinata sostituire la concertazione: è «dialogo sociale» dove l´ultima parola spetta solo e sempre al governo.
          Ma purtroppo negli ultimi due anni e mezzo anche di semplice «dialogo sociale» ce n´è stato ben poco e, in realtà, il governo ha deciso mettendo le parti sociali di fronte al fatto compiuto. Come nel novembre del 2001 quando arrivò la richiesta al Parlamento di una delega per modificare le garanzie dell´articolo 18 sul licenziamento senza giusta causa. La mossa fu fatta senza convocare i sindacati e senza aprire un tavolo di discussione e diede il via ad un anno di aspro conflitto segnato da un aumento enorme delle ore di sciopero.
          Con i rapporti deteriorati e continuamente sfilacciati si arrivati fino alla soglia dell´ultima Finanziaria, dopo l´estate di quest´anno. L´argomento era cambiato, invece del mercato del lavoro toccava alla previdenza. Ma il metodo restava lo stesso: la riforma delle pensioni fu varata in barba al consenso dei sindacati ed in modi talmente bruschi da ricompattare Cgil, Cisl e Uil ormai ai ferri corti. Risultato: un milione e mezzo di persone in piazza sabato scorso.
          Vale la pena? Maroni non sembra intenzionato a fare marcia indietro: «La concertazione è morta e sepolta», ha detto in una intervista dell´estate scorsa. Eppure l´accordo firmato da Carlo Azeglio Ciampi il 23 luglio del 1993, dieci anni fa, è stata una delle chiavi di volta della riscossa dell´Italia afflitta dall´eredità della Prima Repubblica: con il dialogo tra le parti sociali l´Italia ha tenuto bassa l´inflazione, è entrata nell´euro, ha fatto la riforma delle pensioni del 1995, ha introdotto una certa flessibilità contrattata e vigilata nel mercato del lavoro. Solo per ripercorrere alcuni dei maggiori eventi di politica economica dell´ultimo decennio.
          Oggi il quadro è pericolosamente cambiato: i rapporti sociali si sono guastati, l´inflazione batte gli stipendi, il rischio di una rincorsa salariale è ormai assai vicino alla realtà, la tentazione dello sciopero selvaggio torna con forza. Così anche nel governo e tra gli industriali c´è chi torna a pensare che il ritorno del dialogo può dare ancora una chanche al paese. A loro è diretto l´appello di Ciampi.